Libro Bianco sul lavoro

Intervento di Gianfranco Pagliarulo in Commissione Lavoro sul cosiddetto "libro Bianco"

28 novembre 2001

Signor Presidente,

vorrei in premessa segnalare due pericoli che mi pare si stiano correndo nelle modalità di organizzazione dei lavori e nel rapporto fra governo e parlamento.

Il primo pericolo risiede nella rapidità, quasi nell’affanno dei nostri lavori, attraverso i quali affrontiamo in brevissimo tempo argomenti di grande rilievo, che, quando realizzati nella forma dell’applicazione delle leggi, cambieranno radicalmente il profilo del nostro Paese. In bene secondo la maggioranza; in male secondo l’opposizione. Questa celerità, questo affanno, non è segno di efficienza ma di centralismo. Sovente infatti non si ha il tempo di affrontare con i dovuti approfondimenti in sede di commissioni o in sede di Aula gli argomenti pur così importanti sui quali poi si decide.

Il secondo è il ricorso sempre più massiccio alla delega. Vedo di fatto uno svuotamento progressivo del Parlamento e la realizzazione di un modello di rapporto fra Governo e Parlamento che giudico sbagliato e pericoloso. In questo modo il governo prefigura le sue "mani libere" su questioni della massima importanza. Se questo è "il nuovo modo di fare politica" di cui parlò il Presidente del Consiglio all’atto della fiducia, come credo, lo ritengo un modo grave e negativo.

Il libro bianco in primo luogo è costretto a riconoscere, citando i dati della Commissione Europea, che il tasso di disoccupazione in Italia è calato sotto il 10%. Ciò è in contrasto con la visione manichea, del "prima tutto malissimo, oggi tutto benissimo", che veniva dipinta negli altri provvedimenti economici del Governo, a cominciare dal DPEF.

Ma non possiamo oggi ignorare quello che sta succedendo in relazione alla proposta di modifica dell’art.18 dello statuto dei lavoratori. Con tale proposta si conferiscono diversi diritti a parità di lavoro, sia pur in alcuni casi. Per questo quella proposta è in realtà un cavallo di Troia che si propone di contrastare in modo surrettizio l’esito del referendum sui licenziamenti di qualche tempo fa. Con la modifica dell’atr.18 si monetizza il diritto al lavoro, sia pur per alcuni casi. Ma tale monetizzazione pone un problema giuridico e politico essenziale perché riguarda i fondamenti della Costituzione relativi al diritto al lavoro. Il metodo attraverso cui si intende modificare l’art.18 è già quello del cosiddetto "dialogo sociale" sostenuto nel libro bianco. Si sostituisce così il dialogo sociale alla concertazione, che pure aveva dei limiti, operando uno strappo nelle relazioni sociali e determinando una giusta reazione nel movimento sindacale.

Nel libro bianco si propone di segmentare ulteriormente il panorama dei contratti di lavoro, introducendo fra l’altro il contratto di progetto e quello sul lavoro "intermittente"; si accelera così la tendenza a demolire il pilastro del lavoro a tempo indeterminato, come se questa linea fosse inevitabile e condivisa, come se il lavoro a tempo determinato, nelle sue varie forme, fosse un lavoro di qualità.

Nel libro bianco si riduce il CCNL ad "accordo quadro", al fine di "rendere più flessibile la struttura della retribuzione". Passa così il principio per cui ci si avvia ad un diverso salario a parità di lavoro, in rapporto ad una dimensione territoriale.

C’è, sempre nel libro bianco, un attacco alla concertazione che avrebbe "rinviato la definizione del nodo centrale, che è quello della struttura della contrattazione". E’ così evidente che c’è un rapporto stretto fra il cambiamento del metodo – l’introduzione del "dialogo sociale" – e il cambiamento del merito, cioè la struttura della contrattazione.

Nel libro bianco si invita inoltre a ridefinire il rapporto fra momento collettivo ed individuale nella regolazione del rapporto di lavoro. Dunque va avanti un’idea individualizzata, atomizzata, del contratto, in cui si manifesta di fatto la volontà antisindacale, che per definizione inerisce al contratto collettivo, e l’indebolimento della capacità contrattuale dei lavoratori, come ovvio quando il contratto sia individualizzato.

Aggiungo un allarme relativo agli accenni sul diritto di sciopero nel campo dei trasporti ove si parla di referendum consultivo, a fronte di alcune proposte di renderlo obbligatorio e con esito vincolante nel campo dei trasporti, in palese contrasto col disposto costituzionale relativo al diritto di sciopero.

C’è in conclusione nel libro bianco la filosofia di un rinnovamento negativo che si fa schermo dei cambiamenti veri nell’organizzazione del lavoro e nel lavoro stesso per tornare indietro rispetto a diritti acquisiti.

Questo è il dato più allarmante, che si conferma in tanti provvedimenti di questo governo.

Non c’è un contrasto fra una presunta modernità del centro destra e una presunta conservazione del centro sinistra; c’è un contrasto fra una modernità negativa, che dimezza i diritti, e una modernità positiva, che sostiene l’innovazione ma che tutela occupati e disoccupati.

Ma non possiamo oggi ignorare quello che sta succedendo in relazione alla proposta di modifica dell’art.18 dello statuto dei lavoratori. Con tale proposta si conferiscono diversi diritti a parità di lavoro, sia pur in alcuni casi. Per questo quella proposta è in realtà un cavallo di Troia che si propone di contrastare in modo surrettizio l’esito del referendum sui licenziamenti di qualche tempo fa. Con la modifica dell’atr.18 si monetizza il diritto al lavoro, sia pur per alcuni casi. Ma tale monetizzazione pone un problema giuridico e politico essenziale perché riguarda i fondamenti della Costituzione relativi al diritto al lavoro. Il metodo attraverso cui si intende modificare l’art.18 è già quello del cosiddetto "dialogo sociale" sostenuto nel libro bianco. Si sostituisce così il dialogo sociale alla concertazione, che pure aveva dei limiti, operando uno strappo nelle relazioni sociali e determinando una giusta reazione nel movimento sindacale.

Nel libro bianco si propone di segmentare ulteriormente il panorama dei contratti di lavoro, introducendo fra l’altro il contratto di progetto e quello sul lavoro "intermittente"; si accelera così la tendenza a demolire il pilastro del lavoro a tempo indeterminato, come se questa linea fosse inevitabile e condivisa, come se il lavoro a tempo determinato, nelle sue varie forme, fosse un lavoro di qualità.

Nel libro bianco si riduce il CCNL ad "accordo quadro", al fine di "rendere più flessibile la struttura della retribuzione". Passa così il principio per cui ci si avvia ad un diverso salario a parità di lavoro, in rapporto ad una dimensione territoriale.

C’è, sempre nel libro bianco, un attacco alla concertazione che avrebbe "rinviato la definizione del nodo centrale, che è quello della struttura della contrattazione". E’ così evidente che c’è un rapporto stretto fra il cambiamento del metodo – l’introduzione del "dialogo sociale" – e il cambiamento del merito, cioè la struttura della contrattazione.

Nel libro bianco si invita inoltre a ridefinire il rapporto fra momento collettivo ed individuale nella regolazione del rapporto di lavoro. Dunque va avanti un’idea individualizzata, atomizzata, del contratto, in cui si manifesta di fatto la volontà antisindacale, che per definizione inerisce al contratto collettivo, e l’indebolimento della capacità contrattuale dei lavoratori, come ovvio quando il contratto sia individualizzato.

Aggiungo un allarme relativo agli accenni sul diritto di sciopero nel campo dei trasporti ove si parla di referendum consultivo, a fronte di alcune proposte di renderlo obbligatorio e con esito vincolante nel campo dei trasporti, in palese contrasto col disposto costituzionale relativo al diritto di sciopero.

C’è in conclusione nel libro bianco la filosofia di un rinnovamento negativo che si fa schermo dei cambiamenti veri nell’organizzazione del lavoro e nel lavoro stesso per tornare indietro rispetto a diritti acquisiti.

Questo è il dato più allarmante, che si conferma in tanti provvedimenti di questo governo.

Non c’è un contrasto fra una presunta modernità del centro destra e una presunta conservazione del centro sinistra; c’è un contrasto fra una modernità negativa, che dimezza i diritti, e una modernità positiva, che sostiene l’innovazione ma che tutela occupati e disoccupati.