Popoli senza Terra – Terre senza Pace


Popoli senza Terra – Terre senza Pace

Introduzione di Iacopo Venier

Responsabile nazionale del dipartimento Politiche dell’Unione Europea e Relazioni Internazionali

Cari amici, care amiche, compagne e compagni,

Di fronte a ciò che sta accadendo in queste ore l’incontro di oggi assume una nuova e drammatica attualità. Purtroppo più elementi rendevano possibile se non probabile lo scenario che abbiamo di fronte a noi. Sono anni che da molte parti, forze più o meno oscure, lavorano per questo esito terribile. La guerra in Palestina non è, infatti, una tragica fatalità ma è la conseguenza di scelte ed errori che proprio in queste ore non devono essere dimenticati. E’ però evidente che siamo di nuovo ad un bivio della storia.
Sono anni, infatti, che prosegue l’aggressione militare israeliana dei territori, la connivenza degli USA verso la politica di omicidi selettivi attuata dagli israeliani e l’assenza dell’Europa. Questa situazione ha consentito l’espandersi di organizzazioni fondamentaliste e terroriste, finanziate e sostenute, anche dai cosiddetti regimi “amici dell’occidente”.

Partito dei Comunisti Italiani

L’azione concentrica di tutti questi fattori ha avuto un unico obiettivo che oggi sembra sul punto di essere raggiunto.

In molti, infatti, hanno agito al solo scopo di indebolire e possibilmente eliminare l’unico interlocutore possibile per la pace in Palestina.

In particolare, chi in Israele ha sempre lavorato per una soluzione militare del problema palestinese, oggi è tentato di dare una spallata finale ad Arafat.

Non ci dimentichiamo, infatti, che Sharon, l’uomo che ha guidato l’invasione del Libano, considera Arafat il peggiore dei propri nemici. Proprio la vicenda libanese gli ha, infatti, insegnato che si può vincere militarmente ma perdere politicamente. Per questo Sharon vuole eliminare Arafat. Egli, infatti, a differenza della Jihad islamica o di Hamas, è un interlocutore politico e non solo militare che ha saputo far conoscere e comprendere il dramma dei palestinesi a tutto il mondo.

Ancora una volta è quindi evidente che per fermare il terrorismo bisogna imporre la pace.

Per sconfiggere chi mette le bombe sugli autobus o nelle stazioni bisogna isolarlo; per consentire che i responsabili delle stragi vengano puniti bisogna avere un potere politico palestinese forte ed autorevole.

Oggi si chiede ad Arafat l’impossibile. Come si può pretendere che egli reprima i fondamentalisti islamici quando proprio noi gli abbiamo tolto la forza indebolendo la sua credibilità che si basava sulla fiducia che egli aveva accordato a coloro che dovevano essere i garanti del processo di pace: USA ed Europa in primo luogo.

Se l’Europa consentirà che venga liquidata questa leadership lo stato di guerra diverrà permanente con conseguenze irrimediabili per i nostri paesi. Proprio gli attentati dell’11 settembre ci dovrebbero aver insegnato che la guerra non ha più confini precisi e che l’interdipendenza è una realtà concretissima nell’epoca della globalizzazione.

Per questo noi lanciamo un appello perché l’Europa, l’Italia non si facciano travolgere da questa folle corsa verso il baratro. Per fermare la spirale del terrore e della guerra oggi bisogna fermare Israele.

Di fronte alle scelte coraggiose della Autorità Nazionale Palestinese, di fronte alla proclamazione dello stato d’emergenza, proprio ora bisogna dare forza ad Arafat ed ai suoi uomini condannando ogni rappresaglia contro l’ANP ed i civili e liberando il popolo palestinese da quella prigionia interna in cui l’esercito israeliano lo costringe.

Bisogna pensare, infatti, a quale significato può avere oggi il termine ” libertà duratura” per chi vive prigioniero nelle proprie case a Nablus, a Betlemme o in quell’immenso campo profughi che è Gaza. E’ necessario capire cosa può significare “giustizia infinita” per le madri, i padri, di tutte le vittime di questa sporca guerra, arabi o israeliani che siano.

Proprio da qui partiva quello che doveva essere il senso dell’incontro di oggi. Sentivamo, infatti, necessità di contrastare in qualche modo quel clima di propaganda sempre più sfacciata sta prendendo il posto dell’informazione e che rende tutti sempre meno in grado di dare un giudizio ragionato sugli avvenimenti in corso.

Volevamo quindi ascoltare direttamente la voce di chi è divenuto suo malgrado protagonista di storie drammatiche legate indissolubilmente con la guerra in corso.

La guerra, infatti, sta modificando nel profondo i modi di comportarsi, agire e pensare di miliardi di essere umani. Intere società si stanno interrogando su se stesse e nuove identità politiche e culturali si stanno determinando. Questo accade qui ma accade al contempo anche in Afganistan in Iraq o nei campi profughi a Gaza o nel mezzo del Sahara.

Dare voce a chi ha sempre chiesto di poter parlare può aiutarci a rompere almeno parzialmente quel velo di ipocrisia intollerabile che copre le più ciniche avventure.

Come sempre, infatti, la guerra ha colpito in primo luogo l’informazione ed oggi viviamo una situazione pericolosa dove la propaganda, la criminalizzazione del dissenso, l’autocensura pseudo patriottica ci impediscono concretamente di conoscere e giudicare ciò che sta accadendo.

Chi ha certezze oggi sono i protagonisti di questa guerra. Per loro tutto è semplice, facile, sicuro. Da una parte c’è il bene, la libertà, il futuro. Dall’altra la barbarie, il terrore, il passato.

I patriottismi ipocriti e le chiamate alle armi o alla guerra santa, odiose consuetudini di ogni guerra, coprono con la becera propaganda gli interessi concretissimi per cui si uccide.

Siamo nel pieno di una guerra anomala. Una guerra non proclamata dove quindi non ci sono più regole ed è possibile pianificare la liquidazione di migliaia di prigionieri perché tanto nessuno verrà a reclamare l’applicazione delle convenzioni di Ginevra. Una guerra senza limiti temporali o geografici, che oggi si combatte in Afganistan ma che già si annuncia in Iraq, in Somalia, in Sudan e magari in Siria o chissà dove.

La guerra comunque è già qui, tra di noi. Quando si mettono in contraddizione libertà e sicurezza, quando si chiede il consenso in base al principio che il petrolio lo dobbiamo controllare noi e non gli arabi, quando si cancella lo stato di diritto affidando al Presidente degli Stati Uniti il diritto di vita o di morte su tutti i cittadini del pianeta, questo modifica nel profondo le regole fondamentali delle nostre società. Ci siamo avventurati dentro un tunnel pericoloso al fondo del quale c’è una uscita reazionaria, violenta e regressiva che può stravolgere i già limitati livelli di libertà e democrazia in cui viviamo.

Per rompere questa logica è più che mai importante spostare il punto di vista, mostrare la complessità che non può essere risolta con la logica del ” con noi o contro di noi”.

Abbiamo quindi proposto, ai nostri amici e compagni che sono qui oggi con noi, a coloro che rappresentano quei popoli che in questi ultimi anni troppo spesso sono stati dimenticati ed abbandonati, da tutti, anche da noi della sinistra, di aiutarci a capire ciò che sta succedendo.

Se vogliamo davvero evitare la catastrofe di una guerra di civiltà, per non cadere nella trappola dei fondamentalismi contrapposti, dobbiamo imporre una agenda alternativa dove la priorità sia la soluzione di quei conflitti che colpevolmente sono stati lasciati marcire per decenni.

L’arma migliore contro il terrorismo è una prospettiva sicura per quei popoli senza terra e quelle terre senza pace che oggi aspettano, con sempre meno speranza, quella giustizia e quella libertà in nome della quale oggi si combatte. Senza questi alleati il terrorismo non sarà sconfitto e la disperazione produrrà nuove tragedie.

Quali sono quindi le armi che abbiamo a nostra disposizione per agire per la pace.

Innanzitutto dobbiamo diffondere la consapevolezza che è una pura illusione quella di poter tornare alla situazione precedente l’11 settembre. E’ stato, infatti, proprio un mondo unipolare, con un unico centro di comando politico, economico e militare, un mondo dove il profitto è l’unico parametro fondamentale a produrre quei mostri che oggi ci minacciano.

E’ quindi evidente che per sconfiggere il terrorismo la politica deve tornare ad essere lo strumento fondamentale della regolazione dei rapporti internazionali.

Questo però non avverrà mai se non si modificano gli attuali rapporti di forza politici, economici ed anche militari. Un mondo multipolare, con diversi ma non contrapposti attori di politica internazionale, è fondamentale per la pace e perché a tutti i popoli sia garantita la possibilità di intraprendere i propri percorsi di libertà. Mai come adesso è quindi indispensabile operare perché dell’Unione Europea si doti di una politica estera comune e di strutture militari autonome.

Del resto è l’Autorità Nazionale Palestinese a chiedere all’Europa di intervenire per fermare l’aggressione israeliana, come è il Fronte Polisario a cercare un interlocutore unico in Europa in modo da non dover più sopportare i calcoli cinici dei singoli paesi, e sono ancora i compagni kurdi a chiedere all’Europa una seria politica nei confronti della Turchia in merito a diritti umani e trattamento delle minoranze.

L’Europa è quindi per noi un elemento fondamentale che può e deve intervenire nei confronti di situazioni le cui origini storiche, più o meno recenti, sono da ricercarsi proprio in responsabilità europee. Nessuno deve dimenticare, infatti, che i problemi del Kurdistan, come del Sahara Occidentale, derivano da come gli europei hanno voluto tutelare i loro interessi nella fase coloniale e post coloniale. Come nessuno può dimenticare che la Palestina vive il suo dramma a causa di un evento, l’Olocausto, a cui nessun palestinese ha partecipato. Infine come non ricordare le relazioni pericolose tra gli europei e quello che hanno chiamato “il satana di Baghdad” dopo averlo aiutato ad opprimere il suo popolo per decenni.

Non sono solo gli americani, infatti, ad avere gravissime responsabilità in queste tragedie.

Spetta quindi a noi europei, popoli e paesi, cercare una strada diversa, dimostrare concretamente che siamo capaci di imparare dai nostri errori.

L’Europa deve fare un passo in avanti non solo per motivi ideali ma anche per difendere i propri specifici interessi geopolitici. E’ nostro preciso interesse, infatti, che nel mondo arabo e Medio Orientale si affermino forze e progetti politici laici e progressisti. Chi sta dall’altra parte del pianeta, sino all’11 settembre, poteva cullarsi nell’illusione che fosse senza conseguenze il cinico sostegno alle peggiori dittature in nome di un anticomunismo fuori tempo massimo.

Per gli europei non è così. Pochi chilometri di mare non possono più separare popoli e culture. Il Mediterraneo ha un destino comune e noi subiamo direttamente le conseguenze dell’azione di quelle dittature che stanno facendo precipitare le condizioni sociali e civili di popoli interi. Il fondamentalismo è alimentato dalla mancanza di democrazia. Il terrorismo è anche la risposta malata alla costante umiliazione del mondo arabo ed alla mancanza di speranza in cui vivono popoli e classi oppresse.

Per questo chiediamo ai nostri paesi di sostenere proprio le forze che sono oggi qui con noi e che rappresentano movimenti di liberazione che si sono sempre caratterizzati per il loro spirito laico e progressista.

Noi comunque siamo al loro fianco e, poiché crediamo che esista anche una politica estera dei popoli e non solo degli stati, vogliamo aumentare le iniziative concrete di solidarietà che dimostrino come i comunisti, la sinistra italiana non è assente in questa difficile fase.

Oggi sono molto importanti gli atti simbolici. Per questo sosteniamo e parteciperemo a tutte le iniziative in corso a partire da quella che si prevedeva come una grande manifestazione per la pace di fine anno da tenersi a Gerusalemme. Questi momenti, come il meeting di solidarietà con i Saharawi che si è svolto a Siviglia o la campagna dei datteri contro l’embargo all’Iraq o ancora la raccolta dei giocattoli per i bambini palestinesi possono contribuire a rompere il clima di guerra.

Di fronte a ciò che accade però è necessario fare di tutto per ottenere atti politici coraggiosi da parte dell’Italia e dell’Europa.

Vogliamo quindi cogliere l’occasione per annunciare che proporremo immediatamente all’Ulivo di presentare una risoluzione parlamentare, che del resto noi avevamo già presentato nella scorsa legislatura, che impegni l’Italia preventivamente al riconoscimento dello Stato di Palestina, nei territori previsti dalle risoluzioni dell’ONU, nel momento in cui l’Autorità Nazionale Palestinese decidesse questo passo.

Una disponibilità preventiva al riconoscimento è un atto forse inusuale ma può essere importante per respingere alla radice il progetto di quella parte del Governo Israeliano che non ha mai rinunciato all’idea di espellere i palestinesi oltre i Giordano.

Per le stesse ragioni chiediamo che l’Ulivo intervenga nel Parlamento italiano ed in quello europeo perché venga inviata una forza di interposizione che garantisca la sicurezza nei territori occupati da Israele.

Solo atti coraggiosi possono consentire di bloccare immediatamente la spirale di violenza e riaprire una sia pur minima possibilità alla ripresa del dialogo. Ogni negoziato ha bisogno della tregua e di garanzie per tutti.

E’ poi evidente che di fronte al fallimento del processo di Pace iniziato a Oslo è fondamentale che nuovi soggetti come l’Europa e la Russia possano intervenire come garanti di un nuovo rapporto tra palestinesi ed israeliani. Per questo abbiamo espresso il nostro pieno sostegno perché l’Italia proponga al più presto la convocazione di una conferenza internazionale sulla Palestina. Dobbiamo, infatti, prendere atto che le speranze di Oslo sono finite poiché gli USA non hanno svolto un ruolo imparziale ma hanno sostenuto Israele consentendo colpevolmente la delegittimazione di Arafat e della parte laica e progressista della leadership palestinese.

E’ chiaro che questa parte, oggi in grande difficoltà, ha bisogno di nuovi interlocutori che agiscano politicamente ed economicamente per fermare subito l’aggressione militare israeliana. La pace non si realizza, infatti, con le parole o con le fumose promesse di improbabili piani Marschall.

Se non si agisce ora le conseguenze saranno gravissime anche perché molti si stanno muovendo dando per scontato l’allargarsi del conflitto a partire da quell’attacco all’Iraq tante volte annunciato.

Per questo vogliamo dire subito che noi siamo e saremo fermamente contrari ad ogni ulteriore allargamento del conflitto. Gli Stati Uniti chiedono all’Iraq di far tornare gli ispettori. Prima di parlare farebbero meglio a sentire quei funzionari delle Nazioni Unite che in Iraq ci sono stati e che hanno certificato non solo la distruzione delle armi ma la distruzione di un popolo a cui hanno concorso insieme un regime sanguinario ed un embargo assassino.

Saddam, lo sterminatore di comunisti, l’oppressore dei kurdi non avrà mai la nostra solidarietà ma ciò non significa che si possano consentire nuovi bombardamenti, nuove distruzioni, nuovi proiettili all’uranio impoverito.

Sarebbe l’ennesima dichiarazione di guerra ad un popolo stremato da 20 anni di conflitto che ha bisogno della pace per trovare la propria strada per la liberazione.

Purtroppo la scorsa settimana il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prolungato per altri sei mesi le sanzioni all’IRAQ. E’ un fatto gravissimo che peggiora la situazione. Ci chiediamo cosa abbia fatto l’Italia per impedirlo, cosa ha fatto il Governo per dare attuazione alle disposizioni del Parlamento che lo scorso anno ha chiesto l’immediata cessazione dell’embargo.

Mai come ora l’abolizione dell’embargo sarebbe percepito come un atto di pace verso il mondo arabo.

Sosteniamo quindi ogni iniziativa, a partire da quelle simboliche ma importantissime, con cui anche i singoli cittadini possono disubbidire a questo strumento inumano che ha causato già milioni di morti.

Come ho già detto però molti stanno lavorano per l’estensione della guerra. Anche la Turchia potrebbe avere interesse all’aprirsi di un fronte iracheno per dare una spallata finale alle organizzazioni kurde e per completare la repressione militare dei territori.

Anche qui l’Unione Europea può avere un ruolo fondamentale. Ci chiediamo con quale scusa le istituzioni comunitarie possano tenere aperta la fase di preadesione mentre in Turchia si uccidono gli oppositori politici nelle carceri speciali. La Turchia deve essere messa di fronte alle proprie responsabilità e l’Europa deve pretendere la fine della repressione, l’inizio di un processo di pace ed anche l’applicazione delle risoluzioni dell’ONU come quelle su Cipro.

E’ un errore tragico quello di pensare che si possa combattere il fondamentalismo chiudendo gli occhi sulle violazioni dei diritti umani commessi da regimi che si considerano “amici”.

Combattere il fondamentalismo significa certamente sostenere tutti i più piccoli avanzamenti verso la democrazia. Noi ad esempio guardiamo con grande interesse l’esperimento di transizione democratica che si sta svolgendo in Marocco ed appoggiamo lo sforzo di quelle forze della sinistra che si battono per accelerare l’approdo democratico.

Proprio per sostenere questi processi è però fondamentale sanare le ferite aperte, dare giustizia e speranza a chi l’ho persa.

In questo senso è fondamentale il ruolo dell’ONU su cui, e mi avvio a concludere, è bisogna dire alcune cose.

Per rilanciare l’ONU la cosa più semplice è che i paesi che ne fanno parte applichino le sue decisioni. Vorremmo quindi vedere comportamenti conseguenti per esempio alla risoluzione dell’assemblea che pochi giorni fa ha condannato per 167 voti a 3 l’embargo a Cuba.

Non solo. E’ fondamentale che il Segretariato Generale operi concretamente per applicare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Allora, per non parlare ancora della Palestina, ci chiediamo per quale motivo, dopo 10 anni, oggi non è ancora possibile tenere quel referendum sull’autodeterminazione del Sahara Occidentale previsto dall’accordo di pace che proprio l’ONU è chiamato a realizzare.

La pace si raggiunge, infatti, se non saranno solo i rapporti di forza a determinare le condizioni per gli accordi. Spesso invece sembra che l’ONU consenta che sul terreno (dal Sahara Occidentale a Cipro alla Palestina) si determino condizioni politiche e militari che costituiscono un impedimento definitivo alla realizzazione delle proprie decisioni.

La sconfitta delle istituzioni internazionali, la fine di ogni diritto che non sia quello delle armi, la fine di ogni speranza di veder riconosciute le proprie ragioni, sono le condizioni per la vittoria del terrorismo e del suo disegno strategico.

Oggi quindi è più che mai necessario tenere i nervi saldi ed operare concretamente perché pace, libertà e giustizia abbiano lo stesso significato per tutti.