Intervento sul codice penale militare

INTERVENTO IN AULA DI GIANFRANCO PAGLIARULO AL DIBATTITO SULL’INTRODUZIONE DEL CODICE PENALE MILITARE DI GUERRA (DECRETO LEGGE SULLA PARTECIPAZIONE DEL PERSONALE MILITARE A ENDURING FREEDOM E DISEGNO DI LEGGE SU MODIFICHE AL CODICE PENALE MILITARE DI GUERRA)

Signor Presidente, onorevoli Senatori,

siamo davanti a un paradosso apparente. Il paradosso dato da un decreto e a un disegno di legge relativi al Codice penale militare di guerra che si discute nelle Camere, in assenza di una deliberazione dello stato di guerra da parte delle Camere. In questo paradosso, a mio avviso, si sono determinate e si stanno determinando scelte opinabili e gravi.

Nella relazione relativa alla conversione in legge del decreto c’è scritto che "l’impegno internazionale assunto dall’Italia in tale missione si traduce nella conduzione di un operazione militare i cui caratteri essenziali sono sostanzialmente affini a quelli propri dell’attività bellica". Questa affinità , dunque, motiva l’adozione del Codice penale militare di guerra, ma non motiva l’attuazione del disposto costituzionale. Ciò è logicamente assurdo, politicamente pericoloso, costituzionalmente – a mio avviso – insostenibile.

Oltre, nella stessa relazione, si sostiene che "nel diritto e nella pratica internazionale al concetto di guerra si va oramai da tempo sostituendo quello di conflitto armato". E’ la tesi sostenuta dal senatore Contestabile, una tesi molto ideologica, sempre per dirla col Senatore Contestabile. Ideologica perché si rifà ad una data e specifica concezione del mondo, ad una lettura dei fatti che, come tutte le letture, è di per sé opinabile. Al concetto di guerra si sta sostituendo quello di conflitto armato. Da quando? Da parte di chi? Con quale legittimazione? Con quale concorso mondiale? Con quale rappresentanza? Quale sarebbe la differenza di sostanza fra i due termini? E, per ciò che ci riguarda, chi decide, senza decidere, che quegli articoli della Costituzione, sono superati?

Ecco perché il giudizio dei Comunisti Italiani su entrambi i provvedimenti di cui si sta discutendo è un giudizio negativo, che è confermato dai tanti altri paradossi di scenario che sono contigui ad un interventi militare, quello italiano, fra l’altro non richiesto:
c’è un impegno unilaterale del nostro Paese, come peraltro di altre potenze europee, fuori da una decisione chiara e univoca della Comunità Europea, e questo non è bene per la prospettiva dell’Europa. Un impegno, in presunzione di un obbligo di alleanza militare, la Nato, che appare palesemente e a tutti obsoleto e parziale sia davanti ad un mondo affatto diverso rispetto agli equilibri per i quali si diede vita alla Nato e al Patto Atlantico, sia rispetto allo sconvolgimento mondiale delle alleanze e dei pesi politici determinato dagli effetti dell’attacco alle Twin Towers;

si dice, sempre nella relazione, che c’è un situazione "di eccezionale rilevanza" che comporta l’aopplicabilità integrale della legge penale militare di guerra. Ora, la situazione di eccezionale rilevanza, dopo il crollo politico e militare del regime di Kabul, non c’è più. Rimane da gestire una pace difficilissima e pericolosissima, certo, ma, ed è ancor più certo, la situazione "di eccezionale rilevanza" relativa al periodo più caldo della guerra, non c’è più. Anzi, non c’è più una guerra in Afghanistan, anche se, come sappiamo, continuano molte operazioni militari;

rimane una conclamata asimmetria fra i mezzi tradizionali della guerra condotta fino ad ora – bombardamenti aerei, intervento di terra dell’Alleanza del Nord e degli americani – e i fini proclamati della guerra stessa, l’eliminazione di Al Qaida e l’eliminazione dei suoi apparenti capi. Suggerirei meno retorica su chi ha finanziato l’organizzazione criminale di Al Qaida, visto che sappiamo tutti che essa nacque in chiave antisovietica con finanziamenti e appoggi proprio da parte degli Stati Uniti. Ma non lo dico per aprire una polemica inutile. Lo dico perché comunque in questo decennio abbiamo visto troppe volte inverarsi il mito di Urano e di Saturno, il mito del re che si mangiava i propri figli;

la situazione mondiale è gravemente peggiorata, dal Kashmir a Gerusalemme, in conseguenza dell’attacco alle Twin Towers e della guerra conseguente;

incombe sul mondo intero la spada di Damocle di una guerra infinita, come arma di una "giustizia infinita", di una guerra itinerante, imprevista e imprevedibile. Può essere, come sostiene qualcuno, che il ritorno del conflitto porti a un conflitto senza ritorno.

Dunque le argomentazioni portate ieri dai senatori Zancan e Malabarba sulle pregiudiziali di incostituzionalità relative ai provvedimenti in oggetto sono giuste e condivisibili, ancorchè in minoranza in quest’aula.

Non mi soffermo sulle pene pesantissime per fatti marginali o per reati d’opinione, sull’applicabilità del Codice penale militare di guerra ai corpi di spedizione all’estero anche in tempo di pace, all’ambiguità del campo di applicazione "in ogni conflitto armato" com’è scritto nella legge Martino Castelli, anche se su questo dirò qualcosa.

Mi preme sottolineare alcune considerazioni politiche:

C’è un salto di qualità, relativamente ai provvedimenti in oggetto e nella situazione attuale. Si parla di "evoluzione del concetto di guerra" . Sappiamo tutti che sono anni che, con neologismi o eufemismi, la guerra è tornata ad essere protagonista in modo surrettizio della politica estera. Basti pensare alle operazioni di polizia internazionale e agli interventi umanitari. Ma con questa guerra, con la guerra cominciata in Afghanistan, avviene un’ulteriore escalation, tant’è vero che per la prima volta si propone di attuare il Codice penale militare di guerra. L’Italia ripudia la guerra e prevede una procedura ove entrasse in guerra. Questa è la sostanza, il macigno irremovibile che sta davanti a tutti noi. Il vuoto della forma costituzionale si riempie con forme transeunti, legate alla necessità di giustificare a posteriori scelte politiche, giuridiche e militari già compiute, come ove si afferma, nel disegno di legge, che "le disposizioni del presente titolo si applicano in ogni caso di conflitto armato, indipendentemente dalla dichiarazione dello stato di guerra". D’altra parte lo stesso DDL 915 nasce dal riconoscimento formale dei tanti punti di incostituzionalità proprio del Codice penale militare di guerra.

Mi chiedo, consentitemelo, come conciliare il dibattito sul garantismo, di cui tanti echi abbiamo sentito in questa Aula, con la messa in funzione del Codice penale militare di guerra.

In una situazione in cui non mi pare che ci sia un nuovo diritto internazionale, ma piuttosto la liquefazione del diritto internazionale scaturito in particolare dalla fine della seconda guerra mondiale, vedo il pericolo di un abbassamento della soglia di civiltà. Si dice: ma è successo un fatto straordinario, la strage delle Twin Towers; occorre combattere in modo straordinario il terrorismo internazionale. Noi abbiamo condiviso e sostenuto la necessità di una mobilitazione mondiale che sconfiggesse il terrorismo anche con le armi, se necessario, ma ponendo al primo posto la politica, cioè la possibilità di dare soluzione ai problemi che sono vampirizzati dal terrorismo internazionale per fornire una ragione di se stesso. Si è scelta un’altra via. Se l’abbassamento della soglia di civiltà è il prezzo della lotta al terrorismo, vuol dire che tutti abbiamo già perso.

Proprio per questo, onorevoli Senatori, pongo in chiusura due problemi non all’ordine del giorno.

Il primo: noi siamo alleati anche militarmente con un Paese, e i militari italiani sono in Afghanistan per questo, che ha subito un’inenarrabile sofferenza l’11 settembre. Ma quel governo mantiene a Guantanamo i prigionieri in condizioni letteralmente bestiali. Si chiamano o non si chiamano gabbie di tigre le loro – per così dire – prigioni? E’ un fatto inaudito e simbolico. Questo conflitto esclude il riconoscimento dell’altro, al punto che non riconosce l’altro neppure come nemico. Essere un nemico vorrebbe dire comunque dare all’altro uno status, una forma, e dunque una definizione giuridica. Non c’è il nemico prigioniero, e neppure il criminale detenuto. Ma allora cosa sono, di grazia, gli ospiti attuali delle gabbie di tigre a Guantanamo? Si è molto discusso, e molto si discuterà, sullo scontro di civiltà. Mi limito a considerare che il livello di una civiltà si misura anche da come essa tratta il nemico, da come trattiene il prigioniero, da come custodisce il detenuto.

Il secondo: io non sento l’urgenza dell’applicazione del Codice penale militare di guerra. Sento l’urgenza di un intervento forte, chiaro, deciso dal governo italiano e dai governi europei per la cessazione del massacro che sta avvenendo in Palestina e in Israele, per la liberazione del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, per una soluzione politica che avvii la tutela della sicurezza del popolo israeliano e la costituzione di uno Stato palestinese libero e autonomo. Il governo agisca, e agisca subito.

Ho posto questi problemi a tutti; li pongo ai laici, li pongo a tutti coloro che per formazione religiosa non possono in coscienza non avere un dubbio, un’incertezza, un’angoscia, diciamolo chiaramente, davanti a scelte che hanno molto poco a che vedere col grande messaggio risuonato pochi mesi fa, "non c’è giustizia senza pace, non c’è pace senza perdono".

Queste sono le azioni necessarie se si vuole davvero operare per un nuovo ordine mondiale e per una pace che non sia soltanto una parola vuota che nasconde la realtà della guerra come ordinatore essenziale della gerarchia mondiale degli Stati e dei poteri.