Caso Savoia

SENATO DELLA REPUBBLICA
———— XIV LEGISLATURA ————

110a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 31 GENNAIO 2002

(Antimeridiana)

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PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.

MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, a nome dei senatori del Partito dei Comunisti Italiani, desidero ribadire preliminarmente che, a nostro avviso, la XIII disposizione non è transitoria e finale bensì disposizione finale, in quanto legata indissolubilmente alla forma repubblicana dello Stato e al principio, stabilito dall’articolo 139 della Costituzione, per cui la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

Voglio ricordare che la natura finale della XIII disposizione è stata sottolineata da insigni costituzionalisti, oltre a quelli già citati dal collega Del Pennino, come Ettore Gallo, Malagugini e Galante Garrone. Cosa significa questa disposizione se non il giudizio, che non può essere rimosso con superficialità e cancellato con un colpo di spugna, su tragici eventi storici e sulle relative responsabilità? Questo giudizio va ribadito con forza, ancora una volta, proprio quando, con il disegno di legge costituzionale, si vogliono far cessare gli effetti del primo e del secondo comma della disposizione, annullando così, a nostro parere, il giudizio storico sulle pesanti colpe di Casa Savoia.

Il problema non è quello di discettare sulle diverse argomentazioni giuridiche a sostegno della transitorietà o meno della norma, bensì quello di condividere o meno le motivazioni di fondo che spingono all’adozione del provvedimento legislativo. Quale carattere di urgenza riveste questa iniziativa di revisione costituzionale che inaugura addirittura la legislatura? Le nostre preoccupazioni non sono per le istituzioni repubblicane, per i rischi riguardanti l’ordinamento repubblicano, perché nella coscienza dei cittadini sono ben radicati i valori della rappresentanza elettiva e non certo quelli della rappresentanza dinastica.

Quale opportunità politica, a distanza di pochi giorni dalla "Giornata della memoria", dalle commemorazioni dei tragici avvenimenti della seconda guerra mondiale a questa iniziativa?

Le nostre preoccupazioni, è stato già detto da chi mi ha preceduto, sono soprattutto rivolte all’intento revisionista della nostra storia nazionale che il provvedimento sottende.

Ho citato la "Giornata della memoria", signor Presidente, ma la questione principale, oggi in relazione ai problemi dell’educazione democratica delle nuove generazioni, è di rinnovare e rafforzare la memoria storica collettiva circa gli eventi che hanno contrassegnato la storia del nostro Paese determinati dalle scelte di Casa Savoia, che se ha il merito dell’unità d’Italia ha anche le gravissime responsabilità storiche di aver appoggiato fin dall’inizio, avallato e sostenuto il regime fascista, causa di tante tragedie per il popolo italiano.

Signor Presidente, si è parlato di diritti individuali fondamentali, di violazione del principio di libertà di circolazione e, in un certo qual senso, di rendere giustizia a persone incolpevoli che non portano alcuna responsabilità propria per i tragici eventi.

Noi Comunisti italiani proprio questa mattina (certamente risulterà dal Resoconto), insieme ad altri colleghi di diverse forze politiche abbiamo presentato un disegno di legge per rendere giustizia ai 700.000 italiani militari e civili che hanno vissuto in condizioni di lavoro coatto nei lager nazisti (quelli che sono chiamati "gli schiavi di Hitler"), costretti per ben 20 mesi a lavorare per la macchina bellica del regime hitleriano, privati dello status di prigionieri di guerra e sottoposti a trattamenti inumani.

Erano stati assunti impegni specifici da parte di questo Governo, ma soprattutto dal Governo tedesco, che nell’agosto 2000 stabilì l’emanazione di un provvedimento di concessione di erogazioni specifiche, di benefici a chi ha tanto sofferto.

Il nostro disegno di legge viene presentato sostituendoci a quella che doveva essere una necessaria e giusta iniziativa del Governo. Abbiamo presentato varie interrogazioni alle quali non si è data risposta anche perché il Governo tedesco, nell’agosto 2001, allo scadere dei termini per la presentazione delle domande con motivazioni molto discutibili sia sul piano giuridico che storico, ha valutato negativamente la titolarità dell’indennizzo da parte degli ex internati militari italiani e, forse, anche degli internati civili escludendo di fatto dal riconoscimento la quasi totalità degli italiani (ben 90.000 cittadini che hanno presentato l’istanza).

Abbiamo chiesto al Governo di intervenire sul Governo tedesco, perché siano soddisfatte le legittime istanze di coloro che, vittime dell’inumano comportamento della Germania nazista, ad oltre 56 anni di distanza dai tragici eventi aspettano giustizia per la violenza subita, un pur minimo riconoscimento morale e materiale e, soprattutto, il ripristino della verità storica.

Ecco perché, signor Presidente, a distanza di qualche giorno dalla "Giornata della memoria" non possiamo non ripensare a tutto questo, perché nessuna giustizia viene fatta per gli internati mentre, in tutta fretta, si vuole risolvere il problema dei Savoia.

Non vogliamo ripercorrere un secolo di storia nazionale, ma come non ricordare oggi la responsabilità di Casa Savoia nel non avere sottoscritto il decreto con la richiesta di stato d’assedio presentato dal capo del Governo Facta, che avrebbe posto subito fine alla marcia su Roma? Con questo atto grave, insieme al congedo di Facta, fu congedato anche il sistema democratico e così i Savoia legarono le proprie sorti, e quelle della dinastia, al regime che si venne instaurando.

Subentrarono poi gli anni delle complicità: brogli e intimidazioni elettorali avallati dai Savoia e denunciati da Matteotti prima del suo assassinio; modifiche allo stesso Statuto Albertino che trasformarono l’Italia in regime; tutte le iniziative politiche e tutti i decreti e provvedimenti avallati e sanzionati da Casa Savoia nel ventennio fino all’estate del 1943; la partecipazione italiana ai vari conflitti; la guerra civile spagnola; l’alleanza con la Germania nazista; la tragedia della seconda guerra mondiale con i suoi infiniti lutti e distruzioni; la sottoscrizione del 1938 delle leggi razziali e di tutte le altre leggi liberticide.

Infine, la fuga ingloriosa a Pescara e poi a Brindisi, lasciando la capitale e buona parte del territorio nazionale indifese, che segna il destino di una dinastia che ha fatto, sì, l’Italia ma che poi l’ha abbandonata a se stessa.

A fondo di questo brevissimo excursus storico, signor Presidente, la domanda è ancora la stessa: perché la legislatura deve iniziare con questo segnale politico di affossamento della verità e della memoria storica? Non è questo allora un altro tassello di quel revisionismo storico che tende ad offuscare i valori e le idealità della Repubblica e della Costituzione nata dalla Resistenza? Quando i Savoia ed i pretendenti al trono riconosceranno senza ambiguità e riserve mentali la Repubblica e la sua Costituzione? Quando faranno ammenda di avere sostenuto e condiviso la nascita di un regime autoritario che poneva fine alle garanzie e alle libertà dello stesso Statuto albertino? Quando i membri di casa Savoia decideranno di restituire l’intera documentazione degli archivi, i beni, compresi quelli artistici ed archeologici, che appartengono allo Stato italiano? Ecco perché diciamo no.

Questo provvedimento non è assolutamente urgente perché non opportuno; è preoccupante il revisionismo storico che lo ispira anche perché non è ancora emerso con tutta chiarezza che non si vuole in alcun modo incrinare i valori essenziali che stanno alla base e che motivarono l’adozione della XIII Disposizione.

Ecco perché diciamo no: perché alla luce di tutto questo non si è posta ai discendenti di casa Savoia nessuna condizione per l’ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale. Al di là di un giuramento che sarebbe stato nel loro caso più che doveroso, i discendenti di casa Savoia non hanno nemmeno chiaramente detto che osserveranno il dovere di fedeltà alla Repubblica, prescritto dall’articolo 54 della Costituzione.

Per tutti questi motivi, signor Presidente, esprimiamo il nostro dissenso fermo dall’iniziativa di revisione costituzionale su cui, in piena coscienza, esprimeremo il nostro voto contrario. (Applausi dal Gruppo Misto-Com).