Intervento sulla nuova legge per l’immigrazione

Sul merito della legge ho detto nell’intervento in Aula e nell’allegato intervento scritto. Adesso, se me lo si consente, vorrei andare oltre. Alcuni giorni fa sul quotidiano Il manifesto era pubblicata una notizia di cui recito letteralmente il titolo: "Temeva l’espulsione. I Uccide. Si chiamava Housseinou Sakho, 35 anni, senegalese. Rinvenuto il corpo in un torrente". Erano i giorni in cui si avviava questo dibattito in aula. Proprio i giorni in cui – i colleghi Senatori lo avranno notato – centinaia di lavoratori migranti davano vita, proprio qui, davanti a Palazzo Madama, a un presidio di dire di no a questa legge. Sapete, sono frequenti tali presisi, quasi un rito che forse per alcuni costituisce un disturbo, un intralcio ai dibattiti anche appassionati che si svolgono in questo luogo alto. Si tratta di una voce, invece, che suggerirei di ascoltare più spesso e con attenzione, perché in quei presidi, in questo presidio, si ascoltano verità, si osservano spaccati sociali spesso molto lontani dalle decisioni che si assumono in quest’Aula. La legge che vi apprestate ad approvare rappresenta a nostro avviso più di altre, pur molto gravi, il segno di una mutazione genetaica in corso da mesi negli elementi fondativi della nostra repubblica. Una repubblica che era nata ed è vissuta, pur fra contrasti anche asperrimi, interpretando ed espandendo alcuni princìpi essenziali, dall’unità nazionale alla solidarietà, dalla coesione sociale all’accoglienza. Questo è stato l’alveo in cui si è riconosciuto un Paese che nel punto più alto del suo progresso sociale – gli ani 70 – comprendeva la stragrande maggioranza delle forze politiche in un arco fortemente conflittuale, ma unito su quei princìpi, che non a caso era stato chiamato arco costituzionale. E sebbene, nonostante la risibile vulgata che riempie di menzogne la memoria collettiva, il Pci non fosse mai stato al governo, il valore che cementava questo arco era l’elemento fondativo della Repubblica, l’antifascismo. Caduto quel sistema, stiamo assistendo ad un imbarbarimento di cui questo governo è la rappresentazione più efficace. Non voglio tediare nessun con un lungo elenco di leggi approvate, note a tutti, che – è vero – stanno già cambiando l’Italia in un’altra cosa, in un’altra repubblica. Oggi, con questa legge della vergogna, il governo passa un nuovo Rubicone, ove non bastano i profluvi di parole, i sottili sofismi, i dotti riferimenti, le argomentate disquisizioni, per coprire neppure con una foglia di fico la natura anticostituzionale, antieuropea, xenofoba di questa legge. Questa legge non regola alcuna immigrazione, ma solamente le paure ancestrali del diverse che albergano in alcuni strati della nostra società. Non aiuta il sistema delle imprese, perché le costringe a rapporti di lavoro in nero e irregolari. Dileggia qualsiasi criterio di solidarietà, non come categoria dello spirito, ma come strumento politico di ragionevole composizione dei conflitti e di governo dei fenomeno epocali a cavallo del secolo.

La legge è semplicemente un abbaglio ideologico, un prezzo pagato alla iena della xenofobia, il risvolto giuridico della subcultura della repressione e della violenza di uno Stato che sta smarrendo i fondamentali delle tutele e delle garanzie universali, che si sta ritirando nella sua insostenibile leggerezza dalla società, ma che aumenta in modo pesante il carico del suo apparato di controllo e di dominio. Sono molto pessimista sul futuro di un Paese che giorno per giorno si sta militarizzando, sul piano interno e sul piano internazionale. C’è un filo sottile che unisce le parole su quella sorta di legione straniera proposta dal ministro della difesa e le navi da guerra incaricate di presidiare i sacri confini. Io denuncio in quest’aula il pericolo dell’avvio, certo, in modo morbido, drogato da una riduzione della politica al salotto di Vespa e Costanzo, di una deriva plebiscitaria, cioè di un cambiamento strutturale, tendenzialmente permanente, in contrasto evidente con la legge fondamentale, dei princìpi ordinatori della repubblica italiana, con un taglio secco dei diritti dei cittadini, un cambiamento che usa i media come strumento principe del consenso, nasconde la verità sull’altare del sondaggio, esclude i cittadini, i lavoratori in carne ed ossa da ogni partecipazione. Eppure, come ben sapete, l’articolo 3 della Costituzione dispone che la "repubblica rimuova gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese". L’approvazione di questa legge è spia di un allarme gravissimo, che rappresenta un problema – me lo si consenta – di coscienza sociale e civile da parte di ciascuno di noi. Il Paese, non più percosso e attonito, sta rispondendo. Piaccia o meno. E non parlo solo della straordinaria esperienza del Palavobis, che suggerirei di non sottovalutare o liquidare. Parlo, per esempio, della grande manifestazione del 19 gennaio proprio qui a Roma, proprio contro questa lex orribilis. Occorre perciò che quest’aula sia sovrana. Sovrana, certo e obbligatoriamente. Ma non sorda. Separata dalle tante voci della società. C’è una grave malattia, signor Presidente La mia è una dichiarazione di voto contrario. Ma questo è ovvio, scontato, e , specialmente, troppo poco. Io vorrei dire qualcosa di più. Mercoledì scorso il quotidiano Il manifesto pubblicava un articolo di cui leggo alcuni stralci: "Temeva l’espulsione, si uccide. Si chiamava Housseinou Sakho, 35 anni, senegalese. Rinvenuto il corpo in un torrente". Questo che ho fatto è un solo esempio della cronaca di questi giorni. Una cronaca terribile, che indica simbolicamente la mutazione genetica in corso da mesi in tanti elementi fondativi della nostra Repubblica.

Una Repubblica democratica che era nata, ed è vissuta, pur fra contrasti anche asperrimi, pur nel fuoco della lunga fase della guerra fredda e della coesistenza pacifica, interpretando ed espandendo alcuni princìpi che erano stati posti alla base della convivenza civile e della coesione sociale. Primeggiava fra questi il principio della solidarietà che era in qualche modo il portato delle grandi culture politiche che avevano informato la Costituzione della Repubblica, la cultura laica, la cultura cattolica, la cultura socialista, la cultura comunista. Questo è stato l’alveo in cui si è riconosciuto un paese che nel punto più alto del suo progresso sociale e della sua civiltà comprendeva la stragrande maggioranza delle forze politiche in un arco fortemente conflittuale, ma fondato su quel principio condiviso di solidarietà; quell’arco che non a caso era stato chiamato arco costituzionale, e che non a caso era coeso da un collante che si espandeva, quello dell’antifascismo. Caduto questo presupposto politico – istituzionale, resi progressivamente obsoleti quei valori