Attualità dell’antifascismo per le democrazie europee

Attualità dell’antifascismo per le democrazie europee

L’intervento di Armando Cossutta

Roma, 20 maggio 2002

L’Europa che si sta costruendo, o meglio l’Europa cui noi guardiamo, è nata antifascista, concepita nel pieno della battaglia antifascista. Risale alla lotta antifascista il manifesto europeista di Ventotene – isola di confino per gli antifascisti – di Altiero Spinelli. A quel manifesto redatto nel 1941 ancora oggi noi ci richiamiamo mentre si sta lavorando per la Costituzione Europea. Ad Altiero Spinelli che fu eletto nelle liste del PCI è intitolata oggi a Bruxelles la sede del Parlamento Europeo. E bene ha fatto Einaudi a ripubblicare in questo momento le lettere dei condannati a morte dei vari paesi d’Europa. Sono gli eroi dell’Europa, di diversi paesi e di diverse culture, che si richiamano, morendo, agli stessi ideali, agli stessi valori di libertà e di giustizia. Ed a quei valori dell’antifascismo europeo ci richiamiamo noi stessi, oggi. E per la verità furono personalità autenticamente antifasciste – non di sinistra – che gettarono negli anni cinquanta le basi della costruzione europea: Spaak, Bidault e De Gaulle, Adenauer, De Gasperi: uomini di Stato antifascisti, animati da una visione antifascista come visione permanente della politica e della società.

Antifascisti, antifascismo, dunque, non soltanto per la lotta contro la dittatura e contro i nazifascisti nella guerra, ma contro le concezioni e la pratica che avevano portato alla dittatura ed alla guerra. E antifascista – più di ogni altra – è la nostra Costituzione, permeata dal principio alla fine di quei valori di libertà, di giustizia di eguaglianza che erano già nel manifesto di Ventotene e poi nella guerra di Liberazione. Sono ancora valide oggi quelle istanze? Io penso di si, anzi oggi più che mai, di fronte al vento di destra, gonfio di pulsioni fasciste, che soffia oggi in Europa. A quali istanze mi riferisco? certo, in primo luogo alla questione sociale e con essa alla questione dei diritti. Sembravano a noi cose ovvie, nel ’45-’48, quei diritti, quei principi, sanciti nella Costituzione. Sembravano ovvi, dopo la ventennale lotta antifascista e dopo la gloriosa guerra di Liberazione. Ma ovvi non erano e non sono, ed oggi sarebbe impossibile sancirli nella Costituzione, e non sarebbero stati sanciti in essa se non vi fosse stata la lotta antifascista e la guerra di liberazione antifascista. Rileggiamo l’articolo principe, l’articolo 3 della Costituzione: "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Si esprime in tutto il dettato Costituzionale la prevalenza dell’interesse sociale, generale, e quindi il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato: per il lavoro, per la salute, per l’ambiente, per l’istruzione. Emergono, via via, i diritti inalienabili, propri della battaglia antifascista: al di là e oltre la guerra di Liberazione intesa come liberazione dallo straniero e dalla dittatura, sono i diritti contro ogni visione e ogni pratica razzista e xenofoba, a sostegno di una visione umana della democrazia, che è di sinistra e non di sinistra, socialistica e cattolica, fondata su solidarietà e accoglienza; il diritto all’istruzione e cioè istruzione per tutti, non per classi e per ceti; il diritto ad una giustizia eguale per tutti; all’informazione ( e sapete di che cosa si sta parlando) Questi valori sono oggi fortemente minacciati e già compromessi; il vento di destra che si respira dalla Francia all’Olanda, dall’Irlanda all’Austria, prima che un fattore politico è un fattore sociale, culturale, e rappresenta un pericolo reale (non effimero, o transitorio) di fascismo, se si tiene conto che sono sempre pronte per manifestarsi le permanenti pulsioni reazionarie che covano sotto traccia, che appartengono alla natura stessa dell’uomo, alla bestia che è dentro la società, al mostro, come lo vedevano i grandi artisti, che è il fascismo. Guai ad abbassare la guardia! Ed invece si è lasciato correre: questa è la principale e più grave responsabilità della sinistra che si è assisa e poi si è accodata mentre doveva essere allerta in ogni istante, con cedimenti uno dietro l’altro come se si trattasse di una "logica" inevitabile, sino ad accettare, a subire senza reagire la concezione che fa prevalere il profitto su ogni cosa, la sua "cultura", che è poi la cultura del denaro, la cultura del più forte, contro ogni ipotesi di solidarietà anzi di giustizia, contro ogni vera e moderna cultura democratica, quella dell’umanesimo, dell’umanesimo socialista e dall’umanesimo cristiano. La responsabilità in Francia come in Italia è della socialdemocrazia (si chiami PS o DS) La responsabilità in Francia come in Italia è dell’estremismo sociale e politico (si chiamino troskisti o PRC) che non capisce la gravità del pericolo della destra per cui centrodestra o centronistra, si è detto, è la stessa cosa, così come non si capiva neppure il pericolo del fascismo (1922) e del nazismo (1944). Ricordo io stesso che alla Falck, in piena guerra antinazista, i troskisti si rivolgevano con un appello paradossalmente vergognoso agli operai: "operaio, non sparare contro i tedeschi perché il tuo nemico non è il soldato tedesco, proletario come te, ma è il tuo padrone, il capitalista". Che non capisce la necessità delle alleanze. Ed invece senza l’alleanza fra sinistra e forze che non sono di sinistra ma sono democratiche e cioè senza centro sinistra non c’è speranza di vincere, né in Italia né in Francia né in Europa. Ha pesato enormemente il revisionismo; anche quello di "sinistra" – dell’estremismo di sinistra – con l’attacco alla Resistenza stessa in quanto considerata come un "compromesso", di quanti volevano una Resistenza "rossa", ma soprattutto ha pesato il cedimento vergognoso dei Ds alla pressione della cultura dominante. Faccio solo due esempi, quello grottesco del rientro dei Savoia con il quale si attua un cambiamento profondo della Costituzione (la XIII disposizione è finale e conclusiva non transitoria). Io non temo il figlio del re, quell’emerito gaglioffo, temo il ripudio della storia; e l’altro, circa "i ragazzi di Salò". Ci si è resi conti del danno enorme? Proprio qui dove la Salò di Mussolini, la Salò di Graziani, della Muti, della X Mas è stata ben più grave dell’azione di un Petain in Francia o di un Quisling in Norvegia. Ai francesi ed ai norvegesi non verrà mai in mente di "giustificare" le persone compromesse con Petain o con Quisling ed invece qui, dove i "traditori – come erano chiamati in tutta Europa gli asserviti ai nazisti – erano più numerosi che in qualunque paese d’Europa, i più crudeli, i più servi dello straniero, qui si è voluto appaiarli ai combattenti per la libertà della Patria. Io non so che cosa succederà. So che spetta a noi, non solo a noi, ma a noi comunisti, perseguire ancora la via della difesa democratica e dell’avanzata democratica, la battaglia per salvare non solo al pratica ma la cultura stessa della libertà e della democrazia, cioè la cultura dell’antifascismo, per tenere aperta la via del progresso sociale. Potremo farlo, con un progetto democratico che oggi non c’è ancora dentro l’Ulivo e con l’unità, attorno ad esso, con l’unità che non è unicità, ma è unità al di sopra di tutto.