LE RISTRUTTURAZIONI

LE RISTRUTTURAZIONI

L’uso degli ammortizzatori sociali negli ultimi decenni

Nino Galloni

Roma, 23 maggio 2002

L’articolo che segue è tratto da "La Rinascita" in edicola venerdì 24 maggio.

La legge 223 del lontano 1991 affrontava il problema, da una parte, del contenimento dell’uso smodato della cassa integrazione straordinaria (specie per la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale), dall’altra, della separazione tra sostegno dell’occupazione (vale a dire la stessa cassa integrazione) e mero sostegno del reddito (vale a dire la mobilità con cui cessa – a differenza della cassa – il rapporto tra il lavoratore e l’impresa).
Sotto il primo profilo – del contenimento quantitativo – i risultati sono stati oggettivamente significativi perché si è passati dagli oltre 8000 miliardi di lire di spesa della fine del decennio precedente al migliaio del decennio successivo; sebbene molte leggi o leggine "ad hoc" abbiano sopperito alle limitazioni introdotte dalle 223 – specie nei casi delle imprese o ex imprese a partecipazione statale – anche allungando i tempi oltre i canonici e generali 2+2 anni.

Sotto il secondo profilo, invece, i risultati si sono rivelati molto più deludenti per due motivi: a) l’uso della cassa integrazione straordinaria come anticamera della mobilità ordinaria per aggirare il superamento della cosiddetta mobilità lunga ed arrivare comunque ai prepensionamenti; b) gli accordi sindacali finalizzati a sostituire lavoratori più anziani e più pagati con giovani flessibili e meno costosi (in genere ciò incontrava il favore delle categorie professionali più basse e la resistenza, il più delle volte non efficace, dei quadri e delle categorie più elevate). E, quindi, mentre la cassa integrazione ordinaria (che si usa per brevi e concrete sospensioni il più delle volte a rotazione), ha svolto una sua funzione di ammortizzazione strettamente congiunturale, la straordinaria è servita sia per le ristrutturazioni e le riorganizzazioni (negli ultimi dieci anni le riconversioni si contano sulle punte delle dita di una mano), sia per avviare al prepensionamento lavoratori che, in base ai proclami sottoscritti da tutte le parti in sede di ragionamenti sulle pensioni, avrebbero potuto o dovuto rimanere in servizio ancora un po’. La mobilità, quindi, che sarebbe stato giusto chiamare disoccupazione anche al fine di non ingenerare equivoci nei confronti degli altri paesi dell’Unione Europea, ha rappresentato un cuscinetto più generoso per le categorie ammesse a tali ammortizzatori rispetto ai trattamenti di disoccupazione (in genere più limitati sia nel tempo sia come copertura percentuale dello stipendio o del salario).
Oggi, le categorie e le imprese ammesse al sistema degli ammortizzatori, pagano quasi il 5% del monte salari per cassa ordinaria, cassa straordinaria e mobilità; ma mentre queste ultime presentano un ampio disavanzo per la mobilità (lo scorso anno circa 1400 miliardi) e un discreto avanzo per la straordinaria (circa 700 miliardi), la prima presenta un avanzo consistente (che può arrivare fino a 3000 miliardi) ma che è stato sempre destinato, perché così prevede la legge, al fondo pensioni dei lavoratori dipendenti. Di tale situazione si lamentano le organizzazioni cosiddette datoriali che vorrebbero recuperare in qualche maniera o attraverso riduzioni dei versamenti (e, quindi, il ridimensionamento potenziale degli strumenti di ammortizzazione, così da aprire a legislazioni "speciali" nei casi di crisi vere e proprie) o attraverso una gestione cosiddetta bilaterale che comporterebbe (come sembra stia comportando nella sua attuale applicazione nel sistema bancario) una redistribuzione proporzionale al quantum versato e indifferente alle logiche di solidarietà e di intervento a fronte di vere emergenze come riorganizzazioni, ristrutturazioni e crisi.
Così, anche il mantenimento dell’art. 18 della legge 300/70 non basterebbe ad evitare quei licenziamenti discriminatori per causa di età resi possibili dalla combinazione di cassa integrazione straordinaria e mobilità. In una prospettiva di riforma, quindi, occorrerebbe, da una parte, completare la separazione tra strumenti di sostegno dell’occupazione – con un più marcato collegamento alla formazione cosiddetta continua – e strumenti di sostegno al reddito da riassumere sotto un’unica tipologia, non escludendo, anche qui, aiuti reali come la formazione stessa, ma prevedendo – sia in forma assicurativa, sia in forma mista – omogeneità nei trattamenti (tempi e assegno).