Una riflessione su globalizzazione, lavoro e stratificazione sociale

Una riflessione su globalizzazione, lavoro e stratificazione sociale

Cristina Aste

Genova, Giugno 2002

Le trasformazioni che investono la nostra società in questi anni sono un importante segnale di come sia in atto un grande processo di cambiamento che riguarda e riguarderà sempre di più le nostre vite.
L’evoluzione del sistema socio-economico mondiale non si è mai arrestato, ma la velocità di cambiamento degli ultimi decenni impone a ciascuno di noi di focalizzare con chiarezza il fenomeno di cui tutti facciamo parte. E’ altresì impossibile affrontare in modo totalitario il tema “globalizzazione” in quanto si parla di un insieme di fenomeni che hanno tra loro reazioni non lineari, complesse, spesso non apparentate, localistiche, a volte apparentemente discordanti, che a loro volta richiedono più piani di lettura. Siamo circondati, imbevuti, intrisi fino al midollo di “globalizzazione” ma, pur trovando questo fenomeno una grandissima rilevanza tra i media, spesso l’immagine che ne viene proposta risulta parziale, colpevolmente miope e semplicistica di un processo neutro dei nostri tempi, ineludibile ed astratto.

L’accezione più diffusa infatti è che si tratti di un fenomeno socialmente ed economicamente inarrestabile, di genere indefinito ma economicamente positivo, perché legato al nuovo millennio, alla diffusione di mercati, ricchezza, lavoro, informazioni, nuove tecnologie legate all’evoluzione del lavoro e dei sistemi produttivi.

Pur ritenendo indubbio che sia estremamente difficile calcolare i costi ed i benefici connessi alla globalizzazione, valutarne la loro durata, nonchè individuare i soggetti che ne sono maggiormente beneficiati o colpiti, si tace però troppo spesso degli aspetti sgradevoli e colpevoli, come dei risultati aberranti che essa produce, destinati ad aumentare a dismisura se non si interviene ad arginare il processo in atto dentro ambiti controllabili.

Pare che le ingiustizie della società liberista abbiano trovato un catalizzatore di forze che renda più semplice e veloce l’attecchimento da una società all’altra. Anche per i benefici ? Si, in parte è così, ma chi scrive ritiene che “il progresso non possa nutrirsi di cadaveri” e quindi il mostro che è dentro di noi deve essere combattuto con forza, coesione ed intelligenza.Una buon punto di partenza è a mio parere l’analisi delle trasformazioni più radicali e profonde che la globalizzazione produce : dall’evoluzione nel mondo del lavoro e negli equilibri economici delle attività produttive di ciascuno stato, ai processi di cambiamento che determina nella stratificazione sociale degli individui.

1) Il lavoro : tassazione e competizione

Il lavoro, l’elemento fondamentale che permette la costruzione di una propria identità sociale, contribuisce, insieme ad altri fattori, a collocare l’individuo all’interno di una società in quanto gli fornisce status e riconoscimento all’interno della stessa.

In Italia come in Europa, lo sviluppo economico e l’occupazione hanno creato all’inizio del 900 una stratificazione sociale molto marcata. Sviluppo e lavoro fino alla fine degli anni ’70 in Europa sono stati sinonimo di industria manifatturiera : quali che fossero le condizioni di lavoro, gli orari, i salari ed il tipo di lavoro svolto, il settore secondario ha rappresentato il presente ed il futuro del singolo e della famiglia dagli anni venti in avanti..

Negli anni ’50 e ’60, cioè il periodo di maggior crescita industriale del dopoguerra in Europa, l’offerta di lavoro era talmente superiore alla domanda che ciò ha comportato l’immigrazione di oltre 5 milioni di lavoratori. In quegli anni in cui il settore terziario, che è storicamente appannaggio della classe media, non era ancora molto sviluppato, la stratificazione sociale convogliava operai, braccianti, impiegati in uno schema rigido di appartenenza, semplicistico, ma sostanzialmente veritiero. Ad esempio gli indicatori sul potenziale di acquisto di ciascuna classe sociale risultavano marcatamente differenziati., anche se rapportati a quelli odierni parrebbero uniformi.

Soltanto più tardi, con gli anni 70′ e poi con l’inversione di tendenza compiuta nel decennio successivo, quando la de-industrializzazione ha creato in Italia circa 8 milioni di unità di lavoratori in eccesso, la sfida da vincere nel lavoro è diventata da allora più precisa, circostanziata allorché doveva soddisfare la domanda crescente di occupazione di giovani, donne, immigrati e forza lavoro convertita da altri settori definiti non più strategici. Questi soggetti risultavano nuovi e non assorbibili dal mercato di lavoro italiano, soprattutto perché il mercato non riusciva a garantire parità di condizioni con il lavoratore medio di stampo classico.

Negli anni 2000, i beni di consumo, anche quelli ad alto valore tecnologico, prodotti a prezzi sempre più competitivi e quindi fruibili a strati sempre più vasti di utenti, illudono sulla bontà del sistema liberista, sulla sua presunta democrazia nell’accesso alle informazioni, ai servizi, alle tariffe, alle opportunità.

Bisogna però dire con forza che il liberismo è tutt’altro che democratico e che la legge del “1 pollo a testa” (simile a “meno tasse per tutti”) in realtà significa due polli per qualcuno e zero per qualcun altro.

La libertà di consumo è in realtà una mistificazione portata avanti quale modello economico di progresso civile e viene vestita “politicamente” da registi tutt’altro che disinteressati (mi riferisco alla destra italiana e degli altri paesi in cui governa) : i padroni del mondo utilizzano i tetti delle nostre case per le loro antenne in cambio di un telefonino, chiudono le fabbriche per aprirle nei paesi dell’est con la scusa della recessione post 11 Settembre, lucrano sugli investimenti di ignari risparmiatori e poi evitano grazie all’insider trading il crollo di Enron e Westcom, investono all’estero per poi far rientrare i capitali grazie all’ennesima sanatoria, chiudono i cinema ed i teatri per far posto ai bingo, dividono i sindacati per colpire più sistematicamente i diritti dei lavoratori, mandano i propri eserciti a parteggiare nelle guerre civili di tutto il mondo atteggiandosi a sceriffi del pianeta, e si potrebbe continuare purtroppo a lungo.

In questa fase difficile di post-industrializzazione, in cui siamo ancora profondamente immersi, i modelli socio-economici proposti dagli studiosi sono vari : da quello “americano” (bassa sindacalizzazione e bassi salari) su cui la destra italiana ed europea sembrano puntare in modo deciso, a quello “etico-bilanciato” strutturato su una rete protezionistica di un paniere di prodotti che possa garantire ricavi mai al di sotto di una certa soglia, e quindi in grado superare il modello dei paesi del real comunismo crollato nel dirigismo statale, con forza lavoro coatta, mal pagata e poco tutelata.

In questo quadro così preoccupante, si può osservare in modo oggettivo come la globalizzazione incida profondamente sulla tassazione operata nei singoli stati nazionali, che tende progressivamente a gravare sempre più su fattori immobili, come le imprese ed il lavoro (più difficilmente spostabili), più che su quelli mobili (ricchezza finanziaria), che risultano sostanzialmente meno radicati.

Questa correzione di rotta dei prelievi fiscali nazionali risulta oltremodo preoccupante, soprattutto in considerazione della competizione accresciuta dai seguenti fenomeni collegati: a) crescita esponenziale del tasso di innovazione tecnologica e organizzativa (maggiore probabilità e frequenza dell’obsolescenza di imprese o settori economici); b) maggiore concorrenza da parte dei paesi emergenti (che competono con salari più bassi e con soglie inferiori di tutele giuridiche; c) maggiore concorrenza fra i paesi sviluppati sul piano della pressione fiscale e dell’efficienza politico-amministrativa.

Visti i risultati pressoché nulli di chi nelle istituzioni a parole si ripropone ad ogni occasione di agire per correggere le storture del processo (ma che colpevolmente non si impegna a fondo – vedi il G8), le posizioni non allineate (che ritroviamo nel periodico Le Monde Diplomatique” di J. Ramonet con lucide analisi critiche) sono portate avanti con qualche successo soltanto dal “popolo di Seattle” che non perde occasione per infastidire i potenti e fare proselitismo ad ogni latitudine, grazie alla cassa di risonanza dei media.

Il livello trasnazionale delle soluzioni deve quindi avviarsi verso nuove formule di politica sociale, di welfare e redistribuzione e di finanziamento, per puntare ad una struttura di maggiore sostegno alla cooperazione democratica, basata su politiche economiche e sociale integrate, non dei singoli paesi, ma concordate ad attuate all’interno dei principali sistemi economici sovranazionali..

Su questo punto ci aspettiamo molto dall’Europa : L’Unione Europea può inserirsi nel meccanismo del sistema neoliberista ed influenzare e correggere il processo in corso; ha sicuramente i mezzi e l’autorevolezza per farlo, se riesce a dotarsi di una volontà politica sufficiente, a partire dai membri del Parlamento europeo che devono essere più reattivi su questi temi.

2) La stratificazione sociale

I due criteri maggiormente utilizzati per definire la stratificazione sociale sono : la classe sociale ed il ceto. La prima è il rapporto degli individui nei confronti dei mezzi di produzione, la seconda è il raggruppamento rispetto alla distribuzione del prestigio connesso all’appartenenza ad uno status o a un gruppo professionale, anche se nel gergo comune il ceto tende ad essere ricompreso nella classe sociale.

Tutte le società complesse si contraddistinguono per una distribuzione ineguale delle risorse fra i gruppi di individui che le compongono. Le risorse rispetto alle quali si generano posizionamenti sociali differenziati sono sia di tipo immateriale (potere, autorità, prestigio, istruzione, competenze professionali), che materiale (beni stabili e patrimoniali, risorse e mezzi di produzione, ecc.).

A seconda dell’ammontare e del tipo di risorsa controllata, a ciascun individuo o gruppo familiare viene riconosciuta una determinata posizione, l’appartenenza ad uno strato sociale. L’insieme degli strati e l’ordinamento gerarchico ad essi assegnato, identifica quella che viene chiamata stratificazione sociale.

In base alle risorse e ai processi analizzati, è possibile analizzare diversi modelli di composizione della stratificazione sociale; in ogni paese del mondo i processi di globalizzazione influiscono in modo importante sulle società ed i loro modelli di aggregazione.

Un recente studio del sociologo Luciano Gallino, pubblicato da Laterza nel 2001, studia la piramide sociale della stratificazione sociale moderna in senso globale ed individua ben tredici principali gruppi sociali : il più alto è quello degli uomini che controllano economicamente e politicamente le istituzioni a livello mondiale (ONU, Banca Mondiale, multinazionali, ecc), seguono i capi dei maggiori partiti politici, le alte sfere della magistratura i professionisti al massimo livello, gli scienziati di fama, ecc. arrivando all’estremo opposto della struttura con i detenuti, i profughi, i vagabondi, i ricoverati dei nosocomi, ecc.

In mezzo sta il grande blocco della cosiddettta classe media che, nelle sue sfaccettature diverse, contiene ai piani intermedi tutti noi. Abitando tendenzialmente nel mezzo, si tende a dimenticare l’estensione verso l’alto, come verso il basso, ma i nuovi “padroni del mondo” risultano ben identificati e distinguibili in modo oggettivo : sono coloro che possono decidere dei destini dei loro simili e che mai li vedranno in faccia, che possono riunirsi in qualsiasi parte del mondo sicuri che i governo nazionali si prodighino per la loro sicurezza, bloccando città intere affinché non siano turbati da inopportune critiche e dimostrazioni di disaccordo.

Il loro potere non poggia su basi democratiche, essi dispongono di un potere fuori dalla portata, e spesso dalla comprensioni, dei popoli e dei meccanismi che governano e che gli stati nazionali osservano compostamente da una posizione tributaria e sottoposta (Domenico Secondulfo – Consumi & Simboli 2001).

Per i governi occidentali che dettano le leggi ed i parametri del mercato e dell’economia, l’operazione di sottomissione del secondo e terzo mondo risulta ancora più spianata dall’indebitamento, che pone questi ultimi sotto un controllo ed un’oppressione ancora più diretta ed asfissiante

3) La reazione al processo ed i rimedi

ONU, stati nazionali, G8, Unione Europea, ONG sono tutti impegnati per trovare soluzioni agli squilibri ed alle ingiustizie del mondo ma fino ad oggi l’impegno ed i mezzi profusi sono scarsi ed insufficienti.

Decisioni prese dall’alto e generiche non possono comunque avere successo perché sono correzioni all’interno del sistema, non alternative ad esso.

Soltanto la partecipazione attiva delle classi sociali a tutte le fasi della produzione (formazione, contrattazione, innovazione, controllo) può essere in grado di scongiurare gli effetti deleteri della globalizzazione, innescata come un processo irreversibile foriero di povertà e debolezza per i lavoratori di tutto il mondo, in grado di incrinarne tutele, profitti ed in taluni casi persino la sopravvivenza (si pensi all’entrata della Cina nel WTO e della rottura completa degli equilibri, standard, costi, livelli produttivi che esso comporta).

Al tavolo di Ruesta del 1997 (Incontro intercontinentale per l’umanità e contro il neoliberismo), si è svolta un’ampia analisi del mondo moderno e dei modelli che si impongono sui vari mercati economici nazionali. Fra le molte coraggiose conclusioni cui si è pervenuto, vi è stata la presa di coscienza che il potere istituzionale è potere vano, debole ed etereo se non si controllano gli strumenti che organizzano e strutturano la società civile, se la struttura economica, sociale e geopolitica degli stati rimane in mano alla logica capitalistica del mercato.

Pertanto la strategia alternativa deve essere incentrata su un ampliamento della società civile e su un’inevitabile immersione di essa nel mercato. Questo non è un concetto nuovo : trae le sue origini dalla tradizione socialista, sindacalista e anarchica del novecento ed è stata sostenuta già nella prima parte del secolo da Antonio Gramsci.

L’accezione della società civile come di un corpo da immergere come una spugna nell’economia del mercato, con tutta la fase compromissoria e di mediazione che ciò comporta, si contrappone all’appropriazione liberale o, agli opposti, al socialismo pro-statalista e al dirigismo economico.

Lavorare nella società civile, farne parte integrante, richiede capacità di aprire spazi di influenza politica, economica, di solidarietà e sussidiarietà, ecc; in sostanza significa contribuire a formare una comunità. Questo termine ha ormai assunto un’accezione antitetica a quello di società a cui un tempo era correlato. La società moderna è sempre più intesa come struttura sociale individualista, utilitarista, competitiva, calcolatrice, di forti e amorali depredazioni nei confronti degli elementi più deboli.

Ecco dunque quanto ci serve : bisogna iniettare il modello di comunità alternativo e solidale, conseguenza di legami affettivi, lavoro comunitario e crescita equilibrata in funzione del miglioramento delle relazioni umane e non avvilirle con il cinico calcolo dei benefici come avviene nella società del capitale.

Influenzare la società civile con un modello comunitario significa dunque conquistare spazi, auto-organizzarsi non solo politicamente, ma anche economicamente e quindi ottenere e sostenere i sacrifici dei singoli per il bene collettivo. Creare dunque un’alternativa al sistema non significa affatto quello che alcune ONG, pur con l’animo puro e caritatevole, stanno operando per supplire alle mancanze del sistema e coprirne le deficienze.

Al contrario la lotta al capitalismo va condotta dall’esterno del modello di consumo e depredazione e quindi è quanto mai necessario recidere il cordone ombelicale che ci lega ad esso : soltanto all’esterno del modello produttivo attuale e delle sue logiche di profitto e sfruttamento, si può mettere in crisi un lento ma progressivo scardinamento delle logiche liberiste e la concreta attuazione di un’alternativa credibile.