IL GOVERNO, LA RICERCA ED IL MODELLO DI SVILUPPO

IL GOVERNO, LA RICERCA ED IL MODELLO DI SVILUPPO

Paolo Saracco

Roma, 4 giugno 2002

Il Governo Berlusconi ha recentemente approvato nuove "Linee Guida per la politica scientifica e tecnologica del Governo", i cui aspetti principali verranno inseriti nel DPEF, che saranno di base per la riscrittura completa del Piano Triennale della Ricerca (PNR). Il Governo, dopo aver provveduto con la Finanziaria 2002 ad un consistente taglio di finanziamenti per la ricerca, promette di incrementare le risorse disponibili di 5800 Mln di Euro, a regime nel 2006, subordinando pero’ tale obiettivo al raggiungimento di una crescita media del PIL del 2,5% nei prossimi 4 anni. Si tratta quindi di risorse la cui disponibilita’ effettiva e’ perlomeno discutibile, anche non considerando la probabilita’ di ulteriori revisioni al ribasso della spesa statale conseguenza, ad esempio, della proclamata volonta’ di una revisione della politica fiscale. Tenteremo qui pero’ di analizzare questa proposta nell’ipotesi che queste risorse si rendano disponibili, per lo meno in parte, poiche’ in caso contrario l’intero documento governativo si ridurrebbe ad un puro esercizio accademico.

Anzi val la pena di sottolineare che, dal punto di vista politico e’ gia’ una scelta non condivisibile quella di rendere disponibili finanziamenti (aggiuntivi) per l’innovazione solo in misura subordinata al reperimento nel bilancio dello Stato di risorse fresche: in qualche misura cio’ la dice lunga sulle priorita’ che questo Governo si e’ dato e si dara’. E cio’ a prescindere da un’analisi dettagliata del piano. In secondo luogo e’ bene sottolineare come gli unici passaggi parlamentari a cui sara’ possibile fare riferimento per intervenire sulla materia sono quelli relativi alla predisposizione del DPEF e, successivamente, delle Leggi Finanziarie: a valle di questi passaggi la gestione dell’intera partita – dalla stesura del PNR alla sua gestione – sono atti di competenza ministeriale che non prevedono, se non a consuntivo, un ulteriore esame parlamentare. Nel merito il piano si basa essenzialmente sulla definizione di un’unico obiettivo per l’intero sistema di italiano di ricerca e di R&S, pubblico e privato: l’aumento del tasso di competitivita’ dei settori industriali che potenzialmente deriva dall’effetto moltiplicatore degli investimenti nei settori cd. "tecnologici". Ne consegue un’articolazione del piano in 4 assi di spesa che consente di essere cosi’riassunta: circa l’11% delle risorse che saranno disponibili andranno ad incrementare il finanziamento alla ricerca di base, il resto verra’ indirizzato al sostegno diretto ed indiretto alla ricerca industriale (circa il 40% per il tramite di attivita’ di ricerca finalizzata dei soggetti pubblici, circa il 40% come sostegno diretto alla ricerca industriale ed il restante 9% utilizzando gli strumenti disponibili di programmazione territoriale). Si tratta secondo noi di una lettura parziale e potenzialmente fuorviante della complessita’ del problema: cio’ in primo luogo perche’ prescinde da almeno quattro considerazioni di ordine economico tutt’altro che trascurabili. La prima riguarda la distribuzione per settori merceologici delle imprese italiane: largamente prevalenti in misura percentuale – sia in termini di numero di aziende, sia in termini di fatturato, sia in termini di addetti – sono i settori tradizionali ed a basso contenuto di tecnologia e, quindi, di valore aggiunto, il che rende storicamente refrattario il sistema industriale italiano alla mera offerta di innovazione. Si tratta di una differenza assolutamente non secondaria rispetto, ad esempio, al sistema industriale americano o britannico dove dal sistema industriale proviene una consistente domanda di tecnologia e di innovazione. La seconda riguarda la frammentazione del sistema produttivo, dato ben noto, dal quale discende pero’ una cronica incapacita’ del sistema a proporsi nei settori innovativi a causa principalmente della difficolta’ delle piccole imprese a concepire e realizzare programmi che prevedano un investimento sul medio-lungo periodo: dal punto di vista della propensione all’innovazione risulta estremamente discutibile considerare tra le potenzialita’ del sistema industriale italiano, come esplicitamente fa il Governo, la dimensione media delle aziende – in virtu’ della flessibilita’ di sistema che ne deriverebbe – piuttosto che invece considerarla un handicap. La terza questione risiede nella particolare rigidita’ del sistema creditizio che rende difficile, in Italia sempre a confronto con la situazione americana, il reperimento di capitale per il finanziamento di nuove imprese, generalmente piccole o medio piccole, ad alto tasso di innovazione, per le quali naturalmente il tasso di rischio implicito nell’investimento e’ piu’ elevato. La quarta considerazione attiene ad una attenta lettura dei cicli economici e delle loro dinamiche – analisi al di fuori degli scopi di questo documento – che si puo’ pero’ cosi’ riassumere in estrema sintesi: non esiste comunque un automatismo tra crescita della disponibilita’ di tecnologie e competenze innovative e crescita economica, relazione che si instaura quando e dove sia comunque disponibile un mercato – dei consumi privati, della domanda industriale o di quella dai servizi – al quale destinare prodotti innovativi. In assenza di questa condizione l’offerta di innovazione in se’ si concretizza, per bene che vada, in mera innovazione di processo. Da cio’ discende come l’obiettivo che il governo si pone sia di discutibile perseguibilita’, anche prescindendo da considerazioni di ordine piu’ generale, che pure andrebbero fatte: in particolare anche da questo documento sembra emergere la volonta’ di drogare la crescita economica, piuttosto che quella di costruire le condizioni per renderla stabile ed equa nelle sue conseguenze sociali. Che cio’ si ottenga con la svalutazione competitiva, con la riduzione del peso fiscale per le sole imprese o con un sostegno indiretto alle imprese come proposto di fatto in questo documento governativo e’ tutto sommato irrilevante: il comune denominatore sta nel considerare la crescita economica come un dato avulso rispetto alle esigenze complessive della societa’. Nello specifico cio’ richiederebbe, ad esempio, di porre al primo posto tra gli obiettivi del sistema di ricerca italiano, ed in particolare del segmento pubblico, la questione di come la disponibilita’ di nuove conoscenze e tecnologie si distribuisca nella societa’ senza generare ulteriori diseguaglianze in termini, ad esempio, di marginalizzazione rispetto al mercato del lavoro di ampie fasce di lavoratori o di fruibilita’ sociale della conoscenza e dei suoi derivati. Dal punto di vista della funzionalita’ del sistema pubblico l’impatto rischia di essere devastante: l’iniezione di una cosi’ ingente mole di risorse (se mai sara’ disponibile) in una maniera cosi’ squilibrata sia negli obiettivi, sia nei settori di intervento previsti (infoscienze, biooscienze e nanotecnologie essenzialmente) ed in un sistema storicamente in carenza di risorse, non potra’ non avere per conseguente un complessivo riorientamento degli interessi e dell’attivita’ dei soggetti pubblici in una logica subordinata al rapporto con le imprese; per dirla con uno slogan si tratta di usare soldi pubblici per comprare ad un interesse di natura privata l’attivita’ di soggetti pubblici. E cio’ vale, si badi bene, in primo luogo per gli Atenei. E’ infine grave da un punto di vista istituzionale che si subordinino scelte di medio-lungo periodo come l’assetto della rete degli Enti Pubblici di Ricerca alla definizione degli obiettivi del PNR: e’ come dire, per fare solo l’esempio piu’ eclatante, che l’esistenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche – il piu’ grande ente di ricerca italiano – esiste solo in funzione degli obiettivi che di 3 anni in 3 anni vengono posti nel piano nazionale della ricerca. In termini occupazionali la previsione che viene fatta e’ di circa 54000 nuove assunzioni di personale addetto alla ricerca, di cui circa 30000 – estrapolando i dati contenuti nel piano – nel settore pubblico ed i restanti 24000 nel privato: si tratta pero’, e cio’ viene esplicitamente dichiarato, esclusivamente di assunzioni a tempo determinato. Cio’ porterebbe il tasso di occupazione di tipo precario nel settore pubblico ben oltre il 50% del totale degli addetti alla ricerca, un dato evidentemente insostenibile per le istituzioni stesse, anche prescindendo dalla nostra opposizione di principio alla precarizzazione del lavoro.