Un’Europa per tutti

Un’Europa per tutti

Un mondo multipolare per una diversa globalizzazione

Relazione di Iacopo Venier

Firenze, 14 giugno 2002

Care amiche cari amici, compagne e compagni,

La presenza a questo tavolo di interlocutori tanto importanti ed autorevoli è per noi motivo di grande soddisfazione e speranza. L’intento nostro è infatti quello di proporre con grande determinazione il tema della partecipazione popolare e del ruolo della società civile in questo importantissimo momento che sta attraversando l’Europa e nell’Europa l’Italia. Sentiamo infatti l’urgenza di uno scatto in avanti. Se dovessimo dare retta al pessimismo della ragione dovremmo rassegnarci a dire che ci sono ben poche possibilità che l’Europa possa superare questo difficilissimo momento e realizzare quella unità politica e quella democrazia continentale che da troppo tempo stiamo aspettando.Invece vogliamo e dobbiamo essere ottimisti. Dico ovviamente ottimisti e non illusi, ottimisti e quindi attivi e protagonisti di questa fase. Siamo infatti convinti che alla fine le ragioni di una svolta storica in Europa, attengono a tali e tanti elementi importantissimi per la vita dei nostri popoli, che inevitabilmente prevarranno.

L’occasione persaIl nostro lavoro è oggi più difficile perché nel recente passato non abbiamo saputo approfittare di una condizione forse irripetibile. Negli anni in cui l’Europa era governata quasi completamente da governi socialdemocratici, o di centrosinistra, le forze del progresso hanno avuto nelle loro mani la possibilità, e la responsabilità, di plasmare l’Unione Europea. Invece le sinistre al Governo non hanno saputo declinare unitariamente la loro iniziativa sul piano europeo, mentre quelle all’opposizione si attardavano spesso su di una contrarietà aprioristica all’Europa figlia di un diverso contesto storico e sociale. Così, non solo non abbiamo edificato la nuova Unione, ma non siamo stati nemmeno in grado di realizzare una compiuta riforma delle istituzioni comunitarie che ci consentisse di affrontare con tranquillità l’importantissimo appuntamento con l’allargamento.
A Nizza si doveva realizzare l’Europa di domani. A causa di sciocche rivalità ed imponenti pressioni esterne si è invece commesso l’errore imperdonabile di abbandonare le grandi speranze democratiche che venivano dalla esperienza della prima Convenzione per ritornare al metodo intergovernativo, che, ovviamente, ha consentito solo timidi, anche se importanti, passi in avanti. Mi chiedo se non sia il caso quindi che la sinistra, tutta la sinistra, quella socialdemocratica e quella cosiddetta “alternativa”, si interroghi sulle ragioni di questo fallimento che certamente non è estraneo alle enormi difficoltà, anche elettorali, in cui oggi ci dibattiamo.

Non tutto però è perduto
Se abbiamo mancato il momento più importante è d’altro canto certo che negli ultimi anni si sono realizzati alcuni fatti politici rilevantissimi sui quali possiamo ricostruire una strategia. In particolare l’avvento della moneta unica e l’approvazione della Carta dei Diritti Fondamentali mi sembrano due elementi su cui oggi possiamo lavorare. Il problema è che il tempo scorre e le condizioni per ottenere risultati peggiorano di giorno in giorno. Così l’occasione rappresentata dalla Convenzione Europea, per restare nel clima dei mondiali calcistici, deve essere affrontata più come il disperato tentativo di recupero nei minuti supplementari che come una partita aperta ad ogni esito.

Ribaltare le nostre difficoltà.

Quello che è certo è che coloro che credono necessaria la realizzazione di una Europa sociale e democratica hanno oggi nuovi, diversi e più numerosi avversari. Si tratta di una constatazione forse banale ma basta leggere un qualunque giornale europeo per capire come il clima sia cambiato e come l’opinione pubblica venga progressivamente indirizzata a sentimenti di ostilità verso l’unità europea.

Credo però che da questo punto di difficoltà sia possibile trarre anche qualche elemento a nostro vantaggio. Il manifestarsi così evidente di una campagna contro l’Europa ci consente infatti di individuare con precisione quali interessi e quali strategie stanno dietro a coloro che agiscono contro l’unità europea. Possiamo quindi ben individuare non solo gli antichi euroscettici ma anche le nuove e più agguerrite schiere, neonazionaliste o/e xenofobe, che cavalcano l’onda di destra che sta attraversando il mondo.

Individuare i nostri avversari
Purtroppo però il problema riguarda anche forze che un tempo erano protagoniste della costruzione europea. In particolare, anche se la parabola non è per fortuna ancora conclusa, stiamo assistendo al prevalere all’interno del Partito Popolare Europeo di posizioni sempre più ostili all’Europa intesa come comunità politica e sociale. Ciò ha ovviamente a che fare con la trasformazione del PPE in un blocco conservatore e con l’affermarsi diffuso di alleanze tra le forze appartenenti al PPE ed i partiti dell’estrema destra populista e xenofoba.

Si può dire quindi che, in grandi linee, è oggi la destra europea, in quasi tutte le sue articolazioni, ad opporsi ad una vera integrazione. Essa spinge verso un ritorno al metodo intergovernativo ed ad una rinazionalizzazione delle politiche comunitarie. Porto qui per tutti l’esempio del candidato della destra tedesca Stoiberg che ha proposto, tra l’altro, di togliere all’Unione la fondamentale competenza sull’agricoltura.

La destra contro l’Europa
La destra può speculare proprio su quella mancata riforma di cui dicevo prima. E così l’incertezza attuale di un approdo della costruzione europea verso una definita democrazia continentale (basata sulla difesa e sull’incremento di quella specificità europea che è lo stato sociale) consente alle destre una operazione politica pericolosissima. Da un lato esse denunciano, a ragione, il deficit democratico che permane nelle istituzioni europee e dall’altro propongono come soluzione la meno democratica e trasparente di tutte le procedure decisionali.

Dietro il ritorno del metodo inter-governativo non c’è però l’illusione di poter riconquistare una sovranità nazionale oggi in parte consegnata nelle mani delle istituzioni europee. Questa è solo propaganda. Ormai tutti sanno che nell’epoca della globalizzazione economica a livello nazionale non può essere ricostruita alcuna vera sovranità né sul piano economico né su quello sociale e nemmeno su quello della politica estera e di difesa.

La realtà è che la destra, nel suo complesso, sente oggi l’Europa come un avversario del suo disegno di trasformazione delle società europee. Questa destra ha assunto il modello sociale e politico degli Stati Uniti e mira a riprodurre in Europa quel tipo di società. Così l’Unione Europea, che era nata come una organizzazione il cui principale mandato era la garanzia del libero mercato interno, oggi è sentita, proprio dalle forze che con più decisione guardano al neo liberismo ed accettano la sovranità assoluta del mercato, come un impedimento al realizzarsi della loro strategia.

Le contraddizioni dell’Europa attuale
Ciò si spiega con le contraddizioni dell’Europa. Infatti negli anni, accanto alle norme a tutela del mercato, accanto ai rigidi parametri finanziari che hanno imposto privatizzazioni e tagli allo stato sociale, accanto alle arroganze delle burocrazie o delle istituzioni non democratiche come la Banca Europea, l’Europa è stata anche il tentativo di conservare una funzione dello Stato come garante dei diritti civili e sociali e come attivo regolatore delle dinamiche economiche. Ci sono così insieme i parametri di Maastricht ed il protocollo sul lavoro di Lisbona, ci sono le politiche finanziarie restrittive della Banca Europea ed al contempo l’approvazione della Carta dei Diritti o l’inclusione della clausola anti esclusione nel trattato di Nizza. Queste sono le contraddizioni che a noi fanno dire quanto lontana sia oggi l’Europa da ciò di cui avremmo bisogno. Al contempo proprio queste contraddizioni fanno temere alla destra che l’Europa possa costituire un ostacolo a quel disegno di darvinismo sociale che essa intende rappresentare.Il piano geostrategico
C’è un altro terreno oltre a quello dei diritti sociali che preme particolarmente a questo tipo di destra. L’Europa può divenire un soggetto pieno di politica internazionale. Oggi ci sono tutte le potenzialità economiche, politiche ed anche quelle legate alla difesa perché l’Europa nei prossimi anni possa liberarsi del pesante condizionamento degli Stati Uniti sulla sua politica estera e sulle sue relazioni con il resto del mondo. Ma questa destra non vuole una Europa indipendente capace di essere il perno di un nuovo ordine mondiale basato sul multipolarismo. E non solo perché è filo americana per definizione come ci ha ricordato bene Berlusconi quando affermò che egli era d’accordo con gli USA prima ancora di sapere che cosa volessero.

Il problema è più ampio come è emerso chiaramente al vertice di Pratica di Mare. Stiamo assistendo ad una spinta poderosa alla realizzazione di una alleanza politico militare del Nord del mondo contro il Sud. Se cadessimo in questa trappola dovremmo accettare la definitiva subalternità sul piano globale agli USA in cambio del loro “scudo” militare.

Gran parte della destra, tanto più dopo l’11 di settembre, è pronta ad accettare, per diverse ragioni, di mantenere l’Europa come nano politico ad sovranità limitata. Nella logica dello scontro di civiltà, evocata più volte dal nostro Presidente del Consiglio, siamo alle soglie di una crociata in cui il cosiddetto “occidente” deve trovarsi unito sotto un comando unico.L’Europa per la pace
Il problema è che l’Europa ha interessi contrapposti a quelli che spingono per una militarizzazione dei conflitti e per stabilizzare la guerra permanente contro il Sud del mondo. L’Europa poi è ancora condizionata, giustamente, da quel movimento politico e culturale che ha accompagnato la fase della decolonizzazione. Ci sono quindi in Europa molte resistenze a tornare a forme di colonialismo diretto per il controllo delle fonti energetiche a cui lavorano invece gli USA quando propongono l’invasione dell’IRAQ. L’Europa ha invece necessità di poter contare sulla Pace. Anche qui, per essere concreti, ci sembra di poter dire che Pace e Sviluppo per l’Europa vanno insieme, mentre la guerra, tanto più quella in nome degli interessi delle multinazionali americane danneggia gravemente anche gli interessi economici europei. La Pace invece è fondamentale per rilanciare l’interscambio economico e culturale nell’area del Mediterraneo, per ridare una speranza all’Africa, per offrire a tutti i popoli una alternativa alla migrazione. Ma al contempo la Pace ci serve per costruire nelle nostre terre una società accogliente e sicura perché non ha nemici. L’Europa delle minoranze, delle decine di lingue, delle infinite culture è già potenzialmente una società multiculturale e multireligiosa ed è quindi l’ambito più adatto dove poter agire per un nuovo rapporto Nord Sud, non solo sul piano etico, ma anche attraverso un progetto economico di sviluppo comune con i paesi del Sud.Ascoltiamo i nostri amici
Tutto ciò contrasta però con il disegno di quella globalizzazione unipolare a comando unico che non accetta resistenze alla sua strategia di dominio. Noi però dobbiamo ascoltare la voce di Arafat che chiede all’Europa di svolgere il proprio compito storico mandando una forza di interposizione militare a salvaguardia della popolazione palestinese. Noi dobbiamo ascoltare Cuba quando ci dice che attraverso l’ALCA gli USA stanno espellendo l’Europa dal mercato sudamericano dollarizzando quelle economie prima che l’Euro possa divenire una alternativa credibile nel sistema mondiale degli scambi. Noi ancora dobbiamo poter dire ai popoli del SUD che c’è un luogo nel mondo dove la politica estera non è decisa solo dagli interessi economici ma dove le forze che difendono i diritti umani, le aspirazioni di indipendenza, uno sviluppo socialmente e ambientamente sostenibile possono incidere e contare nelle scelte importanti.Politica estera e di difesa
Per questo sosteniamo la necessità di una politica estera comune, controllata dal Parlamento europeo ed improntata al rifiuto della guerra come soluzione delle controversie internazionali. Questo oggi è possibile o meglio oggi è possibile andare in questa direzione. Dobbiamo ricordarci però le furiose reazioni inglesi ed americane quando a Nizza i francesi proposero di formalizzare l’indipendenza della struttura di difesa europea dalla NATO. Che cosa abbia in mente la destra lo si può desumere bene ad esempio dalla cancellazione della legislazione sul controllo del commercio delle armi in cui l’Italia che era all’avanguardia. Dopo la guerra in Jugoslavia, imposta dagli USA alla NATO, e soprattutto dopo l’Afganistan dove gli USA hanno deciso di fare da soli (perché non avevano bisogno di nessuno ed anche per evitare di dover discutere con altri le loro strategie) ci sembra chiaro che il problema di una comune politica estera e di difesa europea è strettamente legato al più complessivo problema di poter contare su di una Europa protagonista di Pace.

Un mondo multipolareNon è possibile pensare realisticamente ad un mondo multipolare capace di ridare senso alle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, senza che nuovi attori, siano in grado di bilanciare in qualche modo i rapporti di forza portando sul piano globale una visione diverso di come affrontare le crisi del presente. L’Europa è un tassello fondamentale di ogni serio approccio ad un nuovo ordine mondiale basato sulla pace e sulla legalità internazionale. Anche in questo caso la partita è ancora aperta perché la fine del bipolarismo mondiale non ha ancora portato al consolidarsi definitivo di un impero unico ed imbattibile. Dobbiamo conquistare una reale indipendenza europea in tutti i campi. Non dobbiamo in alcun modo seguire gli USA nella loro insensata corsa agli armamenti. Secondo noi l’autonomia europea passa però soprattutto nella capacità di contrastare l’attuale assoluta egemonia statunitense nel campo delle tecnologie di punta. Questa egemonia sin dall’epoca di Reagan deriva dal perverso meccanismo che permette agli USA di finanziare pesantemente le loro industrie, tramite le commesse militari, salvo poi far pagare il conto al resto del mondo. La supremazia militare sostiene infatti “politicamente” la forza del dollaro che è lo strumento attraverso cui gli USA scaricano sull’intera economia mondiale lo stato disastroso del loro bilancio statale incrinato, in primo luogo, proprio dall’entità delle spese militari.Strumenti e tecnologieE’ un circolo vizioso che deve essere interrotto proprio se vogliamo fornire una concreta alternativa alla Pace. Una delle partite fondamentali è quindi a nostro avviso quella che ha per posta il livello di reale autonomia tecnologica dell’Unione Europea. La neutralità della scienza è un mito che abbiamo per fortuna alle nostre spalle. Ci è quindi chiaro non potendo competere nei settori della ricerca avanzata e nello sviluppo delle tecnologie non disporremo mai degli strumenti per un diverso modello di sviluppo. La sfida per dare una concreta possibilità a quell’altro “mondo possibile” che tutti noi vogliamo, passa anche dalla quantità di risorse dedicate alla ricerca. Gli USA hanno imposto un meccanismo perverso che lega indissolubilmente ricerca militare, aerospaziale e tecnologia di punta. Questo non solo consegna loro una supremazia tecnologica ma, dato che appunto la scienza come la tecnologia non sono neutre, ciò influisce pesantemente sulle linee di evoluzione del modello di sviluppo. Infatti la “missione negativa” che condiziona la ricerca si riverbera su tutti i settori. E così gli USA hanno un vantaggio enorme poiché la loro tecnologia, in particolare nel settore dei media, delle telecomunicazioni e della sicurezza, li aiuta ad imporre i loro modelli di comportamento, di consumo, i loro apparati valoriali ed i loro approcci culturali.Subalternità Anche in questo caso però l’Europa è un osso duro. Essa dispone di enormi giacimenti culturali che resistono all’omologazione ed al contempo può contare su di un sistema produttivo di tutto rispetto ancora in parte competitivo anche sul terreno tecnologico. Vi chiedo quindi se vi sembra un caso che, nel mezzo di questo scontro, la nuova destra ha deciso di sferrare una offensiva contro i progetti di difesa europei. Martino ha infatti immediatamente bloccato (come del resto ha fatto leader populista del Partito Popolare Portoghese Barroso appena assunta la carica di Ministro della difesa) la partecipazione italiana al progetto di aereo da trasporto europeo dell’AIR BUS. Colpire l’AIR BUS significa favorire quella BOEING a cui gli USA forniscono centinaia di milioni di dollari per sviluppare lo scudo stellare. E’ mai possibile che nessuno ha voglia di denunciare il fatto che mentre gli USA utilizzano il proprio settore della difesa come strumento di politica economica e forniscono alle proprie imprese tecnologia a costo zero questa destra in Europa non solo mette in crisi il proprio settore aerospaziale ma riduce drasticamente gli stanziamenti nella ricerca civile. In realtà mentre gli USA (attraverso il famigerato sistema ECELON) spiano con satelliti militari le industrie europee per batterle negli appalti, i nuovi leader d’Europa si preparano a smantellare le strutture stesse di una possibile reazione.Speculazione e produzione
Se la subalternità è evidente sul piano della politica estera non meno è chiaro che, sul piano economico e sociale, questa destra emergente è contro l’Europa perché vuole più privatizzazioni, più liberismo e comunque preferisce trasferire sovranità nelle mani del WTO che in quelle della Commissione.

Ancora una volta dobbiamo valutare bene perché lo fanno e quali sono i soggetti economici che sostengono questa destra. C’è certamente, soprattutto in Italia, una parte del vecchio ceto imprenditoriale che rimpiange i tempi in cui la svalutazione della lira consentiva ad una industria, povera di innovazione e tecnologia, di speculare sulle spalle del Paese. C’è però anche una forza modernissima che sta dietro a questi processi politici. Il capitalismo finanziario sopporta sempre meno ogni rigidità. La necessità di trovare al più presto nuovi mercati e nuovi territori dove sia possibile la più veloce valorizzazione del capitale finanziario e speculativo impone la rottura di tutte le forme di organizzazione sociale che sin qui avevano consentito lo sviluppo del capitalismo produttivo. Abbiamo assistito in questi anni ad un accelerazione potente di questo processo. Prima si sono colpiti gli Stati nazionali. Quello che era il principale strumento della organizzazione del mercato e della produzione, anche attraverso la realizzazione di quel particolare compromesso di classe che ha preso le forme del Welfare, è divenuto uno dei principali ostacoli di questa nuova e prevalente dinamica capitalistica.Gli Enti locali nella globalizzazione
Così si è lavorato per uno Stato minimo che perdesse le sue funzioni verso l’alto e verso il basso. In questo schema agli Enti locali è affidato il ruolo di liquidatori dello Stato Sociale perché le competenze ad essi trasferite non sono vengono ovviamente coperte dalla fiscalità generale che, al contrario, viene demolita. Al contempo si chiede agli Enti Locali di organizzare una competizione orizzontale tra territori fatta di riduzione dei diritti e dei salari al fine di invogliare gli investimenti. Lo scopo ovviamente è quello di anestetizzare il conflitto di classe sostituendolo, nella alienazione, con la fratricida competizione tra comunità locali per la realizzazione delle più favorevoli condizioni per la valorizzazione del capitale. Si tratta ovviamente uno dei modi per demolire il sistema dei diritti.

Questa disegno di ristrutturazione sociale ed istituzionale si è parzialmente realizzato. Se guardiamo all’esperienza Irlandese, ad alcuni aspetti dei patti territoriali o al dumping sociale operato tra i lavoratori dei paesi dell’Est e quelli comunitari ne cogliamo i tratti distintivi.

E’ ovvio però che, ad esempio, i fondi di coesione e l’allargamento a diritti invariati operano contro questo tipo di progetto e sono quindi sentiti come negativi da coloro che invece pensano di omogeneizzare al ribasso il sistema dei diritti nel continente.Le istituzioni a-democratiche
Siamo quindi ancora in una fase di transizione dove però questi processi, nonostante resistenze e contraddizioni, sono andati avanti realizzando parte del disegno desiderato. Gli Stati hanno così progressivamente perso competenze anche verso l’alto, verso organismi soprannazionali ademocratici come il Fondo Monetario Internazionale, il WTO o la Banca Mondiale. Che questo sia un passaggio importante per questa ipotesi di ristrutturazione sociale deriva dal fatto che solo organismi non responsabili politicamente nei confronti delle loro popolazioni possono imporre, dall’alto, riforme strutturali nel nome dell’interesse superiore del mercato

In Europa però parte della sovranità nazionale, economica e politica, è passata all’Unione Europea e questo ha creato un intoppo. L’Unione Europea infatti, pur con la sua parziale strutturazione democratica, pur con la sua ancora labilissima funzione sociale, è un organismo politico. Ciò la rende progressivamente sempre meno funzionale alla demolizione dello stato sociale. Da qui l’avversione verso l’unità politica europea da parte di pezzi importanti dei poteri forti. In particolare le lobby finanziarie che vogliono mettere le mani su quell’enorme capitale collettivo che è oggi rappresentato dalla previdenza, dalla sanità, dalla scuola pubblica. E’ per loro infatti una priorità assoluta la conquista di questi mercati, incomprimibili dal lato della domanda, e delle ricchissime risorse anche economiche, che le strutture dello stato sociale ancora mantengono.La bolla speculativa
Dietro a questa frenesia alla privatizzazione c’è la dinamica perversa della economia nella fase della massima finanziarizzazione. Mai come oggi è infatti evidente che si è perso ogni rapporto serio tra valori finanziari e le rispettive realtà produttive e che, come dimostra per ultimo il caso ENRON, il potere reale nel mondo è affidato a finanzieri corrotti ed impreparati. Queste persone, grazie alle dinamiche della finanziarizzazione estrema dell’economia, controllando le risorse di mezzo pianeta e non hanno nessuna intenzione di riconsegnare questo immenso potere. E’ però evidente che la enorme bolla speculativa, che ancora permane nel mercato finanziario internazionale, può essere sostenuta solo se si troveranno nuovi capitali da divorare nel vortice della speculazione. Diventa quindi un obiettivo vitale per costoro poter mettere le mani su nuove risorse. Il più appetibile di questi bacini di riserva è oggi rappresentato da quel “capitale sociale accumulato” (fatto di conquiste sociali, fondi pensione ed aree del bisogno sottratte al mercato) che le classi popolari avevano conquistato nel passato. Ci sono quindi in campo precise forze che hanno l’obiettivo della definitiva rottura del compromesso di classe oggi persistente in Europa per poter agire un enorme espoliazione di risorse tolte al mondo del lavoro ed al risparmio. Per farlo vogliono poter contare su istituzioni amiche che non abbiano la missione sociale tra i propri compiti. Vogliono luoghi d’autorità che possano garantire che questa enorme ridistribuzione inversa della ricchezza possa avvenire in un quadro di sicurezza. Il populismo, le paure, la deriva autoritaria sono quindi per noi sintomo anche di un disegno sociale regressivo che può produrre un brusco ridimensionamento degli attuali, e già parziali, livelli di democrazia e di libertà.Tra protezionismo e produzione
Come sempre però non bisogna sopravvalutare la forza dei nostri avversari né aiutarli noi a risolvere le loro contraddizioni. In particolare dobbiamo guardare al mondo della produzione europea che chiede all’Unione sostegno nel momento in cui gli USA sono all’offensiva. E’ evidente che non possiamo fornire alcun alibi a chi vorrebbe imporre al mondo le regole del mercato salvo poi chiedere alle proprie istituzioni di svolgere una funzione protezionistica. Questo è particolarmente importante nel settore della agricoltura dove è urgente una apertura del mercato europeo senza la quale, come ci insegna il vertice della sovranità alimentare, anche l’Europa continuerà ad essere corresponsabile della diffusione della fame e della miseria nel mondo. Detto questo è però anche necessario ricordare come i conflitti aperti tra Europa e USA sull’acciaio, sugli ormoni, sulla tecnologia aereo spaziale o sulle telecomunicazioni hanno a che fare con la possibilità o meno di realizzare nel mondo più punti di sviluppo avanzato. Quando Monti per la prima volta interviene contro le fusioni monopolistiche americane allude a qualche cosa di epocale. Io credo che si possa dire che, dietro a queste che un tempo si sarebbero dette “contraddizioni inter capitalistiche”, esiste oggi la richiesta di parte importante del mondo della produzione europeo perché l’Unione divenga uno strumento utile per resistere alle guerre commerciali che sono l’altra faccia della politica estera degli USA. La Politica
Questo non per alludere in nessun modo ad un qualche tipo di patto tra i produttori sempre sbagliato ed anche fuori tempo massimo. Intendo solo dire che le spinte sono diverse ed alcune di queste si possono annullare a vicenda. C’è quindi spazio per la politica, c’e spazio per quelle forze che sapranno proporre alla società europea una lettura chiara ed un progetto preciso per uscire dalle difficoltà odierne.

Prodi ha recentemente portato l’esempio di Venezia, grande potenza, spazzata via perché incapace di rispondere alla sfida di una grande trasformazione economica. Mi sembra calzante. La consapevolezza di questa possibile fine era del resto emersa con sufficiente chiarezza nel dibattito che è seguito alla proposta del ministro degli Esteri tedesco Fischer sulla necessità di una federazione europea. In un modo o nell’altro tedeschi e francesi hanno detto che da soli non ce la fanno più, che è una illusione pensare di poter garantire la propria indipendenza nazionale contando solo sul proprio sistema produttivo o tanto meno sui propri missili nucleari. Eppure quel dibattito è finito nel mezzo disastro di Nizza dove, oltre alle difficoltà dovute al farraginosissimo sistema di decisione europeo, i massimi dirigenti europei non hanno avuto il coraggio politico di essere coerenti con le loro stesse analisi.

L’Europa è però ancora di fronte ad un bivio. Possiamo essere protagonisti della nuova fase oppure contribuire alla affermazione definitiva di quella globalizzazione unipolare a comando unico le cui conseguenze devastanti stiamo già sperimentando. In mezzo c’è appunto la politica. L’Europa è la patria della politica, la politica come rappresentanza di interessi, la politica come capacità di sintesi, di compromesso ma anche come luogo della sfida in avanti, delle risposte ardite ai bisogni ed alle domande della società.Luoghi e strumenti della democrazia
Come ho cercato di dire però i luoghi tradizionali della politica sono oggi infinitamente più deboli che nel passato. Gli Stati nazionali, le loro articolazioni locali, sono gusci nella tempesta. Lo stesso G8, che giustamente contestiamo, è però un luogo debole di fronte a quelle oscure logge dove si decidono, anche secondo logiche politiche, le grandi speculazioni finanziarie. Da tutto questo rischia di essere cancellata ogni forma di democrazia intesa come luogo della composizione degli interessi attraverso la rappresentanza politica. Per questo è tanto più urgente poter disporre di luoghi politici dove dare voce al conflitto sociale.

L’Euro certifica che la dimensione minima dell’economia è l’Europa. E’ questo quindi un livello fondamentale dove organizzare la democrazia, dove trovare risposte ai bisogni sociali, alle aspirazioni dei popoli, alle dinamiche civili.

Colmare il deficit democratico dell’Unione Europea non è però solo un problema di architettura istituzionale. Certo è necessario dare alla struttura dell’Unione una legittimità basata sulla rappresentanza. Vogliamo quindi un Parlamento Europeo che assuma una vera funzione legislativa. Certo è utile poter avere un vero Governo europeo con competenze precise che risponda politicamente ai popoli. Certo dobbiamo sfrondare l’immenso edificio burocratico che rende difficilissimo un rapporto diretto tra cittadini ed Unione. Ma fare tutto questo senza la partecipazione politica dei popoli europei significa condannarci al fallimento. La migliore delle architetture istituzionali non può sopravvivere alla mancanza di una identificazione forte da parte dei propri cittadini.

L’occasione della Convenzione
Da qui l’importanza straordinaria che noi diamo alla iniziativa di oggi. Sentiamo infatti il peso del silenzio assordante che accompagna i lavori della Convenzione. Ancora una volta sembra che il problema dell’Europa sia nelle mani dei tecnocrati o quando va bene di oscuri parlamentari la cui attività è ignota ai più. Non basta, anche se è utile, la cosiddetta trasparenza informatica che accompagna i lavori della Convenzione. Non basta, anche se è utile, il forum su internet o la possibilità di mandare direttamente un contributo alla Convenzione. Non basta ancora che il Parlamento europeo ospiti le giornate di ascolto della società civile dove i membri della Convenzione potranno incontrare direttamente i rappresentanti delle ONG e delle Associazioni. Tutti questi sono strumenti utili che devono vivere dentro un processo politico senza il quale possono divenire solo una maschera falsamente democratica del sistema di decisione.Un dibattito nel Paese
Noi sentiamo l’urgenza di contribuire alla apertura di un dibattito nel paese su cosa si sta decidendo nella Convenzione. Certo è una contraddizione quella di impostare un dibattito nazionale quando la dimensione è europea. Affronteremo anche questo problema ma dobbiamo cominciare da qualche parte. Bisogna stimolare, provocare, organizzare una discussione di massa e bisogna dare strumenti concreti per poter tradurre la discussione in proposte, suggerimenti e richieste a cui qualcuno sia chiamato a dare risposta. Dobbiamo provare ad essere società civile europea, dobbiamo vivere la dimensione politica continentale come parte della nostra azione quotidiana perché se non lo faremo, come sempre, altri decideranno per noi.Alcune proposteNoi come partito siamo quindi attivi ma anche in ascolto. Vogliamo verificare le nostre analisi, di cui ho parlato anche troppo diffusamente, con gli altri soggetti politici e sociali che agiscono insieme a noi nel movimento e nelle istituzioni. Vogliamo soprattutto mettere a disposizione gli strumenti che abbiamo, piccoli o grandi che siano, per incidere in questa delicatissima fase. Vorrei quindi avanzare alcune proposte concrete su cui mi piacerebbe conoscere l’opinione dei nostri interlocutori.

Innanzitutto è possibile pensare ad un luogo, nazionale e decentrato dove la società civile organizzata, le forze progressiste, i movimenti possano da subito stabilire una azione comune per la Costituzione europea ?

Noi avremmo pensato ad una sorta di Comitato per la Costituzione o anche un Comitato per le Costituzioni data l’estrema assonanza tra la difesa dell’impianto costituzionale italiano e ciò che vorremmo avere dal livello europeo.

E’ possibile poi individuare alcune proposte comuni su cui, autonomamente o, meglio, in modo coordinato, lanciare una campagna popolare che spieghi le implicazioni concretissime delle decisioni che verranno prese nella Convenzione ?

Per noi ad esempio è centrale la richiesta che la Carta dei Diritti fondamentali venga inserita nel nuovo trattato (che solo così, tra l’altro, può assumere un vero profilo costituzionale). Altri temi decisivi sono il sostegno all’allargamento, (prima che la destra mistifichi il significato di tale decisione utilizzandola contro l’Europa), la necessità di una fiscalità europea proporzionale che consenta il finanziamento delle politiche di coesione sociale e territoriale, o ancora l’introduzione nella Costituzione europea di una norma analoga a quella italiana sul ripudio della guerra

Si potrebbe ragionare anche sull’introduzione a livello europeo della Tobin Tax e di quegli strumenti che possono colpire lo sviluppo della speculazione finanziaria oppure sulla necessità che tra i diritti riconosciuti vi sia quello ad una alimentazione sana frutto di una agricoltura non in conflitto con le compatibilità ambientali del pianeta. Ci sono quindi mille e mille temi su cui sarebbe urgente produrre campagne e chiamare i cittadini alla mobilitazione.

La priorità politica ed il movimento
Quello che manca però è la priorità politica di questi temi. Siamo in questo caso in contraddizione con noi stessi. Il movimento si prepara proprio qui a Firenze al Forum Sociale Europeo. Sarà un momento importantissimo di discussione e confronto che segue la straordinaria esperienza della mobilitazione a Barcellona e quella che si prepara per Siviglia. Chiederemo tutti, come sempre, una nuova Europa sociale, democratica, protagonista della Pace. Ebbene oggi non solo corriamo il rischio di arrivare fuori tempo massimo ma peggio, senza una chiara ed immediata iniziativa politica, lo stesso movimento può sbandare su posizioni non condivisibili e soprattutto non utili a fare concreti passi in avanti. A novembre i giochi nella Convenzione saranno già in fase conclusiva. Da qui l’assoluta urgenza di uno scatto, anche di volontà, che imponga questa priorità politica dentro un chiaro contesto di analisi.