Intervento sul conflitto d’interessi

Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori,

credo di non essere l’unico ad interrogarsi, con modestia certo, ma con grande preoccupazione, se, grazie a questa legge o anche grazie a questa legge, ci sia il pericolo di cambiamenti nell’impostazione costituzionale; c’è dubbio diffuso se si intenda o meno determinare delle modifiche surrettizie all’impianto costituzionale.

Ma prima di affrontare questa questione, vorrei scusarmi preliminarmente il senatore Stiffoni se mi permetto qualche considerazione critica sul suo intervento. Se, come egli afferma, il problema del potenziale conflitto di interessi non sarà risolto presentando nuove leggi, perché a suo avviso "l’onestà delle persone sotto questi aspetti non è regolabile. Un individuo o è onesto o non lo è", ne deriva che il senatore voterà contro il disegno di legge 1206, perché esso considera invece il conflitto d’interessi potenzialmente grave, pericoloso e devastante, al punto da determinare l’incompatibilità di un numero vastissimo di categorie sociali. Da questo punto di vista, com’è stato più volte detto, la casistica così ampia e articolata di potenziali portatori di conflitto d’interesse dà l’immagine di un’attenta e forte preoccupazione. Basti leggere l’articolo 2 del disegno di legge.

Dunque il disegno di legge parte dal presupposto dell’esistenza di un problema di grandi dimensioni. Ma com’è noto il disegno di legge esclude da questa platea di incompatibilità una piccolissima parte, e cioè una parte dell’imprenditoria, coloro che sono stati definiti dalla collega Dentamaro "non persone fisiche, non individuali", dunque non il sciur Brambilla che ha la fabbrichetta, ma altre figure, per esempio la proprietà di quote azionarie o di quote di società di capitali. Coloro i quali non sono incompatibili sono cioè coloro che operano in ragione di una proprietà che attiene direttamente all’impresa ma non attiene direttamente a lavoro. Sono infatti incompatibili coloro che esercitano compiti di gestione in attività di rilievo imprenditoriale. Ma solo loro.

Al di là delle giuste considerazioni svolte dal senatore Passigli relative all’abito su misura tale da raddrizzare un gobbo, e dunque all’abito legislativo su misura per l’attuale presidente del consiglio, che è l’evidente obiettivo della legge, ci si chiede dove può portare questa esclusione dalle categorie previste come incompatibili di un nucleo ristretto di capitalisti, uso propriamente questa parola. Certo, si viola l’articolo 3 della Costituzione ove si afferma l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Certo, si viola l’articolo 51 relativo alla possibilità di accedere a cariche elettive in condizioni di eguaglianza. Ma dove può portare questa violazione? La nostra Costituzione, come mi insegnate, non dipinge soltanto un astratto cittadino con i suoi diritti e i suoi doveri. Dipinge un rapporto fra repubblica e lavoratori, ripeto, lavoratori, tale da rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza e impediscono l’effettiva partecipazione. Parlo naturalmente della seconda parte dell’art.3. Più in generale il lavoro è il fulcro su cui si muova l’intera Costituzione a cominciare dall’articolo 1. Ricordo poi il titolo terzo della Costituzione, a cominciare dall’articolo 35. D’altra parte l’interesse sociale è l’argine su cui si ferma e che condiziona il diritto di proprietà e di iniziativa economica. Così si afferma all’articolo 41 della Costituzione, ove la libertà dell’iniziativa economica privata segna il limite in ragione dell’utilità sociale o in ragione del danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità, e prevede persino che la legge determini programmi e controlli tesi all’indirizzo e al coordinamento dell’attività economica a fini sociali.

Non solo. L’articolo 42, com’è del tutto noto, prevede che nei casi previsti dalla legge la proprietà privata possa essere, salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale.

Quindi l’idea più volte ascoltata in quest’aula per cui la Costituzione escluda qualsiasi strumento che, in determinate circostanze, incida direttamente sulla proprietà privata, è semplicemente falsa.

A meno che non si parli di un’altra Costituzione, quella che non c’è ma che si vorrebbe. Ricordo una notizia che lessi sui quotidiani all’inizio di marzo, per cui l’onorevole Marcello Pacini, di Forza Italia, intendeva proporre una modifica dell’articolo 41 della Costituzione aggiungendo "la tutela dell’impresa come soggetto centrale della cita economica del Paese". Non conosco per la verità gli sviluppi di quella proposta. Ma essa era ed è la conferma che nella maggioranza vi sono forze, non tutte, che si muovono nella direzione obiettiva di un cambiamento dello spirito e della lettera della Costituzione, penalizzando il lavoro e premiando una parte dell’imprenditoria.

Infatti con questo disegno di legge si allude ad un’altra centralità, ad un’altra ristrettissima figura sociale titolare di diritti non concessi alla stragrande maggioranza dei cittadini e praticamente a tutti i lavoratori. Questa è la via che il governo ha scelto per stravolgere i principi ispiratori della Costituzione della Repubblica e arrivare ad un’altra Costituzione che corrisponde ad un’altra idea di Stato, ad un’altra idea di coesione sociale, come peraltro più volte annunziato proprio dall’attuale presidente del consiglio. D’altra parte non fu proprio il presidente del consiglio in campagna elettorale ad affermare la Costituzione è stata influenzata dal bolscevismo?

L’argomento per cui gli elettori avendo votato per la Casa della libertà hanno assolto l’attuale Presidente del consiglio da qualsiasi rischio di incompatibilità è un argomento che trovo grave e pericoloso, non solo per le tante ragioni già esposte dai miei colleghi, perché non è vero che la Casa delle Libertà ha avuto la maggioranza dei voti, perché il voto attiene a materia del tutto diversa, perché è un’escamotage potenzialmente assolutorio dell’eletto in ogni caso e in ogni circostanza, ma anche perché dietro questa visione si nasconde un’idea del rapporto esclusivo fra eletto ed elettori, per cui il mandato che questi conferiscono a quello da un lato lo assolve da qualsiasi altro condizionamento, dall’altro limita la funzione dell’istituzione, cioè del Parlamento. E’ la stessa cultura che contrappone eletti e magistrati, i primi legittimati dal voto, i secondi non legittimati, e quindi incompetenti a operare in una sfera ove siano presenti gli eletti. Ma sottolineare il valore di una maggioranza, in contrasto con la sovranità del Parlamento e sottolineare il valore dell’elezione in contrasto con la funzione giurisdizionale rinvia immediatamente al presupposto della negazione del costituzionalismo liberale, e cioè la separazione dei poteri, ed del suo corollario, e cioè l’eguaglianza dei cittadini. Da ciò il pericolo di una cultura che oggi si chiama populista, e che è tanto più pericolosa per la democrazia quanto si consideri l’importanza dei media nei processi di formazione del consenso.

Lo stesso articolo 7, aggiunto ex novo, ove si descrivono le funzioni dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in materia di conflitto di interessi, rappresenta un paradosso, perché indica di fatto il punto più delicato dell’incompatibilità nel settore delle comunicazioni, ove cioè si concorre alla formazione del consenso, molto più di quanto non avvenga, per fare un esempio, nel settore dei lavori pubblici, ove il conflitto d’interessi può manifestarsi ma non necessariamente, anzi, presumibilmente assai di rado, investe la sfera della formazione del consenso.

Ma se l’articolo 7 attiene a tale materia, non si capiscono due cose. La prima è cosa sia e come si misura quello che viene definito nell’art. 7 il "sostegno privilegiato" al titolare di cariche di governo. Manca cioè una definizione chiara delle modalità con cui si manifesta tale sostegno. Ma assieme, riconoscendo proprio questo pericolo, è paradossale che siano state espunte dalle incompatibilità proprio le figure, o meglio, la figura di riferimento di tale pericolo, e non, sia chiaro, per una presunzione di colpevolezza, ma in base al principio, che vale per tutti gli altri cittadini, di evitare il determinarsi di condizioni oggettive che rendano possibili situazioni di conflitto di interesse.

In conclusione, al di là del giudizio gravemente negativo sul disegno di legge, vorrei far notare un dato ricorrente della discussione in quest’aula. E’ assai frequente che questo o quel provvedimento di legge venga criticato da esponenti dell’opposizione per il pericolo di una presunta incostituzionalità. Gli esempi sono tali e tanti che soprassiedo dall’elencarli. Basterebbe questo per segnare un allarme, una spia grave, una fondata preoccupazione nell’opinione pubblica. E tale preoccupazione comincia a farsi strada non solo negli elettori del centro sinistra, ma anche in tanti elettori di partiti della maggioranza. Per dirla in breve, e sono certo di poter affermare ciò in nome di tutta l’opposizione, anche noi abbiamo firmato un contratto con gli italiani. Non l’abbiamo ostentato sui media, ma ne abbiamo fatto la nostra bandiera. Un contratto che intendiamo rispettare e far rispettare pienamente. Un contratto che è la fonte da cui discende ogni atto successivo. Il contratto che abbiamo sottoscritto e che intendiamo onorare, onorevoli colleghi, si chiamo Costituzione della repubblica.

Grazie, signor Presidente.