DPEF

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Le ricadute del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2003-2006 sulla Pubblica Amministrazione

Giovanni Pagliarini*

Roma, 23 luglio 2002

Furbizie, acrobazie economiche e danni reali, questa la sintesi del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2003-2006 presentato dal Governo Berlusconi, che delinea l’indirizzo generale, nonché le misure specifiche che lo stesso intende adottare nel periodo indicato. Un documento, presentato con toni trionfalistici e preceduto da una operazione di copertura politico-sindacale senza precedenti, con la firma da parte di tutte le Organizzazioni Sindacali, esclusa la CGIL, del "Patto per l’Italia".
Lo scopo era quello di dare credibilità ad un programma economico-finanziario che era e rimane pessimo e di basso profilo, un programma senza qualità, che assume la competitività di prezzo e la riduzione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori come unico parametro di riferimento, che non aiuta lo sviluppo del paese, ma, al contrario, rischia di aggravarla.
Non voglio soffermarmi sui dati di carattere generale di finanza "creativa"del ministro Tremonti, tra l’altro poco apprezzati anche in sede Europea, ma più nel dettaglio analizzare gli interventi sulla Pubblica Amministrazione, dove si prefigura una stretta non solo in relazione al controllo della spesa, ma anche in direzione di un impianto che stravolge e snatura l’idea stessa di Pubblica Amministrazione, con ricadute negative sia sui lavoratori, sia sui cittadini-utenti attraverso la riduzione dei servizi pubblici offerti.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: LA FILOSOFIA DELLA MANOVRA

1. Meno pubblico, più privatoRazionalizzare ed esternalizzare, questo il filo conduttore del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria nei confronti della Pubblica Amministrazione.
Lo scopo è evidente, "drenare risorse" per fare cassa, in modo tale da avviare la seconda fase della riforma fiscale, quella del "meno tasse per i ricchi".
Così scopriamo che il Governo dopo aver abbandonato lo sportello unico, determinando disservizi e sprechi, ora propone gli sportelli per lo sviluppo del Sud, ovviamente la loro nascita e il loro sviluppo sono ancorati ai limiti e alle compatibilità di bilancio.
In sostanza, un po’ di confusione, come se quella che c’è non bastasse, ma nulla di concreto e di strutturale.
In questo modo continuano le scelte d’esternalizzazione di pezzi importanti d’attività gestita dalla Pubblica Amministrazione, come nel caso dei Beni Culturali, dove ritorna l’affidamento in concessione ai privati della gestione dei servizi.
La ricetta del Governo è chiara, nessun investimento, nessuna riqualificazione del personale, ma in compenso si esternalizza.

2. Le Politiche occupazionali, flessibilità e precarietàSi parla di programmazione delle assunzioni, ma è più corretto parlare di blocco del TURN-OVER. Si indicano modelli flessibili d’accesso, come il Telelavoro, il Part-Time, l’Interinale, tra l’altro tipologie già previste e disciplinate nei recenti Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, dove si sono previsti divieti d’utilizzo in corrispondenza d’alcuni profili professionali e percentuali massime d’utilizzo negli altri casi.
Questa indicazione contenuta nel DPEF, non è solo inopportuna, ma è anche una pesante interferenza in ambito contrattuale.
In modo nemmeno velato il Governo indica la sua idea di rapporto di lavoro, basta con le assunzioni a tempo indeterminato, da ora in avanti solo flessibilità e precarietà.

3. Devolution

A dir poco ambigua la parte relativa all’attuazione del Titolo V della Costituzione, con la quale il Governo intende devolvere, in via esclusiva, alle Regioni, competenze quali: assistenza e organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, definizione dei programmi scolastici e formativi, polizia locale.
Da un lato si subordina tutto ciò alla verifica dei conti pubblici, dall’altro si procede alla riduzione delle voci di spesa, a carico del bilancio dello Stato, per quanto riguarda strutture e personale. Mentre, nulla è detto, in relazione alle inevitabili conseguenze sul piano delle eccedenze di personale e sui processi di mobilità che si verificheranno.
4.Rinnovo Contratti di Lavoro del Pubblico Impiego
Le risorse indicate per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro dei comparti pubblici, sono indicate in termini generali, 5,56 in attuazione del Protocollo del 4 febbraio 2002, ma non sono contabilizzate, pertanto non vi è alcuna certezza sulla copertura dell’intero biennio di riferimento, in particolare non è certa la decorrenza dell’incremento dal 2002. In sostanza si rischia un rinnovo che non garantisce nemmeno la tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni, cosa del tutto inaccettabile e, qualora confermata, porterebbe alla proclamazione dello sciopero generale.
In conclusione, siamo in presenza di un’insieme di proposte che prevedono da subito, esternalizzazioni e tagli, mentre gli investimenti in innovazione e qualificazione della spesa sociale sono rimandati alla verifica delle "compatibilità con lo stato dei conti pubblici".

* Segretario Nazionale F.P. CGIL