Dichiarazione di voto sul Dpef

SENATO DELLA REPUBBLICA
XIV LEGISLATURA

221ª SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 24 Luglio 2002

(Pomeridiana)

Seguito della discussione:

(Doc. LVII, n. 2) Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2003-2006:
MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, il Documento di programmazione economico-finanziaria rispecchia l’offensiva neoliberista in atto, già preannunciata, del resto, dal centrodestra nella relazione di minoranza al DPEF per gli anni 2001-2004 nella passata legislatura a firma dell’attuale sottosegretario Vegas.

La filosofia di fondo la si può sintetizzare in due parole: meno Stato. L’asse portante è costituito dalla politica fiscale, dal ricorso massiccio a forme di occupazione atipica e di ulteriore precarizzazione, dall’attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dai tagli allo Stato sociale e dalle privatizzazioni ad oltranza. Quando tutte le norme già previste dai cosiddetti provvedimenti dei 100 giorni, dalla stessa legge finanziaria vigente, dai collegati in materia di lavoro, fisco, sanità, previdenza, dalla legge obiettivo, fino alla Patrimonio S.p.A. e alla Infrastrutture S.p.A., e quando tutte le previsioni di questo DPEF avranno trovato piena attuazione, risulterà modificata nel profondo la fisionomia sociale del nostro Paese, costruita con duri sacrifici sulla base dei princìpi della Costituzione.

Ancora una volta, con questo DPEF vengono privilegiate le politiche dell’offerta in favore delle imprese, anziché le politiche in direzione dell’aumento della domanda, cioè dirette all’ampliamento dei consumi delle famiglie. La competitività la si vuole assicurare con la riduzione del costo del lavoro e con l’erosione dei diritti, sino ad uniformarli al livello più basso, mentre mai come ora vi è urgente necessità di investire nella ricerca e nella formazione, operando un vero e proprio salto di qualità nell’innovazione per una produzione a più alto valore aggiunto, anche per affrontare gli effetti negativi per l’export derivanti dalla parità euro-dollaro.
Non è possibile non rimarcare come le politiche anticicliche del centrodestra non abbiano dato i risultati attesi. Il deficit è aumentato, il debito pure, la pressione fiscale non si è ridotta, la Tremonti-bis, al di là dei suoi costi, ha solo rinviato nel tempo gli investimenti, le misure per il sommerso non hanno sinora dato i risultati attesi, gli investimenti infrastrutturali sono ancora quelli attivati durante il Governo di centro-sinistra.
Il quadro macroeconomico delineato dal Documento di programmazione economico-finanziaria è caratterizzato dall’incertezza delle stime. L’obiettivo di crescita per il 2003, pari al 2,9 per cento, è a dir poco ottimistico.
Quale attendibilità può avere? Sia chiaro: nessuno può essere contrario all’aumento della crescita, la quale consente di redistribuire maggiore ricchezza. «I conti non tornano, nel senso che non vi è coerenza tra obiettivi e misure atte a raggiungerli», come hanno ampiamente dimostrato la Corte dei conti e gli istituti di ricerca.
Viene stimata un’inflazione programmata nettamente inferiore a quella reale, il che produrrà effetti negativi su salari, stipendi, pensioni e sui rinnovi contrattuali.
Nessuna iniziativa è stata sinora assunta dal Governo per il controllo dei prezzi e soprattutto delle tariffe a salvaguardia del potere di acquisto delle retribuzioni.
Il rigore sta venendo meno e l’attuale Governo sta compromettendo, con operazioni di finanza creativa, gli sforzi fatti e i risultati raggiunti a scapito della credibilità faticosamente conquistata dal Paese.
La delega in materia di fisco è il perno su cui ruota tutta la politica economica del Governo. Chi è contrario, in linea di principio, alla riduzione della pressione fiscale? Ma la «riforma fiscale» di questo Governo è in contrasto con i princìpi della capacità contributiva e della progressività stabiliti dalla Costituzione, finirà per avvantaggiare solo i ceti più abbienti e sarà realizzata unicamente attraverso inevitabili tagli strutturali alla stessa e, più precisamente, alla sanità, alla scuola, alla previdenza e ai servizi sociali. Il costo stimato della riforma fiscale è, infatti, di circa 20.000 milioni di euro.
«La copertura finanziaria è assolutamente aleatoria», ha detto la Corte dei conti. Pertanto, questa riforma fiscale o non potrà avere seguito oppure comporterà dolorosi tagli allo Stato sociale. La riduzione dell’IRPEF e dell’IRAP provocherà anche forti squilibri nei rilanci degli enti locali e delle Regioni.
Per il Mezzogiorno manca una strategia complessiva e viene operata, tra l’altro, una riduzione delle risorse a disposizione, in continuità con le scelte della finanziaria dello scorso anno.
In campo sanitario, le mere affermazioni sulla «uniformità ed universalità delle prestazioni» sono contraddette dalla scelta di passare ad un sistema basato sulle mutue integrative o sostitutive, avviando in questo modo un processo di privatizzazioni con la prospettiva di non garantire più l’assistenza ai soggetti disagiati.
Le risorse destinate al potenziamento degli ammortizzatori sociali sono inadeguate rispetto agli impegni assunti; quelle previste per coprire il costo dei contratti della pubblica amministrazione sono insufficienti. Il reddito minimo di inserimento è scaricato sui bilanci delle Regioni e degli enti locali. Le scelte per la scuola affossano le riforme avviate dal centro-sinistra per potenziare il sistema pubblico scolastico.
In materia di previdenza, con la riduzione dei contributi si dà inizio di fatto allo smantellamento del sistema previdenziale pubblico.
Non saranno certo sconti fiscali o sanatorie a risolvere i problemi del Paese. È stato già varato una specie di condono in materia fiscale; adesso c’è da aspettarsi quello in materia edilizia, ampiamente promesso da esponenti della maggioranza in vari collegi elettorali, e così il quadro sarà completo.
In realtà, ci troviamo di fronte ad un fenomeno di «neolaurismo», un misto di populismo, di demagogia e di spregiudicatezza: in parole povere, scarso senso dello Stato.