Manifesto degli intellettuali antifascisti – L’adesione di Gaetano Arfè

Manifesto degli intellettuali antifascisti

L’adesione di Gaetano Arfè

Gaetano Arfè

Roma, 24 luglio 2002

Aderisco al manifesto degli "intellettuali per la repubblica" con la preghiera di consentirmi una nota di commento.
Il testo al quale esso risponde non è comparabile all’antico manifesto degli intellettuali fascisti lanciato da Giovanni Gentile nel lontano 1925 e giustamente passato alla storia.
La prima ragione sta nella duplice malafede della sua premessa. Per ignoranti che ne siano gli estensori essi non possono non rendersi conto che richiamarsi a uomini come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Gaetano Salvemini, Guido Calogero – mancano i nomi di Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola- è un insulto alla storia e una bestemmia contro la religione della libertà.
Il secondo atto di malafede è la denuncia di una dittatura ideologica esercitata dai comunisti sulla nostra cultura nella Italia repubblicana. Se è vero, com’è vero, che una egemonia della sinistra -socialista, comunista, "azionista"- ci fu, essa fu conquistata con la forza delle idee – il liberale Croce scrisse del comunista Gramsci: fu uno dei "nostri" – e gli strumenti della politica. Negli anni della guerra fredda contro la sinistra, o comunque fuori della sua sfera d’influenza, stava larga parte della editoria, tutta la grande stampa che allora si chiamava padronale, il governo e l’apparato dello stato. I giovani intellettuali di sinistra conobbero il peso delle discriminazioni in tutte le sedi dove si amministrava la cultura. Mi limito a un piccolo esempio, tratto dalla memoria. Il comunista Giuliano Procacci fu bocciato al concorso negli archivi di Stato e trovò lavoro presso i servizi culturali delle Officine Galileo di Firenze e io, socialista, lo vinsi perché i posti riservati ai combattenti erano numericamente superiori a quelli dei concorrenti che ne avevano titolo. Senza presunzione tanto lui quanto io abbiamo dato prova di possedere i requisiti richiesti per accedere all’impiego di archivista.

La seconda ragione per la quale non trovo comparabile il manifesto dei liberal-fascisti a quello dei fascisti autentici è che esso emana una concezione dello stato che segna un arretramento rispetto ad esso, valutabile col metro della differenza che corre tra Marcello Dell’Utri e Giovanni Gentile. Lo stato etico gentiliano poggiava su un impianto teorico assai robusto, di ispirazione hegeliana. Bertrando Spaventa che patì l’esilio mentre il fratello Silvio marciava nelle galere borboniche lo teorizzò in termini di "chiesa" laica del cittadino, fondata sull’etica della libertà e portò questa sua concezione in una serie di vigorosi e brillanti scritti a difesa della scuola di stato quale luogo di formazione della coscienza nazionale dell’Italia liberale contro il dogmatismo clericale e la sua politica.
Le ambiguità insite in una siffatta concezione dello stato lasciavano deboli difese teoriche a una sua involuzione autoritaria e "statolatrica" e Gentile, proclamandosi suo erede, le travolse, ma non fece del "suo" Stato lo strumento di difesa degli interessi personali delle gerarchie del fascismo e va detto che neanche queste lo pretesero. Le generazioni che al fascismo si opposero, anche nella "battaglia delle idee", non negarono l’eticità della politica. L’ethos politico della Resistenza, col contributo di tutte le forze politiche dell’antifascismo, permeò la nostra Costituzione, passò anche nella vita interna dei partiti. Oggi siamo arrivati alla negazione non soltanto dell’etica, ma dell’autonomia della politica rispetto al mondo dell’affare e del malaffare. Lo stato è degradato ad azienda nella teoria e nella pratica e su di essa è modellato, nei valori, nei principi, nelle regole, nei comportamenti individuali e collettivi. Ne sa qualcosa il fu ministro Ruggiero, licenziato dal padrone per ingiusta causa. La difesa degli interessi personali del capo dell’azienda e dei suoi dipendenti è la suprema lex della Repubblica.
Quali ne siano gli effetti, letteralmente repellenti, è spettacolo che è già sotto i nostri occhi; quali ne saranno gli sbocchi, sono solo i vertici delle opposizioni che non hanno saputo prevenirlo e che ancora fanno fatica a vederlo e prevederlo.
Il manifesto degli intellettuali non può perciò limitarsi a un accorato invito alla mobilitazione di popolo contro una maggioranza squallida, volgare e servile, legittimata solo dai numeri. Deve suonare anche come monito severo e perentorio a una maggioranza carica di errori e di colpe e tuttora incerta, divisa e ignava, soggetta ai ricatti politici dei suoi gruppi che rappresentano la parte più flaccida, più ottusa e più infida del suo elettorato. Deve suonare come atto di solidarietà col solo sindacato rimasto degno di questo nome, una solidarietà che significhi anche impegno a non far gravare su di esso responsabilità che non sono sue, senza neanche assicurargli una rappresentanza politica univoca e decisa che faccia, per dirla in parole chiare, dell’atteggiamento nei confronti della Cgil, il fattore di discrimine e di decantazione, all’interno di una coalizione che non sa prender corpo e non sa darsi un’anima.
La storia, non solo del movimento operaio, ma della libertà e della democrazia ha camminato in Italia col passo del movimento sindacale – dallo sciopero di Genova del 1900 a quelli insurrezionali del 1945, a quelli che isolarono nel paese il terrorismo rosso e nero – nel solco della tradizione del miglior socialismo riformista, quello di Turati, di Matteotti e di Buozzi, che bollarono a fuoco il sindacalismo agnostico e capitolardo, disposto a dare al governo fascista la sua collaborazione "tecnica".
L’anagrafe mi ha concesso di "scendere in politica" sessant’anni fa, in un gruppo clandestino di "Italia libera" e di combattere in una formazione partigiana che si intitolava "Giustizia e Libertà". Mi auguro, per i miei morti e per i miei vivi di ritrovare una patria dove i valori della giustizia e della libertà tornino sovrani nella lotta sociale e politica, come è scritto nella Costituzione che noi demmo alla nostra repubblica.