IL SISTEMA DEI MEDIA

IL SISTEMA DEI MEDIA

Comunicazione di Gianni Montesano

Corso nazionale di formazione politica dei Giovani,
Roma 25/28 luglio 2002

1. La tv storia RAI, Mediaset, leggi ad hoc duopolio, la multimedialità, i tentativi di riforma, l’emittenza locale.

2. I quotidiani la stampa della grande industria e finanza, la mancanza dei quotidiani popolari, l’editoria locale, l’editoria di sinistra

3. Le agenzie di stampa tipologie e modalità di lavoro

4. La radio la sorella piccola, l’evoluzione del sistema, la fine del sogno

5. Internet on-line, libertà o sfruttamento? Terra vergine e terreno minato, il problema delle fonti

6. La pubblicità il carburante del sistema, duopolio/monopolio, il conflitto d’interesse

7. Il linguaggio della comunicazione, giornalismo e giornalisti

8. Conclusioni

Appendice:

– Gli strumenti del comunicare

1- La tv

La RAI

Sin dalla sua nascita ai primi anni ’50 la Tv italiana è stata, come tutte le altre, un monopolio tenuto ben stretto nelle mani del partito di maggioranza, la DC. La prima vera riforma si ha nel 1975 con la suddivisione in tre canali e con la zebratura degli stessi in aree di riferimento politico- culturali, questo avviene in modo particolare per i Tg.

Nei primi anni Ottanta si sviluppa ulteriormente l’emittenza privata nazionale in seguito ad una serie di sentenze della Corte Costituzionale che impongono la liberalizzazione delle frequenze. Sono gli anni in cui brilla l’astro del Partito socialista di Bettino Craxi, che vede nel settore Tv uno dei massimi punti di forza.

FININVEST

Nel giro di qualche anno si realizza la concentrazione di Tv nazionali sotto Fininvest di proprietà di Silvio Berlusconi. L’etere italiano vive in piena deregulation, senza norme di regolamentazione, questo consente a Berlusconi di aggiungere alle sue due prime Tv la terza (Retequattro) che era proprietà della Mondadori. La Mondadori sarà successivamente anch’essa acquistata da Fininvest.

La regolamentazione dello spazio televisivo giunge solo nel 1990 con la legge Mammì che non fa che fotografare l’esistente. Viene sancito il DUOPOLIO di Rai e Fininvest nel settore delle Tv in Italia. Durerà per molti anni, e dura ancora.

Nel 1995 la sinistra tenta un referendum popolare contro il monopolio privato di Berlusconi che, nel ’94, è "sceso in campo" vincendo le elezioni. I referendum intervengono sulla materia degli spot pubblicitari, ma diventano un plebiscito pro o contro la Tv privata. Il risultato è una sonora sconfitta.

La situazione Tv vede una sostanziale stasi per lungo tempo. Rai e Mediaset non si scontrano seriamente se non dopo il ’96, quando l’Ulivo vince le elezioni e si innesca una competizione fra i due "big nazionali".

La Rai dell’Ulivo, proprio per la necessità di dover tenere testa a Mediaset, spesso scivola su impostazioni eccessivamente commerciali, rincorre modelli di largo consumo al ribasso e tende a dimenticare la "mission" di servizio pubblico. Le Tv di Berlusconi, nel frattempo, accumulano profitti su profitti e vanno a ruota libera sull’informazione al punto che il centrosinistra deve votare, nel 2000, la legge sulla "par condicio" per impedire un uso massiccio degli spot elettorali Tv come avvenuto nelle elezioni europee del ’99.

Nell’era dell’Ulivo si tenta anche un riforma del servizio pubblico che mira a separare la gestione dell’azienda dalle interferenze dei partiti politici, ma le divisioni fra privatizzatori e sostenitori del "controllo pubblico", fra cui Pdci; impediscono il risultato.

L’EMITTENZA LOCALE

Sin dagli anni Ottanta in Italia si sviluppano e crescono centinaia di emittenti locali di diversa consistenza aziendale ed editoriale. Attualmente le Tv locali operanti in Italia sono 595. L’emittenza locale è stata sempre compressa dall’enorme drenaggio di risorse pubblicitarie compiuto da Publitalia. I vincoli della legge Mammì hanno impedito che alcune di esse potessero crescere a dimensioni nazionali. In ogni caso l’unico punto di forza delle emittenti locali è l’informazione territoriale. Almeno per quelle che sono in grado di reggere una redazione che abbia una parvenza di assetto giornalistico. Dobbiamo anche notare la estrema sensibilità delle emittenti locali al potere locale.

LA MULTIMEDIALITA’

Alla fine degli anni Novanta anche in Italia irrompono le nuove tecnologie multimediali. Si diffondono i primi segnali via satellite e nascono due piattaforme digitali (Telepiù e Stream), un settore che cresce lentamente a contrario di altri paesi e dove si trovano alcune interessanti esperienze di informazioni come INN. Non trascuriamo che alcuni attuali dirigenti Rai in quota Lega, tra i quali A. Marano di Raidue, è stato presidente di Stream News e autore del progetto.
Rai e Mediaset si attrezzano per la multimedialità, ma siamo ancora nella fase preliminare.

2 – I quotidiani

E’ opinione comune che nel nostro paese manchino gli editori "puri" ossia quegli imprenditori che hanno come obiettivo primario l’editoria e, per questo motivo, fanno prodotti molto aggressivi verso il potere politico. Lo stesso gruppo Repubblica – Espresso (il cosiddetto polo progressista) non proviene da una storia del genere. Corriere della Sera e Stampa sono storicamente legati a doppio mandato con il capitale finanziario del nord uno e con la Fiat l’altro. Il Messaggero è proprietà del costruttore romano Caltagirone. Restano poi i giornali di bacino regionale (Mattino, Secolo XIX, Gazzettino, la Sicilia) etc, tutti in qualche modo legati a potentati locali. Troviamo poi la grande operazione del gruppo Riffeser-Monti che, in pochi anni, ha costruito una catena di quotidiani spostando decisamente a destra il loro asse editoriale.

Tornando alla prima considerazione possiamo solo aggiungere che la tipologia dei principali quotidiani italiani resta indirizzata ad un pubblico di élite. Lo stesso linguaggio, la selezione delle notizie e le modalità spesso servili o da gossip con cui si affronta la politica ne sono una conferma. Alla mancanza di un "grande" giornale popolare fa da contrappunto una "grande" stampa che crede di essere dei "alto livello" ma spesso annega nel provincialismo nostrano. Basti considerare una grave mancanza di aggressività nei confronti del potere politico, la mancanza di una visione degli esteri (che sta modificando solo da qualche anno con la UE) e la difficoltà a condurre inchiesta e reportage che non siano solo di "viaggi".

LA DORSALE DI DESTRA

Il gruppo Riffeser-Monti ha condotto, nel giro di pochi anni, un’operazione che ha spostato pesantemente La Nazione e il Carlino a destra, a questi è stato poi aggiunto Il Giorno di Milano trasformato in Quotidiano Nazionale con delle pagine comuni alle tre testate e un forte taglio popolare. Non è stata un’operazione imprenditoriale, ma un’operazione politica che tendeva a spostare l’informazione locale della carta stampata su posizioni favorevoli alla destra.
Dal 94 ad oggi, oltre ai tre giornali citati, una gran parte di quotidiani locali sono diventati parte di gruppi controllati direttamente dalla destra oppure sono entrati nella loro orbita di attrazione attraverso operazioni di controllo svolte insieme alle associazioni territoriali di Confindustria. Nell’area della sinistra, per modo di dire, restano solo quelli del gruppo Espresso, che sono un relativa minoranza sul territorio nazionale.

L’EDITORIA DI SINISTRA

Anche qui serve un punto di riflessione. In tutti questi anni la sinistra di governo (i DS), gongolandosi su presunte capacità di attrarre i "ceti dinamici", ha tralasciato l’editoria locale lasciandola in completa balia di Confindustria. Eppure l’editoria locale è l’unico settore della stampa in continua crescita sia per fatturato, per copie vendute, che per pubblicità (+7%).

In questo quadro vi è stato una lunga chiusura de L’Unità e la chiusura sostanziale di Italia Radio: l’editoria di sinistra è ormai un prodotto di nicchia.

3 – Le agenzie di stampa

Esiste una nervatura del sistema dell’informazione nascosta al grande pubblico: sono le agenzie di stampa. Spesso guardate con scarsa attenzione costituiscono, invece, l’infrastruttura dell’informazione. Le reti di agenzia, da oltre un secolo, sono il cuore della distribuzione delle notizie in "tempo reale" sin da quando esse viaggiavano con il telegrafo.

Le agenzie di stampa sfornano notiziari a getto continuo e su tutti i temi: politica, attualità, sport, economia. Si calcola che oltre l’80% di un quotidiano sia composto prevalentemente da notizie di agenzie di stampa. Il lavoro dell’agenzia è a ritmo continuo, una no-stop che ha seguito l’evoluzione tecnologica nei canali di distribuzione ma che ha anticipato l’immediatezza dei tempi a cui oggi siamo abituati con la comunicazione on-line e la diretta televisiva.

Da qualche anno le agenzie di stampa stanno rivolgendo la loro attenzione anche alle Regioni. La crescita del peso politico degli enti locali, la maggiore richiesta di cronaca da parte del pubblico sta comportando alcuni spostamenti di interesse delle grandi agenzie nazionali, anche se vi è ancora molto da fare in questo campo.

UN RAPIDO SGUARDO

ANSA. E’ l’agenzia principale, la più importante per autorevolezza, affidabilità e volume di notizie. Ha un notiziario completo su tutti i campi e notiziari regionali.

AGI. Ex agenzia dell’ENI, generalista, con buoni notiziari esteri in accordo con testate internazionali, ha una buona ramificazione territoriale.

ADN Kronos – nasce nell’era socialista degli anni Ottanta. Specializzata in politica, si sta diversificando con la multimedialità e sta potenziando i notiziari regionali.

ASCA. Connubio tra area cattolica ed economia (settori di Confindustria). Ha uno speciale notiziario "sociale".

DIRE. Agenzia di sinistra nata negli anni Ottanta. Specializzata in politica, cura molto la sinistra. Piccola.

Ap.Biscom L’ultima arrivata con grandi ambizioni. Si diversifica per il taglio di approfondimento che dà alle notizie. Politica e generalista, punta allo sviluppo multimediale con il gruppo E.Biscom, Il Nuovo e AP.

4 – La radio

In Italia ci sono 1300 emittenti radiofoniche. La riforma della fine degli anni Settanta diede avvio alla liberalizzazione delle frequenze radiofoniche. Nacquero una miriade di radio di diverse dimensioni, nacquero radio di sinistra, di movimento, politiche, comunitarie. Poi, con il passare degli anni, le ferree leggi dell’impresa sui sono scontrate con i sogni di chi voleva "liberare la mente" (da E. Finardi).

L’emittenza radiofonica privata è stata a lungo ai margini del sistema dell’informazione, considerata poco redditizia e dispendiosa, nessun gruppo editoriale ha investito seriamente in imprese radiofoniche negli anni ottanta. Negli anni Novanta si ha un’inversione di tendenza che riguarda, tuttavia, solo alcune testate che, attraverso processi di concentrazione e di accorpamento di frequenze, creano, man mano le radio commerciali "forti" che sono sostanzialmente quelle operanti oggi sul mercato.

Le radio "comunitaria" e le radio più politiche incontrano non poche difficoltà a trovare una loro dimensione di sopravvivenza, nonostante alcuni interventi legislativi che inseriscono la radiofonia nelle provvidenze per l’editoria. La frammentazione delle emittenti "politiche" e la loro scarsa consistenza economica, crea una serie di chiusure a catena. L’unica a sopravvivere con la sue proprie forze è radio Popolare di Milano che trova una sua dimensione cittadina. Lo stesso Popolare network non ha mai raggiunto dimensioni apprezzabili.

A sinistra si prova, a partire dagli anni Ottanta, l’esperimento di Italia Radio (la Radio del PCI, diceva uno slogan). Vive per un buon numero di anni, trova anche un suo spazio ed un suo equilibrio editoriale come radio di informazione non di nicchia. Anche sul piano degli ascolti Italia Radio si avvicina alle testate nazionali commerciali.
Italia radio, tuttavia, cade anch’essa nella tagliola delle privatizzazioni tanto care ad una parte della sinistra. Il risultato è che, qualche anno fa, la proprietà passa al gruppo L’Espresso, che prima ne depotenzia il taglio "informativo" dell’emittente, poi la porta alla chiusura (è storia di quest’anno).

Discorso particolare è l’esperienza di Radio Radicale che vive grazie alla convenzione di "servizio pubblico" con il Parlamento di cui trasmette le sedute in diretta.

5 – Internet

Internet avrebbe bisogno di una sessione specifica di discussione. E’ uno strumento che ha impresso un’accelerazione enorme all’intera economia globale, non a caso si è parlato (anche a sproposito) di new economy. Ovviamente il web ha avuto un impatto enorme nel mondo delle comunicazioni divenendo uno dei componenti di quello che si chiama il "processo di convergenza tecnologica", ossia l’avvicinamento e l’integrazione dei supporti di comunicazione oggi: Tv, computer e telefonia. Un processo che si sta realizzando grazie alle innovazioni della tecnologia digitale che consente la compressione dei segnali ed un aumento esponenziale della quantità di informazioni (intese come bit) che possono essere trasmesse da un solo vettore.

In questa analisi ci fermiamo solo su un aspetto particolare di internet: il ruolo della rete nel mondo dell’informazione, intesa, questa volta, come processo di elaborazione e distribuzione delle notizie.

Internet, per alcuni versi, ricorda i processi avvenuti a suo tempo con le radio e le Tv libere. Il paragone è un po’ azzardato, ma oggi si è molto sgonfiata la "bolla mistica" che aleggiava attorno alla rete., Anche a sinistra vi erano adoratori e adulatori di internet considerato terra di libertà e di speranze, di creatività e di liberazione. Certamente si sono consolidati gli usi "free" e creativi della rete, e va difesa la capacità di libera comunicazione offerta dal Web, nel bene e nel male.

Vi è, tuttavia, un’altra faccia della medaglia. I grandi gruppi della comunicazione globale, con giganteschi investimenti economici, hanno provato a trasformare la rete in un immenso supermercato, shopping-on line, negozi virtuali e amenità simili, ma anche questa strada, percorsa a fondo, non ha prodotto i risultati sperati da chi si poneva l’obiettivo di trasformare internet in una fonte meravigliosa di affari.
Quello che si assiste oggi, invece, è una lenta ma più accurata applicazione della rete sia nella "vecchia" economia che nei "vecchi" processi di comunicazione, dalla comunicazione istituzionale, ai diritti di cittadinanza.

Torniamo al nostro tema, al rapporto tra il Web e il sistema dei media. Internet è ovviamente una fonte inesauribile di notizie. Il problema è che esso non è una fonte sempre attendibile. Il fatto di trovare notizie e informazioni "in rete" non significa che quelle notizie e informazioni siano vere o verosimili. Le possibilità offerte oggi dalle nuove tecnologie di intervenire su testi, video e audio consentono la creazione di "eventi virtuali" la cui corrispondenza con la realtà è tutta da verificare.

Nella fase di massima accelerazione della crescita di internet, negli ultimi anni Novanta, la maggior parte delle testate giornalistiche hanno aperto posizioni nella rete. Sono nate versioni on-line dei quotidiani e sono nati veri e propri giornali on-line. Attualmente ci si trova in fase di stabilizzazione del fenomeno per cui gli imprenditori cercano di far vivere i prodotti che hanno un loro spazio ed una loro funzione effettiva.

Lo stesso avviene per i partiti, per le associazioni e, da poco, per le istituzioni. I "portali" sono sempre più uno strumento di razionalizzazione della comunicazione di settori che hanno interessi condivisi e sempre meno delle marmellate che offrono di tutto e di più.

Oggi internet è in assoluto lo strumento più economico e più veloce per comunicare. Non va sottovalutato, tuttavia, che anch’esso ha bisogno di costi e di lavoro per potere produrre un risultato decente che non sia una semplice "vetrina" o un ambito creativo o "free".

Occorre quindi individuare la linea di demarcazione che segna, da una parte, la dimensione libera di internet, le sue capacità di connessione e di comunicazione fra gruppi, culture ed esperienze (sociali, virtuali). Questo è un ambito da salvaguardare a tutti i costi. Dall’altra parte vi è la dimensione imprenditoriale del Web, le grandi multinazionali della comunicazioni, i grandi gruppi editoriali che operano enormi investimenti in quello che è considerato uno dei settore di massima espansione dell’economia: la cosiddetta "società dell’informazione". Lì bisogna pretendere regole, diritti e doveri. Lì occorre portare avanti riflessioni sui nuovi lavori e sui nuovi diritti connessi a chi opera in quel contesto e chi ne usufruisce.

6 – La pubblicità

Il mondo dell’informazione vive soprattutto di pubblicità. I ricavi delle vendite tendono a diventare una componente sempre più marginale nei bilanci editoriali. Nel settore radio-Tv la pubblicità è l’unico "carburante" se si esclude la Rai che riscuote il canone e può stabile convenzioni con i Ministeri.

Si sente parlare di calo della pubblicità al punto che la FIEG ( le CONFINDUSTRIA degli editori) ha chiesto al governo una politica di sgravi fiscali. Nessuno ricorda che negli ultimi tre anni la pubblicità in Italia è cresciuta a dismisura.

Il volume complessivo della pubblicità è intorno ai tre miliardi e mezzo di euro. Due miliardi solo per le Tv. Di questi il 90% è assorbito da Rai e Mediaset con una preponderanza di quest’ultima.

Il controllo del mercato pubblicitario è stata la chiave di volta che ha consentito la stabilizzazione del potere di Mediaset. Grazie ad una lunga fase di "non belligeranza" Publitalia ha sviluppato una enorme forza egomonica sul mercato della raccolta pubblicitaria influenzando, con una rete di consociate, anche la raccolta e la distribuzione territoriale (e quindi l’emittenza locale).

In Italia vi sono leggi che prevedono limiti di affollamento pubblicitario per la Rai e per le Tv private nazionali. Questi limiti vengono sistematicamente violati con una serie di stratagemmi e con il placet dell’Autorità garante. Basti pensare al divieto di interruzione dei film che viene aggirato con escamotage.

Il controllo del mercato pubblicitario è stato il presidio per il mantenimento delle posizioni dominanti di Berlusconi nel sistema Tv. La7, ex TMC, stava provando a crescere in dimensioni e forza editoriale puntando ad uno share medio del 5-6% e rosicchiando quote di mercato a RAI e Mediaset. Dopo le elezioni il cambio di proprietà di Telecom ha comportato il ribaltamento del progetto de La7 e il suo sostanziale affossamento.

8 – Il linguaggio della comunicazione nei media

Il linguaggio giornalistico con cui si rappresenta la politica molto spesso mira, come il resto del giornalismo, al titolo eclatante, al gossip, o alla spettacolarizzazione dei fatti. Il danno è tutto per i contenuti che spesso scompaiono triturati in un infinito pettegolezzo.

A questa tendenza fa da contraltare il ritorno dell’ossequio che si manifesta con le interviste – tappetino e le cronache osannanti del potente di turno. Entrambi gli approcci sono lontani dalla deontologia della professione giornalistica che vorrebbe un’informazione equilibrata, obiettiva nel limite del possibile, aderente ai fatti, con la separazione dei fatti dalle opinioni, rispettosa della dignità delle persone.

Purtroppo spesso la deontologia giornalistica diventa solo un esercizio di retorica mentre l’informazione diventa un esercizio al servizio del potere.

Vi sono, in ogni caso, esempi di autonomia giornalistica che si manifestano nelle grandi redazioni e, a volte, anche nelle piccole. Questa è la leva fondamentale per avviare una interlocuzione con il mondo della stampa: l’equilibrio, il rispetto del pluralismo, l’obiettività e il diritto all’informazione sono doveri di chi opera in questo settore. I giornalisti, a loro volta, devono invocare il diritto all’autonomia e all’indipendenza della loro attività professionale; è l’unico strumento che hanno per contenere l’invadenza delle proprietà editoriali. Un editore ha il diritto di imporre la sua linea al suo giornale, ma i giornalisti hanno il dovere di applicarla nel rispetto della deontologia complessiva della loro categoria.

Considerazioni finali

Il nostro paese vive un’enorme anomalia nel sistema dell’informazione. Un’anomalia che riguarda la concentrazione di potere mediatico in un leader di partito che è poi diventato Presidente del Consiglio. Berlusconi non ha solo le sue Tv, controlla politicamente la Rai, controlla quotidiani "schierati", esercita pressioni su grandi quotidiani (Corsera), influenza editoria ed emittenza privata, si inserisce nel circuito delle agenzie di stampa, controlla portali Web, controlla la maggior parte delle grandi testate radiofoniche private.
E’ un problema che va ben oltre il conflitto di interesse, ossia gli affari privati di Berlusconi, ma interferisce con lo stesso funzionamento di una democrazia moderna. Ne ha parlato addirittura il Presidente della Repubblica con un messaggio alle Camere.

Senza pluralismo, senza diversità di opinioni, senza pluralità di soggetti che operano nel campo dell’informazione si corrono rischi seri per la vita democratica di un paese. La produzione di consenso attraverso i media, l’assottigliarsi delle possibilità di espressione delle voci critiche segna un pericolo reale, è indice dello scivolamento verso nuove ed inedite forme di autoritarismo.

Questo è compito di una battaglia politica per la libertà dell’informazione che si inserisce in una più ampia battaglia politica per la difesa della democrazia e dei fondamentali diritti costituzionali nel nostro paese.

appendice

GLI STRUMENTI DELLA COMUNICAZIONE CON I MEDIAIl Comunicato stampa. E’ un semilavorato, non contiene il contesto della notizia, va scritto con chiarezza e brevità individuando subito i termini dei fatti. Non è un volantino, non servono frasi retoriche di propaganda. Non va sviluppato un ragionamento, non è un documento politico.

E’ uno strumento che deve aiutare chi scrive un articolo a parlare di noi. Speso chi scrive non conosce la materia oggetto del comunicato, va quindi inquadrato il tema.

I tempi. Bisogna calibrare i tempi in base al luogo e alla portata dell’evento. Più ci si trova in un’area periferica, più occorre anticipare i tempi di trasmissione di un comunicato. Più la notizia non è dirompente, meno la si può ritardare.

Occorre ricordare il tempo limite delle edizioni dei Tg, sia Rai che locali. Il TgR, ad esempio, va in onda alle 14 e alle 19.30.

La distribuzione da sola non basta mai. Serve un lavoro di accompagnamento e di sollecitazione.

Altri strumenti: la conferenza stampa, l’articolo, l’intervista.
La conferenza stampa va utilizzata quando serve, quando effettivamente è oggetto di richiamo di stampa e Tv, altrimenti è ridondante.

Sviluppando relazioni "democratiche" con la stampa (anche quella di destra) va richiesta la pubblicazione di articoli e interventi ove la testata preveda spazi di questo tipo.

L’intervista è la soluzione più rapida e agevole per comunicare su stampa e Tv, purtroppo in genere la decide il giornale e non l’interessato. Chiedere non fa male a nessuno.