PER UNA LIBERA INFORMAZIONE

PER UNA LIBERA INFORMAZIONE

Convegno a Roma su "Qualità, servizio pubblico e pluralismo nell’informazione"

Ufficio stampa

Roma, 17 ottobre 2002

Introduzione di Gianni Montesano

Recentemente il commissario OSCE per la libertà dei media, Duve, si è soffermato sulla situazione italiana affermando che il problema non è tanto di "conflitto di interesse", ossia di interessi personali del premier nel settore delle comunicazioni, quanto quello di una seria "questione democratica" che, a sua volta, s’intreccia con gli interessi dell’impero mediatico del Presidente del Consiglio. Siamo alla vigilia di una data importante, domani ci sarà lo sciopero generale indetto dalla Cgil contro le politiche economiche del governo, e non è un caso che il neosegretario Epifani abbia dovuto prendere carta e penna e denunciare l’oscuramento subìto da parte del servizio pubblico. Quando come Comunisti italiani denunciavamo la pericolosità di questa destra, per le sue tendenze populiste e affariste, in molti ci tacciarono di catastrofismo.
Prima di una riflessione sullo stato dei media credo sia anche doveroso una presa d’atto, ormai generalizzata, di alcuni errori dell’Ulivo nella scorsa legislatura: la mancata risoluzione del conflitto di interesse e la mancata riforma della Rai. Temi su cui, nell’ambito delle nostre forze, le abbiamo tentate tutte.
Il controllo politico sulla Rai da parte di chi a sua volta controlla Mediaset, sta creando una sorta di editore unico dell’informazione. La gravità della situazione ha indotto il Presidente Ciampi ad intervenire con un messaggio alle Camere il cui contenuto è ancora di enorme attualità. Le proposte e gli atti del governo, tuttavia, non hanno tenuto nella benchè minima considerazione le indicazioni del Quirinale.

DDL GasparriLa proposta di riforma avanzata dal Ministro desta non poche preoccupazioni. I limiti anti trust vengono del tutto aboliti nelle filiere verticali di settore, mentre viene introdotto un fatidico tetto del 20% per tutte le risorse di quello che viene pomposamente definito "sistema integrato delle comunicazioni" Una definizione il cui scopo è quello di allargare a dismisura la platea di riferimento delle cosiddette "risorse di sistema" in modo che la pubblicità divenga uno degli elementi del calcolo e non più la risorsa fondamentale per eccellenza.
Non scendo nel dettaglio della proposta, ma di fatto ci si trova non solo di fronte alla ennesima legge che fotografa l’esistente, ma getta anche le basi per un futuro ruolo egemone del principale attore privato della televisione italiana, Mediaset, a discapito del possibile sviluppo di altri gruppi. La proposta Gasparri, inoltre, avvia il servizio pubblico verso un pericoloso piano inclinato, cosa che sta già facendo questo management senza aspettare il legislatore. Basti pensare che sulla Rai si dovrebbero scaricare tutti i costi della fase sperimentale della transizione al digitale terrestre, in questo modo i "privati" troverebbero la strada spianata.
Il governo prevede l’abolizione del divieto di incrocio fra carta stampata e Tv. Bene. Quel divieto di incrocio è ormai anacronistico a fronte dello sviluppo delle tecnologie della comunicazione, ma non può essere abolito se non viene riformulata una norma anti trust che vieti le posizioni dominanti. Perché è questo il vulnus democratico che, ancora una volta, viene ignorato dall’esecutivo: l’esistenza di posizioni dominanti, a partire dal pesante controllo sul mercato della pubblicità. Questo aspetto diventerà ancora più grave se, come sembra, le nuove nomine della Sipra avverranno secondo le voci ricorrenti.
Il potere di controllo e di interferenza dell’attuale governo è indubbiamente evidente quando si parla di televisioni. La 7 è stata bloccata sul nascere lo scorso anno, prima ancora che potesse prendere corpo una progetto serio di terzo polo Tv.
Noi intendiamo ricordare, e sottolineare, quanto l’influenza berlusconiana esso si stia manifestando con tutta la sua forza anche nel settore della carta stampata. Sul Corriere della Sera, il principale quotidiano nazionale, continuano ad addensarsi nubi nonostante sia stato fermato il primo tentativo di scalata di gruppi imprenditoriali molto vicini al Presidente del Consiglio. La Stampa corre lo stesso rischio a maggior ragione con la crisi del suo azionista di riferimento.
Il pericolo dell’editore unico è presente nei canali satellitari. L’Ingresso di Murdoch nella piattaforma unica è un segnale preoccupante sia per quanto riguarda l’informazione che, soprattutto, per le produzioni italiane ed europee che rischiano di essere sempre più marginalizzate.
Vorrei ricordare anche l’editoria locale. E’ quella che continua a crescere in fatturato pubblicitario e vendite nonostante la crisi del mercato della pubblicità. La gran parte dei quotidiani locali, se escludiamo il gruppo Espresso-Finegil, ricade direttamente o indirettamente sotto l’influenza o il controllo dell’area politica di governo o di Confindustria. Se a questa quadro aggiungiamo le condizioni in cui si lavora in piccole e malpagate redazioni di provincia abbiamo la cifra della gravità della situazione dal punto di vista di quello che Ciampi chiamava il pluralismo "esterno" il pluralismo dei soggetti nonché del pluralismo "interno" ossia la libertà e l’autonomia delle redazioni.
In questo contesto ci troviamo di fronte ad una palese crisi dei due organismi che dovrebbero garantire il rispetto del pluralismo e della concorrenza. La Commissione di vigilanza sulla Rai e l’Autorità di garanzia nelle comunicazioni devono essere oggetto di un’apposita riflessione di tutti i soggetti interessati perché, credo, stanno ormai manifestando tutti i loro limiti. Facciamo attenzione alle proposte di estensioni dei poterei della Vigilanza ai privati, perché in essa si può nasconde una depotenziamento dei poteri effettivi di controllo contro funzioni pletoriche di "monitoraggio".

L’autonomia delle redazioni
Una riflessione si impone sul tema dell’autonomia dei giornalisti e, quindi, sulla qualità dell’informazione, le sue caratteristiche di obiettività ed aderenza ai fatti, al di là delle legittime linee editoriali delle testate.
Ho già accennato prima al nuovo clima che si respira nelle redazioni, alle censure preventive o, peggio, alle autocensure che si sviluppano in queste condizioni, in redazioni grandi o piccole che siano. Noi riteniamo che un tassello della libertà di informazione sia la piena autonomia degli operatori rispetto al potere delle proprietà e, in particolare, l’autonomia dei giornalisti che quotidianamente sono chiamati a svolgere il loro mestiere.
Su questo diamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare i sindacati di categoria e la Fnsi nel condurre una battaglia a fondo in difesa dei diritti dei lavoratori e dell’autonomia professionale.
Ai sindacati e agli altri organi di categoria, tuttavia, chiediamo una attenta opera di vigilanza nel verificare il rispetto dei principi del pluralismo e nel far rispettare le deontologia professionale.. Il pluralismo è una categoria che vale per tutti, nessuno escluso; il rispetto della diversità delle opinioni e delle voci deve valere per tutti, altrimenti diventa difficile portare avanti battaglie per la libertà e la democrazia nell’informazione se non si è di esempio nei comportamenti.

La RAI
Il capitolo Rai si inscrive tutto all’interno di questa dinamica. Non esiste un caso Rai in quanto tale se non nel più ampio contesto di quanto accade nell’intero sistema dell’informazione.
Molti si aspettavano che, una volta al potere, questa maggioranza avrebbe occupato tutti i posti disponibili. Pochi si aspettavano che lo avrebbe fatto con tale sfacciataggine, ignorando platealmente professionalità e criteri di pluralismo. Non è il caso di addentrarsi in episodi noti, ma i casi Biagi e Santoro sono solo la punta di un iceberg, di una tabula rasa compiuta all’interno dell’azienda della Rai. Una tabula rasa rispetto a cui la reazione di molte forze dell’opposizione ci è parsa decisamente debole. Non è una caso che uno dei primi "girotondi" sia avvenuto proprio intorno a viale Mazzini. E’ stata una spinta dal basso, un sentimento di giustizia e di libertà a sollevare la questione del pluralismo violato.
I casi Biagi e Santoro vanno ben al di là delle singole vicende, essi contribuiscono ad alimentare un clima di intimidazione nei confronti delle redazioni più deboli, costituiscono un segnale che travalica i confini della Rai e che giunge a tutti coloro che fanno il mestiere di giornalista o che si occupano di informazione con effetti devastanti.
Se da una parte c’è stata l’occupazione di stampo militare, dall’altra si cominciano a vedere i primi segni di una incapacità di gestione dell’azienda e, soprattutto, della mancanza di qualsiasi strategia di lungo respiro. L’attuale management del servizio pubblico sembra ben poco interessato a confrontarsi con la concorrenza privata e il calo progressivo degli ascolti che si registra nelle ultime settimane ne è una conferma. Improvvisazione, diktat politici, idee vecchie e logore per un mercato un costante evoluzione stanno facendo accadere quello che esattamente un anno fa denunciammo come un pericolo imminente: la Rai perde progressivamente quota e, quindi, non costituisce più una minaccia per Mediaset. Non solo. L’abbassamento complessivo della qualità del prodotto Rai, vuoi sul fronte specifico del servizio pubblico, vuoi su quello generalista dell’intrattenimento, consente a Mediaset di non fare investimenti massicci per confrontarsi con quella che dovrebbe essere la concorrenza.
In questo scenario la proposta Gasparri è pericolosa perché non muove uno spillo degli attuali assetti e finge di prospettare una unitarietà aziendale a cui corrisponde solo immobilismo. Essa contiene un principio che per il momento è nella prassi ma non nella legge: il controllo diretto del governo sul servizio pubblico. Il meccanismo previsto per la privatizzazione della Rai non è altro che un sistema per porre, per un bel numero di anni, la Rai sotto il controllo diretto del Ministero del Tesoro.
Il prof. Luigi Zanda in una lungo intervento sul Foglio – ed anche nella giornata di ieri – ha elencato una serie di contraddizioni e di mancanze nel funzionamento di questo Consiglio di Amministrazione. Noi vorremmo capire se alle denunce del professor Zanda seguiranno atti conseguenti. Noi non abbiamo nulla di personale nei confronti dei due esponenti "in quota Ulivo" nel C.d.A. Sono due figure degne di rispetto e indubbiamente autorevoli. Tuttavia, e lo abbiamo detto al momento delle nomine, non ci sentiamo rappresentati da questa dirigenza e temiamo che i due consiglieri di opposizione siano stati, in qualche modo, utilizzati dall’area di governo come copertura ad operazioni di occupazione di potere come non se ne erano mai viste nella storia del servizio pubblico.
Basti pensare, per fare un esempio, alle modalità dell’attacco e delle critiche sferrate alla precedente gestione di un prodotto di alta qualità e di servizio come Rai Educational.
Crediamo sia giunta l’ora di un azzeramento degli attuali vertici del servizio pubblico. Crediamo che tutto il Consiglio di amministrazione debba lasciare, insieme al direttore generale.
L’impressione è che ampi settori dell’Ulivo abbiano tenuta bassa la guardia nel tentativo, fallito, di conservare qualche postazione. Il risultato ci sembra abbastanza disastroso. L’agitazione proclamata dai CdR Rai ci sembra più che fondata. Non si è riusciti a difendere posizioni di alta professionalità e qualità. Adesso, a disastro avvenuto e a caselle occupate, tutta l’opposizione si accorge del problema. Bene, meglio tardi che mai. A questo punto occorre una proposta di chiarezza e trasparenza nei confronti del servizio pubblico, perché non ha molto senso rispondere alla crisi degli ascolti Rai, alla mancanza di strategia, alla caduta della qualità del prodotto, ai seri problemi di rispetto del pluralismo con lo slogan della privatizzazione. Non credo che abbia un senso, oggi, rimettersi nelle mani di un inesistente mercato e di una mera logica commerciale. Ovviamente questo non significa difendere lo status quo che costituisce un pericolo per l’azienda.

Riteniamo che sia necessario sviluppare una proposta di riforma, almeno per quanto riguarda il servizio pubblico, che abbia alcune linee di fondo:
1. La Rai deve essere un’azienda in grado di stare sui nuovi scenari della comunicazione globale, deve mantenere la sua presenza nei nuovi media e nelle produzioni satellitari. Questa, come tutto il resto del prodotto, si deve ispirare a criteri di servizio pubblico che devono costituire i cardini della "missione" aziendale, altrimenti il marchio Rai diverrà progressivamente amorfo.
2. La Rai ha bisogno di risorse, così come ne ha bisogno un eventuale nuovo soggetto privato che volesse entrare nel mercato della Tv generalista italiana. Esiste un problema di grandezze della dimensione industriale. L’innovazione tecnologica non garantisce di per sé il pluralismo dei soggetti perché esiste un blocco delle risorse – il famoso "carburante del sistema" – altro che "sistema integrato", rischiamo di avere un sistema "disintegrato" a causa del monopolio della raccolta pubblicitaria.
3. La Rai deve essere autonoma il più possibile dagli esecutivi politici. Nessuna azienda può essere guidata in condizioni ondivaghe come accade attualmente al servizio pubblico. L’ipotesi di una fondazione di natura pubblica sotto cui collocare la struttura aziendale ci sembra abbia ancora una sua vitalità.
4. In Rai occorre esigere il rispetto dei lavoratori e delle risorse interne. Di tutti i lavoratori, senza distinzioni fra "protetti" e "non protetti". Questo a partire dalle forme di contrattazione che vanno tutelate come in tutti gli altri luoghi di lavoro.
5. Nel frattempo si possono individuare nuovi criteri di nomina del Consiglio di amministrazione da parte del Parlamento.

Conclusioni
In conclusione intendiamo confrontarci su alcune proposte una politica che contribuisca alla libertà di informazione:
antitrust – qualunque proposta di sistema non può prescindere dalle ridefinizione di nuove norme anti-trust che siano realizzate rispetto alla attuale realtà del sistema italiano. All’abolizione del divieto di incrocio fra stampa e Tv va fatto seguire una norma che blocchi le posizioni dominanti, così come occorre intervenire sulle posizioni dominanti nella raccolta pubblicitaria globale e specifica per le televisioni.
Rai – abbiamo già illustrato le proposte di merito che si possono riassumere in : autonomia dalla politica, chiarezza di missione editoriale, risorse adeguate e adeguate dimensioni per far fronte ai nuovi scenari della comunicazione.
Autonomia dell’informazione – impegno delle forze politiche, sociali e sindacali per la libertà e l’autonomia delle redazioni rispetto alle pressioni degli editori.
Questi sono i punti di riferimento su cui i Comunisti italiani intendono muoversi sui temi dell’informazione e della comunicazione.