Intervento sulla legge Cirami

SENATO DELLA REPUBBLICA

XIV LEGISLATURA

265ª SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 23 Ottobre 2002

(Antimeridiana)

DISEGNI DI LEGGE

Discussione:

(1578-B) CIRAMI. – Modifica degli articoli 45, 47, 48 e 49 del codice di procedura penale

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pagliarulo. Ne ha facoltà.

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la cruda verità – e alcuni lo hanno esplicitamente confermato nel dibattito in Aula pochi giorni prima delle ferie – è che all’ordine del giorno di oggi il tema è questo: come impedire che si giunga a una sentenza al processo di Milano.

Questa è la ragione per cui, stravolgendo qualsiasi regola e qualsiasi buonsenso, si è cercato di approvare questo testo nel giro di poche settimane. Questo tentativo è fallito per la strenua opposizione che avete trovato in Parlamento, per l’ampia e civile protesta popolare, per l’incapacità tecnico-giuridica che è stata dimostrata. Certo, la legge sarà approvata, ma con quali costi di immagine e di dignità!

Offendendo quello che una volta sarebbe stato chiamato il comune senso del pudore, si è autorevolmente affermato che la legge Cirami è «assolutamente dovuta agli italiani». Mentre in queste Aule si discuteva sul testo, si consumavano, e si consumano, nel Paese pagine tragiche della sua crisi economica e i fatti annunciavano l’urgenza di una soluzione dei problemi dell’auto, ben prima della dichiarazione dello stato di crisi della FIAT. Ma l’attenzione del Governo, l’attenzione del Parlamento era catalizzata da tutt’altro: come far cadere sui giudici di Milano l’accusa di legittimo sospetto.

E, notate bene, non parlo della Boccassini, della sua arringa, che sarà anch’essa giudicata non da me, non da voi, non dal sistema dei media controllato dal Presidente del Consiglio, ma dai giudici stessi, come è previsto in un Paese civile; parlo dei giudici Carfi, Consolandi, Balzarotti, cioè del collegio giudicante. Cognomi mai apparsi sulla stampa, sconosciuti a tutti, silenti. Eppure, sospetti di parzialità. Perché si vuole mettere sotto accusa non gli imputati ma i giudici? Perché quei giudici? Siamo al paradosso oscuro che l’oggetto del contendere oggi è se e quando spostare il processo di Milano a Brescia o a Perugia.

Il testo che ci è pervenuto dalla Camera è visibilmente peggiorato. La sequenza di dubbi di incostituzionalità è così ampia e palese che neppure posso dedicare ad essa il tempo che meriterebbe: in particolare, gli articoli 3, 25, 111, 97 e 13, come acutamente argomentato dal senatore Fassone. Un testo ad personam, che mette in luce il vizio di eccesso di potere legislativo e consegna ad esso l’intollerabile marchio della privatizzazione.

Questa legge coinvolge direttamente, in quanto imputati, avvocati degli imputati, sodali degli imputati, un numero non irrilevante di parlamentari.

Molti di costoro, invece di svolgere un ruolo – come si dice – di basso profilo, sono in prima linea nella strenua difesa della Cirami, proponendo all’opinione pubblica e al Paese uno spettacolo forse mai avvenuto nella storia democratica, ove l’interesse privato – sottolineo «privato» – confligge e prevale sull’interesse pubblico.

Non è la prima e non sarà l’ultima volta in questa legislatura, ma la Cirami è il più conclamato, il più devastante, il più arrogante caso. Avviene in un clima reso ancora più torbido dalle documentazioni e dichiarazioni fatte circolare dall’onorevole Mancuso che richiederebbero, solo queste, risposte e chiarimenti per diradare ogni nebbia.

È uno dei casi – e concludo – in cui calzano le parole, citate da Leopoldo Elia, di un autorevole costituzionalista francese, il professor Duhamel: «Berlusconi vìola princìpi fondamentali della democrazia, non rispetta lo Stato di diritto, calpesta la separazione dei poteri». (Applausi dai Gruppi Misto-Com e Misto-RC).