Intervento sull’assestamento di bilancio

SENATO DELLA REPUBBLICA
XIV LEGISLATURA

270ª SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MARTEDÌ 5 Novembre 2002

(Pomeridiana)

Presidenza del vice presidente CALDEROLI
e del vice presidente SALVI

Discussione:

(1722) Rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato per l’esercizio finanziario 2001 (Votazione finale qualificata ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Approvato dalla Camera dei deputati)
(1723) Disposizioni per l’assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l’anno finanziario 2002 (Votazione finale qualificata ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Approvato dalla Camera dei deputati)
Approvazione del disegno di legge n. 1722
Approvazione, con modificazioni, del disegno di legge n. 1723:

MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, desidero fare poche riflessioni sul rendiconto generale dell’amministrazione dello Stato. In tutti i Paesi dell’euro, quindi non solamente in Italia, nel 2001 il rallentamento dell’attività economica ha inciso certamente sul riequilibrio dei conti pubblici, comportando uno scostamento dagli obiettivi programmatici.

Tuttavia, contrariamente a quanto assunto dal relatore, senatore Ciccanti, la Corte dei conti nei suoi rapporti afferma che esiste una forte tenuta delle imposte dirette (IRPEF, IRPEG e IRAP), nonostante gli sgravi fiscali e ciò – mi si consenta di sottolinearlo – grazie agli studi di settore e agli altri provvedimenti in materia fiscale assunti nella passata legislatura. La Corte sostiene che in conclusione il peggioramento del saldo non può in alcun modo essere riferito al comparto delle entrate ed è da ricercare nell’ambito della spesa effettuata da questo Governo alla quale va imputato l’intero scostamento.

Pertanto il rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2001 esprime i peggiori risultati differenziali di cassa dell’ultimo quinquennio, l’esito gestionale è quindi dovuto alla crescita di tutte le componenti di spesa, soprattutto di quella corrente. Quindi, il problema non è quello delle entrate.
Non voglio insistere sulla polemica in ordine al cosiddetto buco perché, come è stato ricordato, l’Eurostat senza ombra di dubbio ha chiarito perfettamente la questione; e ciò lo ha sottolineato anche il senatore Caddeo. La cosa certa è che nel rendiconto vi sono eccedenze di spesa in vari stati di previsione, tant’è che l’articolo 7 del testo normativo prevede la sanatoria ex post; si osserva poi la mancanza di un quadro chiaro circa la consistenza dei beni immobili; inoltre, la Corte ha ancora rilevato irregolarità di partite in materia di partecipazioni azionarie e di valori complessivi dei beni immobili.
Quindi, i buchi sono procurati da questo Governo, esistono e saranno ancor più evidenziati nel prossimo rendiconto, stanti le numerosissime leggi senza copertura o senza adeguata copertura finanziaria, stante la sottostima continua degli oneri che verifichiamo in Commissione bilancio. E tra l’altro – e chiudo sul rendiconto – anche rispetto al 35 per cento della spesa che va verso il Sud, ancora una volta mancano i dati sulla cosiddetta territorializzazione della spesa.
Per quanto riguarda l’assestamento, il relatore Izzo afferma che le proposte di assestamento dei bilanci di competenza 2002 evidenziano un peggioramento dei saldi di bilancio, al netto delle regolazioni debitorie, rispetto alle previsioni iniziali contenute nella legge di bilancio. Anche qui, quando è stato presentato il disegno di legge di assestamento, era fin troppo chiaro che, in particolare, l’andamento del gettito ipotizzato nel bilancio di previsione non fosse in linea con quello effettivo; si sarebbe trattato di un documento assolutamente falso, ove non fosse stato presentato un emendamento a tale disegno di legge per una puntuale quantificazione del gettito relativo all’esercizio finanziario 2002. Giustificandosi, il Governo ha affermato che non erano ancora noti i dati concernenti l’autoliquidazione delle imposte sui redditi, ma solo in data 19 settembre il Governo ha ammesso il calo delle entrate dovuto, in parte ma non solo, al rallentamento economico.
Anche alla luce dei dati del rendiconto 2001, in che misura le minori entrate sono imputabili al ciclo economico? E quanto invece alla politica economica di questo Governo, che ha puntato sulla detassazione sic et simpliciter, abbandonando la politica di detassare in funzione dello sviluppo, della ricerca e dell’innovazione tecnologica? Quanto è costata sinora la Tremonti-bis? Insomma, perché vi è stato un minor gettito, dal momento che comunque c’è un aumento del PIL, sia pure della misura dello 0,6 per cento rispetto a quanto previsto originariamente?
Nella Nota aggiuntiva al DPEF il Governo non ha fornito il tendenziale delle entrate, salvo poi presentare un emendamento correttivo al disegno di legge di assestamento. Perché c’è meno IVA, quando comunque, sia pure in una misura molto ridotta, il PIL aumenta dello 0,6 per cento? E la minore IRPEF è dovuta alla DIT e super-DIT? Il Governo non lo dice, così come non lo dicono i relatori. La verità è che nei provvedimenti assunti dal Governo vanno ricercate le ragioni delle minori entrate. Non vi sono stati gli effetti miracolistici prospettati in sede di adozione della Tremonti-bis, la quale si è concretizzata in interventi a pioggia. Nessun rilancio degli investimenti ha prodotto, bensì solo un rinvio degli stessi; e noi sappiamo che le imprese investono quando c’è un’aspettativa di profitto.

Presidenza del vice presidente SALVI
(Segue MARINO). La Tremonti-bis, infatti, è rivolta alle imprese dislocate su tutto il territorio nazionale, e la detassazione degli utili reinvestiti concerne qualsiasi tipo di investimento (sia che si chiami appartamento, Mercedes, barca a vela e così via), mentre al contrario la qualità dello sviluppo necessaria al nostro Paese per far fronte ai problemi della competitività e della concorrenza postula una selettività degli interventi, che devono puntare essenzialmente alla ricerca e all’innovazione tecnologica. La Tremonti-bis ha finito per essere un regalo fiscale indifferenziato al mondo delle imprese, anche se operanti in zone a piena occupazione o a maggior tasso di attività. Ma soprattutto la Tremonti-bis per il suo carattere alternativo, e non aggiuntivo, rispetto al credito d’imposta ha finito per sottrarre finora solo risorse allo sviluppo del Mezzogiorno, che invece è condizione essenziale per lo sviluppo dell’intero Paese.

Ma, al di là della polemica circa la mancanza di un’adeguata copertura finanziaria della Tremonti-bis, siamo stati facili profeti in sede di discussione sul DPEF 20002-2006 a prevedere, per effetto delle minori entrate che si sarebbero verificate e della perdita di gettito conseguente, il saldo negativo inevitabile derivante dalla sua attuazione, così come si verificò per la prima legge Tremonti.
È così che si crea il buco e nessuno – sia chiaro – auspica una minore crescita; quando c’è crescita vi è infatti maggiore ricchezza da distribuire. Ma il Governo ha ribadito pervicacemente previsioni di crescita assolutamente irrealistiche rispetto alle aspettative.
E che dire poi dell’altro cadeau, quello dell’abolizione totale dell’imposta di successione e di donazione, quando il centro-sinistra aveva abolito tale imposta per l’80 per cento delle famiglie a basso e medio reddito? Quale è stato sinora il minore introito rispetto al passato?
Al di là del nostro giudizio sulle manovre finanziarie di questo Governo, che sono iniziate ben prima dell’11 settembre, con i famosi provvedimenti dei 100 giorni, ribadiamo il giudizio negativo anche sul provvedimento concernente l’assestamento. Nella relazione di accompagnamento non si fa chiarezza su variazioni che riguardano milioni di euro; inoltre, non si fa chiarezza, in base al rendiconto 2001, allo stesso bilancio assestato 2002 e stanti le prospettive tuttora incerte dell’economia internazionale e nazionale, su come impostare una finanziaria per l’anno 2003, che doveva essere volta allo sviluppo, all’incentivazione dei consumi e degli investimenti.
È possibile ancora correggere la finanziaria ora in discussione alla Camera se solo si avrà il coraggio politico di abbandonare la linea sin qui seguita da questo Governo, concernente i vari regali fatti agli amici, dall’abolizione totale dell’imposta di successione sino allo scudo fiscale, e di ripristinare invece tutte le misure adottate dai passati Governi che hanno consentito a questo Paese di crescere, malgrado i tanti sacrifici pure fatti per raggiungere il traguardo Europa.
Con il maxiemendamento presentato alla Camera vi è un passo indietro per quanto riguarda i crediti d’imposta; però, la misura è assolutamente insufficiente rispetto alle esigenze. Proprio alla luce dei risultati contabili del rendiconto 2001 e degli aggiustamenti al provvedimento di assestamento del bilancio dello Stato per il 2002 e delle amministrazioni autonome, occorre correggere la finanziaria presentata senza alcun indugio e andare quindi ad una manovra finanziaria in funzione anticiclica, che punti allo sviluppo del Sud, al potenziamento della ricerca e all’innovazione tecnologica per avere prodotti a più alto valore aggiunto e pertanto più competitivi.
È necessario quindi puntare su questi obiettivi e non certamente su come rendere il lavoro ancora più flessibile, ridurre ulteriormente le protezioni sociali e tagliare i servizi essenziali con ipotesi di federalismo fiscale, che finirebbero solo per aggravare il divario Nord-Sud e quello tra Regioni e Regioni; puntare sul rilancio della domanda interna e dei consumi delle famiglie e non invece su varie forme di sanatoria e condoni.
Infine, come è possibile pensare a svendere addirittura al di sotto delle stesse quotazioni di mercato – che è già in ribasso – le quote azionarie ancora possedute dallo Stato in settori vitali della nostra economia, quale quello energetico?
Perché svendere persino contro ogni logica di mercato, quando anche il vendere è oggi incomprensibile rispetto alle incognite del futuro?
Solo ENEL e ENI possono investire somme ingenti nella ricerca tecnologica, non certamente le piccole e medie imprese. (Applausi dai Gruppi Misto-Com e Misto-RC).