Dichiarazione di voto in materia d’istruzione e formazione professionale

SENATO DELLA REPUBBLICA
XIV LEGISLATURA

276ª SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 13 Novembre 2002

(Antimeridiana)

Presidenza del presidente PERA,
indi del vice presidente DINI

Seguito della discussione:

(1306) Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale (Votazione finale qualificata ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento)
(1251) CORTIANA ed altri. – Legge-quadro in materia di riordino dei cicli dell’istruzione
Approvazione, con modificazioni, del disegno di legge n. 1306:

Passiamo alla votazione finale.
PAGLIARULO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, la mia è una dichiarazione di voto contrario a nome del Gruppo Comunisti Italiani sulla legge di riforma della scuola proposta dal Governo. Ci sembrava oggetto importante di discussione il pericolo che la delega potesse espropriare il Parlamento della titolarità su un tema decisivo qual è quello della scuola; ci sembrava altresì che fosse di fatto in discussione il punto della Costituzione che prevede e sancisce l’obbligo e mentre la legge delega che ne prescinde; ci pareva poi che valesse la pena capire come mai, mentre le leggi vigenti prevedono l’obbligo all’istruzione fino a quindici anni, il Ministro, tramite accordi regionali, operi per consentire di contravvenire a tali regole; ci sembrava inoltre che occorresse ragionare sul perché, mentre in Europa l’obbligo è stato elevato praticamente ovunque, il nostro Governo lo abbassa di fatto di due anni, proponendo una scelta prematura, improponibile e inaccettabile, a ragazzi appena tredicenni fra istruzione e formazione professionale. Ci sembrava poi che non vi fossero risposte alla contraddizione fra l’esigenza urgente ed inderogabile di riqualificazione della scuola pubblica e i tagli pesantissimi di risorse e di personale operati dal Governo nel settore; ci sembrava infine opportuno dare una risposta positiva alle aspettative delle famiglie che vedono restringersi le possibilità per i propri figli di conseguire un’istruzione appropriata che consenta loro un percorso di vita che li porti ad essere cittadini consapevoli e a pieno titolo e di accedere a professioni qualificate.

A noi tutto questo sembrava fosse utile affrontare, e sembrava opportuno che il Ministro affrontasse questi nodi. Così invece non è stato, non ci ha convinto, mentre è sempre più conclamato il contrasto fra i contenuti della legge e le opinioni degli istituti e delle associazioni che sono coinvolte ed interessate alle questioni della scuola. È di questi giorni il presidio della CGIL-scuola davanti a Palazzo Madama. Sono recenti i dubbi, le perplessità, le critiche delle associazioni studentesche professionali ascoltate dalla 7ª Commissione e i pareri negativi degli organismi delle autonomie locali e del Consiglio nazionale della pubblica istruzione.
È diffusa una critica di massa fra discenti, docenti, operatori della scuola nei confronti della legge, ma sembra domini un clima di autocelebrazione o quantomeno di autoassoluzione su di una proposta di legge delega che – non nascondiamocelo – ha aperto dubbi nella stessa maggioranza. Mentre l’articolo 34 della Costituzione comanda che la scuola è aperta a tutti e che la Repubblica rende effettivo questo diritto e cresce nel Paese una domanda di istruzione in quantità, in qualità, in permanenza, il Governo risparmia sulla scuola in modo che chi ha più denaro ha più opportunità.
Questa riforma non è un viaggio nel futuro, ma un ritorno al passato, aggravato dalla riduzione della materia a un paragrafo del bilancio del Ministero dell’economia, ad un capitolo della devoluzione per il Ministro delle riforme istituzionali, ad una delega al Ministro dell’istruzione. La filosofia che ispira la legge riduce la scuola italiana a un mix contraddittorio di cultura spiritualistica, individualistica e d’impresa che da un lato rinvia alla visione del mondo del centro-destra, dall’altro ha al suo interno le ragioni di un lacerante conflitto.
Si perde l’occasione, in una fase di così radicale trasformazione mondiale, di una scuola critica, aperta al confronto, fucina di culture, laica e la si riduce ad una commistione mercantile. Si torna all’avviamento precoce al lavoro, si intacca profondamente l’autonomia, si dà fretta persino ai bambini della scuola dell’infanzia; si vuole reintrodurre l’insegnante prevalente nella scuola elementare. Si riducono i posti dei docenti, si limita l’autonomia agli insegnati, ma soprattutto, se si dà meno possibilità all’istruzione con la canalizzazione precoce, si toglie una possibilità di formazione democratica.
Noi proponiamo l’elevamento dell’obbligo in prospettiva fino a diciotto anni, subito fino a sedici, mentre la legge lo porta di fatto a tredici anni.
Queste le ragioni di un voto contrario in Parlamento su quello che riteniamo un ritorno al passato, quando il figlio del dottore era destinato a fare il dottore e il figlio del minatore a fare il minatore. Oggi i termini sono cambiati; se volete, parliamo di manager e lavoratori precari, ma il loro destino sarà lo stesso.
Però, poiché noi non crediamo al destino, non solo voteremo contro il provvedimento, ma ci assumiamo un solenne impegno: quello di criticare e contrastare ovunque nel Paese una legge sbagliata, pericolosa e controproducente. (Applausi dai Gruppi Misto-Com, Misto-RC e del senatore Pizzinato).