ZUWARAH

ZUWARAH

Manuela Palermi

Roma, 2 dicembre 2002

E’ un business senza rischio. Scafisti non ne servono più, per mille dollari agli immigrati vendono direttamente la nave. Una di quelle carrette che non sopportano le onde e il mare mosso e si inabissano senza riguardo per le povere vite che le abitano.
Il business ha anche una sede centrale, un vero e proprio centro di smistamento. Si chiama Zuwarah. E’ un villaggio tra Gabes e Tripoli. Lì un tempo passavano le carovane di cammelli, oggi è il villaggio dell’attesa e della speranza. A Zuwarah arrivano quelli del mondo povero, aspettano per giorni in tende miserabili, con l’acqua e il cibo contati. Ci stanno vecchi malati, bambini mocciosi. Zuwarah è il crocevia dei sogni impossibili: l’occidente, la libertà, un lavoro, la ricchezza… Povera gente che alle spalle ha una vita passata in sperduti villaggi del Sudan, dell’Egitto, del Marocco, della Liberia; oppure giovani che hanno studiato, non trovano un lavoro, hanno a che fare con regimi dispotici.

Quando arriva la carretta uno dei boss elegge il capitano, lì sul posto, uno a caso tra quegli immigrati. La carretta parte e Zuwarah resta alle spalle, con le tende abbandonate, sempre più lontana fino a sparire. Quando il mare s’ingrossa e le onde si fanno potenti, la carretta inizia la sua danza macabra e diventa una delle tante tragedie annunciate.
L’Italia democratica piange quei morti, si impietosisce, per un giorno gli dedica la prima pagina dei quotidiani, ci apre i telegiornali. Ma è come attonita ed intontita, quasi che quelle tragedie fossero volute dalla mano di dio, quasi fossero inevitabili.
Poi c’è l’altra Italia, quella di destra, quella che è riuscita a scrivere e votare la legge Bossi-Fini, una legge razzista ed ignobile: è già tanto se dà la notizia. Compratevi (solo per una volta, poi non fatelo mai più) il Giornale di oggi. La notizia è relegata a pagina 12, la pagina di sinistra che, come sanno quelli che hanno a che fare con i giornali, è considerata la pagina "non nobile", quella delle notizie secondarie. L’articolo, freddo e indifferente, titola così: Affonda una nave con clandestini, ecc. ecc.
Clandestini. Li chiamano così quei poveracci che cercano scampo alla fame ed ai regimi.
Noi che non siamo fatalisti, che non consideriamo queste tragedie inevitabili ma frutto di una politica crudele e scellerata, del razzismo e della prepotenza, non ci limitiamo a sparare la notizia in prima pagina. Giorno per giorno lavoriamo per organizzare gli immigrati, perché la coscienza di se stessi, del valore della loro vita, superi la paura della fame e della povertà. Ne abbiamo già un piccolo gruppo, fanno un lavoro egregio. Potete trovare i documenti, i recapiti, i diversi modi di mettervi in contatto proprio su questo sito. Fatelo. Ne vale la pena.