A UN ANNO DA BELLARIA

A UN ANNO DA BELLARIA

LA CONFEDERAZIONE DELLA SINISTRA PER IL LAVORO, LA PACE, I DIRITTI

Oliviero Diliberto

Roma, 11 dicembre 2002

Un anno fa si svolgeva il congresso nazionale del PdCI a Bellaria. Un appuntamento che ha rappresentato uno spartiacque. Il Partito ne ha avuto un rilancio, per certi versi una correzione di rotta, un rinnovato vigore. Il punto che abbiamo discusso non è stato se stare nella coalizione di centro-sinistra, ma come stare nella medesima coalizione: strategica, ci siamo detti. Avevamo – ed abbiamo – ragione. Sono i fatti a dimostrarlo. Un anno e mezzo di governo delle destre è sufficiente ad evidenziare che la scelta dell’unità delle forze democratiche era e resta essenziale per scongiurare o arginare i disastri (sul tema dei diritti sociali, civili, costituzionali, sulla pace, e così via) che il governo Berlusconi sta producendo.
Ma il punto era, allora, appunto, come stare nella coalizione. Abbiamo avuto la capacità di accentuare la nostra autonomia – nei contenuti e nelle dinamiche strettamente politiche – all’interno dell’Ulivo: sino all’atto delle mie dimissioni dal coordinamento nazionale dell’Ulivo, da noi ritenuto ormai delegittimato e in crisi evidente di leadership.

Ma, soprattutto, abbiamo ritrovato la capacità di essere parte integrante dei movimenti, dopo errori di valutazione anche gravi dell’anno che aveva preceduto Bellaria: dei quali abbaiamo avuto il coraggio di discutere apertamente tra noi, facendo – ad iniziare da chi scrive queste note – seria autocritica. Oggi, ad un anno dal congresso nazionale, possiamo dire che siamo parte a pieno titolo – e riconosciuti come tali – dei movimenti pacifisti, di quello contro la globalizzazione capitalista, dell’imponente movimento dei lavoratori (prima in difesa dell’art. 18 ed oggi di tutti i diritti del lavoro salariato: penso al positivo lavoro politico da noi svolto sulla Fiat), dei cosiddetti "girotondi" (dal Palavobis sulla giustizia di Milano alle manifestazioni sulla scuola, in difesa del pluralismo nell’informazione, sino alla grande manifestazione di Roma dello scorso 14 settembre). Siamo parte di questi movimenti, ma non abbiamo perduto – né poteva essere altrimenti per chi non vuole "sciogliersi", né delegare ad altri la propria iniziativa politica – la nostra identità forte ed autonoma di comunisti. Ciò che ci distingue, dunque, è ancora la convinzione che le contraddizioni del mondo, tanto più in un mondo unipolare e militarizzato, tenderanno a diventare ancor più grandi: e che la principale tra tali contraddizioni, quella tra capitale e lavoro rimane l’orizzonte dell’azione dei comunisti: per combatterla e superarla.
Abbiamo dunque fatto passi avanti: e il risultato delle amministrative di maggio ci ha premiato e tuttora ci incoraggia. So bene, peraltro, che si è trattato di passi avanti ancora incompleti, parzialissimi, solo potenzialmente in grado di farci compiere un avanzamento realmente significativo sul terreno dell’acquisizione del consenso tra i lavoratori e tra i cittadini, in una fase drammatica di crisi del sistema democratico e sociale italiano. E so altrettanto bene che non poche dinamiche interne al partito – di litigiosità, di personalismi, di autoreferenzialità, di fragilità dei gruppi dirigenti – sono ancora lontane dall’essere risolte. Ma anche su questo terreno molto si è fatto e diverse delle questioni aperte al tempo di Bellaria si sono affrontate e risolte.
Oggi, a mio modo di vedere – ad un anno, appunto, da Bellaria – occorre un’ulteriore capacità del partito, cioè di tutti noi, di essere in grado di cogliere le novità della fase politica e sociale, che posizioni il partito stesso nel vivo delle lotte e delle grandi novità che si sono determinate nel corso di quest’anno.
Primo. Credo indispensabile ribadire la necessità strategica dell’alleanza tra le forze democratiche (sinistra e moderati) come unica possibile alternativa al governo delle destre. Solo all’interno di tale accordo unitario si può immaginare una riscossa ed una adeguata controffensiva che riporti la sinistra italiana al governo, cacciando Berlusconi e i suoi alleati. Chi vagheggia la rottura del centro-sinistra ritiene, in fondo, che l’unico orizzonte della sinistra sia quello dell’opposizione, contraddicendo l’insegnamento di cinquant’anni della storia migliore del Pci, sin dall’elaborazione feconda ed attualissima del Togliatti del 1944.
Secondo. All’interno del centro-sinistra, la sinistra deve far valere maggiormente e con più incisività le proprie ragioni. La rincorsa al centro della maggioranza dei Democratici di sinistra – e la conseguente concorrenza degli stessi Ds rispetto alla Margherita – rappresenta un errore strategico gravissimo, che mina alle radici l’unità della nostra coalizione, non recupera alcun voto a sinistra (penso all’astensionismo) e, tantomeno, è capace di spostare di nuovo verso di noi quei milioni di lavoratori e pensionati (ceti deboli e debolissimi) che hanno votato a destra perché delusi dalla sinistra e ingannati dalle mirabolanti promesse di Berlusconi. La sinistra, dentro alla coalizione del centro-sinistra, deve fare il proprio mestiere: che, in ultima istanza, è quello di dare rappresentanza politica agli interessi materiali delle classi subalterne, ampliare gli spazi di democrazia (anche nei luoghi di lavoro e non solo nelle istituzioni: penso alla legge sulla rappresentanza sindacale), difendere la pace come valore supremo e inalienabile.
Terzo. In questo quadro, i contenuti saranno il vero discrimine politico della fase. Se entro al centro-sinistra saranno necessarie le mediazioni tra culture politiche e programmi parzialmente diversi (ma cementati dalla comune adesione al sistema di valori quale incarnato dalla Costituzione), la sinistra si connoterà per i contenuti: lavoro, pace e diritti.
E’ in questo quadro, che – quarto – va rilanciato, nelle attuali e nuove condizioni, il progetto da noi avanzato proprio a Bellaria, quella della confederazione delle sinistre. Su tale punto occorre ragionare a fondo. Noi proponemmo la confederazione come luogo unitario (in contrapposizione all’idea di partito unico) delle sinistre quali esse concretamente erano configurate al tempo di Bellaria: un’unità, cioè, tra i partiti della sinistra, aperta anche – lo si ricorderà – a Rifondazione. E’ ancora così la situazione della sinistra? Credo di no. I Ds hanno accentuato al loro interno dinamiche non immaginabili allora, con l’odierna divaricazione strategica che, se pure ancora non portata alle estreme conseguenze, appare – proprio sui contenuti – difficilmente riconducibile ad unità: penso innanzi tutto alla guerra . Lo Sdi è sempre più sospinto, da una linea che non ha nulla a che fare neppure con le più edulcorate tra le socialdemocrazie, verso la Margherita. I Verdi (con i quali abbiamo maturato importanti convergenze) ritengono tuttavia che la proprio identità ambientalista non possa collocarsi in una logica strettamente "di sinistra". Rifondazione ha optato, strategicamente, per una linea politica di adesione-confluenza rispetto al movimento no-global che la allontana ineluttabilmente dal tradizionale rapporto tra partito di classe e classe operaia. Ma, ancora una vola, la vera novità è rappresentata dai movimenti e dall’associazionismo che si è prepotentemente sviluppato in quest’ultimo anno.
Da Emergency alla Tavola della Pace, dalle reti Web in difesa della democrazia ai diversi movimenti tematici (informazione, pace, giustizia, diritti sociali), è tutto un pullulare di movimenti, di associazioni, di voglia di protagonismo, di "non delega" da parte di lavoratori e di cittadini, che esce dai confini tradizionali dei partiti e che da essi non si sente rappresentato.
Bene, io credo che il progetto confederale che noi abbiamo lanciato debba (e possa) ripartire da qui, dai contenuti concreti dell’agire politico: intendo la confederazione possibile, con chi ci sta, a partire dall’opzione dei diritti dei lavoratori e da quella della pace. Con i partiti, certo (e noi siamo e vogliamo restare un partito: autonomo organizzativamente, politicamente, culturalmente), ma anche con quanti nei partiti e tra i movimenti hanno desiderio e voglia di costruire un "contenitore" più ampio, che dia sbocco politico alle molteplici azioni, oggi segmentate, che sono state prodotte quest’anno e che, presumo, continueranno.
La confederazione possibile, dunque. Fatta di organizzazioni esistenti, che non intendono sciogliersi, di individui, di associazioni, di istanze di base. E’ una messa a punto della nostra linea, della quale discuteremo negli organismi dirigenti centrali e regionali, nelle federazioni e nelle sezioni. Ma credo sia un tema ineludibile del nostro agire politico. Significherebbe poter concorrere ad un progetto inedito, ambizioso, tutt’altro che semplice, ma anche entusiasmante: la ricomposizione della sinistra che si batte ancora per i valori più profondi della propria esistenza.
Una sinistra unitaria, plurale, capace di parlare alla classe operaia, ai nuovi lavori, alle migliaia di giovani che si affacciano oggi sulla scena politica e sociale, a larghi spezzoni di mondo cattolico democratico. Il nostro partito potrebbe svolgere in tale nuovo contesto un ruolo tutt’altro che marginale. E’ la sfida che oggi propongo a tutte le compagne e i compagni e a tutti coloro che, da lettori della Rinascita, credono, appunto, come recita questa nostra testata, alla Rinascita della sinistra.