FASCISMI DI IERI E DI OGGI – Armando Cossutta

Atti del Convegno "Fascismi di ieri e di oggi" tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Armando Cossutta

Buonasera a tutti, cari amici, care compagne e compagni, e benvenuti a questo nostro incontro. Non sembri fuori luogo e fuori del tempo il tema che abbiamo indicato per l’incontro di questa sera. Siamo in piena attualità. E non mi riferisco soltanto agli episodi, ormai sempre più frequenti, di manifestazioni esplicitamente fasciste. Sono molti, questi episodi: atti di violenza squadristica, di barbaro razzismo, di intolleranza incivile che recano tutti il segno, il marchio di organizzazioni fasciste. E neppure mi riferisco soltanto alle posizioni, ancora più gravi, di violazione dei valori democratici più elementari e dei principi di libertà che si manifestano nella scuola, nella cultura e nella vita pubblica da parte di settori decisivi della dirigenza ministeriale e degli apparati di informazione e di formazione.
Mi riferisco ad una generale atmosfera, ad una temperie diffusa, a quella voglia, quella nostalgia di fascismo, di indulgenza del fascismo, che torna ciclicamente nel moderatismo borghese ed esprime, appunto, quella perenne tendenza alla violenza e alla empietà che si chiama fascismo. Ne scriveva giorni fa con amarezza Giorgio Bocca. Condivido la sua analisi.
La seconda guerra mondiale non era ancora finita, egli diceva, e già i nazisti più feroci, gli ufficiali delle SS, si riunivano a Strasburgo per organizzare la grande fuga verso il Sud America. Trovarono immediatamente dei complici, anche nella destra liberale, anche nelle alte gerarchie cattoliche: vescovi, cardinali, generali e ministri fornivano documenti falsi, soldi e l’appoggio di governi in Argentina, in Paraguay, in Brasile e in Cile.

Il fascismo non era morto con la vittoria del 1945.
Da noi il recupero del fascismo è arrivato al punto, impensabile per noi partigiani e per tutti gli italiani, di portare degli ex fascisti -sempre in qualche modo fascisti – al governo del Paese. Ed ora c’è addirittura un’adesione spontanea a questo recupero. Ci sono non soltanto i fascisti, ma gli stessi "non fascisti" dei giornali e della televisione che fanno a gara per ridare la parola, la vista, al fascismo, al fascismo perenne. C’è davvero di che indignarsi. Quasi ogni giorno, anche nei programmi di intrattenimento, appare un revisionismo nero che spiega che il fascismo non era poi così brutto, anzi che era meglio della democrazia. Che i ragazzi di Salò non erano dei filonazisti disprezzati dagli stessi nazisti, mai impiegati nella guerra contro gli alleati anglo-americani, sempre tenuti nelle retrovie a vessare la popolazione civile e a dare la caccia ai partigiani. Una vera vergogna.
Dicono che il revisionismo sia la stessa cosa della storia, e cioè l’impegno continuo e positivo di andare alla ricerca della verità e di non accontentarsi della storia dei vincitori. E’ così anche per il revisionismo che nega l’olocausto, che sostituisce le menzogne della storia sacra con altre e peggiori menzogne, che induce fogli e foglietti della democrazia autoritaria e del regime moderato a pubblicare articoli apertamente nazisti o fascisti, che persuade gran parte dell’informazione ad accettare come normali le corruzioni storiche ed ideologiche più devastanti. C’è da ribellarsi. In questo modo i diversi soggetti che fanno riferimento al cosiddetto revisionismo storico hanno concorso ad una operazione sostenuta da potenti apparati mediatici e la cui peculiarità consiste nell’essere espressamente rivolta non già al confronto interno ad una comunità scientifica, bensì alla costruzione di una opinione pubblica più vasta, alla formazione di un nuovo, cosiddetto senso comune. Essa si è tradotta in una molteplicità di messaggi il cui contenuto, come scrive in questi giorni l’amico e storico Claudio Natoli, può essere sintetizzato nel modo seguente: erigere il comunismo a nuovo male assoluto del XX secolo. Cancellare i movimenti dell’antifascismo e della Resistenza dalla storia del Novecento bollandoli come nient’altro che una menzogna. Banalizzare l’esperienza storica dei fascismi, deprivandoli della loro specificità, delle loro radici storiche sociali e delle loro basi di classi. Assimilare, attraverso l’uso della categoria del totalitarismo, il comunismo ed il nazionalsocialismo, contrapposti al cosiddetto buon mondo della borghesia e al liberalismo. E mentre appunto si identifica capitalismo con liberalismo si rimuove il fatto storicamente determinato che i regimi fascisti furono eletti sulla base del capitalismo, sostenuti dai grandi gruppi monopolistici. La dissociazione acritica, drastica, tra fascismo e capitalismo da una parte e demonizzazione del comunismo dall’altra, va di pari passo con il tentativo di sradicare i principi fondanti della ricostruzione democratica e civile dell’Europa dopo la 2a Guerra Mondiale e le stesse esperienze antifasciste e vittoriose che nacquero come antitesi al progetto nazifascista del cosiddetto "nuovo ordine europeo" e, nello stesso tempo, come superamento dei medesimi sistemi liberali tradizionali. Né appare casuale, cari amici e cari compagni, che la vera posta in gioco della lettura liquidatoria dell’intera storia dell’Italia repubblicana sia ormai da anni, proprio alla luce delle sue radici antifasciste, la delegittimazione, la revisione, la sovversione della Costituzione repubblicana in quanto espressione di una democrazia partecipativa, fondata sulla indissolubilità tra diritti politici e diritti sociali di cittadinanza, sulla priorità dell’interesse collettivo rispetto al libero mercato e al principio di proprietà, nonché sul rifiuto, anzi sul "ripudio della guerra" quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
"Fascismi di ieri e di oggi" è il titolo di questo convegno, e dunque un tema di attualità, di perenne attualità, come è perennemente attuale la battaglia democratica contro di essi, contro i fascismi ieri, contro i fascismi oggi.
Ne parleremo questa sera con i nostri ospiti: il compagno Roberto Soffritti della nostra segreteria nazionale, il professor Nicola Tranfaglia, preside della facoltà di Lettere all’università di Torino, Vauro Senesi, giornalista, Oliviero Diliberto, segretario nazionale del nostro partito. Con loro è presente, con grande nostra gioia, con grande e infinita gioia, un’ospite graditissima e valorosa, energica presidente di quel grande movimento democratico che in Argentina si chiama Plaza de Mayo. E’ con noi Estela Carlotto, cui rivolgo il nostro saluto caloroso di grande stima e di grande affetto e il nostro augurio sincero che possa con successo continuare, sempre, la sua grande e nobilissima battaglia democratica.