FASCISMI DI IERI E DI OGGI – Estela Carlotto


Atti del Convegno "Fascismi di ieri e di oggi" tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Ad Estela Carlotto ci legano, da tanto tempo, vincoli di solidarietà democratica intensa e di grandissima stima. Questi vincoli hanno trovato un momento di ulteriore, proficua efficacia nel momento in cui, unico paese d’Europa e al mondo, l’Italia è riuscita ad aprire un processo contro i militari argentini, colpevoli della tortura e dell’uccisione in Argentina, durante il regime fascista, di tanti cittadini, anche italiani. Questo processo ha portato la Corte d’Assise di Roma ad emanare condanne severe nei confronti di quegli assassini. La carissima compagna Carlotto allora ci diede un grande contributo e lo diede, in modo particolare, anno 1999, all’allora ministro della giustizia, Oliviero Diliberto, che oggi è segretario del nostro partito. A lei, alla nostra carissima ospite, con l’augurio che già affettuosamente le abbiamo rivolto all’inizio, sono ben lieto di dare la parola. (Armando Cossutta)

Estela Carlotto *

Sono onorata di parlare, in questa giornata, in occasione di questo convegno, di un male che è esistito e che esiste in tutto il mondo: il fascismo e il nazismo.
Prima di raccontare la mia umile esperienza, voglio dire che mi sento onorata di sedere al fianco dell’onorevole Diliberto. Quando era ministro della giustizia ci ha consentito di fare un processo estremamente importante.
Io sono presidentessa dell’associazione delle nonne di piazza di Maggio, un organismo che è nato in Argentina nell’ottobre del 1977. Sono più di venticinque anni che sto lottando contro un sistema repressivo.
Come ero io trenta anni fa? Ero un’insegnante, dirigevo una scuola elementare, appartenevo ad una famiglia di classe media, quattro figli e un marito di cognome Carlotto. Questo uomo, mio marito, figlio di Giovanni Carlotto, è stato allevato da suo padre con una educazione antifascista e antinazista. Giovanni Carlotto era andato via dall’Italia perché non tollerava il sistema fascista.

Ho visitato il suo paese, il paese dei Carlotto. Si chiama Arsignano ed è in provincia di Vicenza. In un libro sulla storia di Arsignano figurano molti Carlotto e tutti sono stati partigiani. E allora io mi sento molto, molto orgogliosa di chiamarmi Carlotto e di essere moglie di un italiano. Abbiamo allevato i nostri quattro figli in libertà e i nostri figli si sono opposti a tutto quello che consideravano discriminatorio, a tutte le prepotenze.
Quando il 24 marzo del 1976 un golpe militare dette il via a quello che noi chiamiamo "terrorismo di stato", si mise in moto un piano di sterminio di tutti gli oppositori della dittatura.
In Argentina non abbiamo vissuto la guerra, l’abbiamo vista nei servizi informativi della televisione. Non conoscevamo la guerra, ma sapevamo bene cosa fossero il fascismo e il nazismo.
Abbiamo conosciuto il fascismo in Argentina quando la dittatura ha attuato un piano di torture e di omicidi che ha fatto 30.000 vittime. Le forze armate di sicurezza sono state bravissime ad imparare quel piano, l’hanno attuato mettendo in piedi più di quattrocento campi di concentramento. Gli argentini antifascisti venivano presi e rinchiusi in quei campi dove li attendeva la morte. Quale morte? Potevano morire di stenti, di torture, potevano essere fucilati. Anche quella fu una morte clandestina. Nessuno ci ha mai restituito i loro cadaveri. Sono nel fiume del Rio del Plata, disseminato di morti irriconoscibili. Nei cimiteri dell’Argentina ci sono migliaia di tombe con su scritto "N.N.", "senza nome". Quello che è successo nel 1976, è storia di oggi in Argentina. I nostri militari sono riusciti a superare anche Hitler: hanno attuato un sequestro sistematico, pianificato e sistematico, di neonati, di bimbi.
Le nostre figlie, sequestrate e incinte, hanno partorito nei campi di concentramento. A loro spettava la morte, i bambini venivano rubati.
Quanto può essere fascista un regime militare! In alcuni centri clandestini di detenzione, dove funzionavano dei servizi ostetrici clandestini, c’erano le liste dei militari le cui donne non potevano avere bambini. Il militare visitava in cella la prigioniera incinta per cercare di capire se il bambino che si sarebbe rubato sarebbe nato biondo e con gli occhi azzurri.
Questo è accaduto a noi, madri di Argentina. Ma non siamo state ferme. Siamo andate per strada a cercare i nostri figli. Avevamo paura, sapevamo che correvamo il rischio di scomparire anche noi. Ma la paura si supera con l’amore. E l’amore è un figlio, una figlia, un nipote.
Per questo nascono movimenti come il nostro. Le madri, le nonne, le donne di piazza di Maggio.
Stiamo cercando cinquecento bambini scomparsi. Oggi sono uomini e donne e non sappiamo dove sono. Ce li hanno rubati i militari e i civili complici che condividevano l’ideologia fascista dei militari.
Il problema in Argentina è ancora vivo, più vivo che mai. Perché quelli che hanno attuato quel genocidio non hanno confessato i loro delitti, non si sono pentiti e dicono che lo ripeterebbero ancora. Galtieri? Un militare che è morto pochi giorni fa senza confessare i suoi crimini. E lui sapeva dove sono i desaparecidos, dove sono i nostri figli e nipoti. Le forze armate hanno imitato molto bene il fascismo e il nazismo e continuano ad essere e sono una minaccia in Argentina. Perché non aiutano il processo democratico, perché c’è un’alleanza fatta di silenzio.
Nemmeno nei venti anni di governi costituzionali sono state attuate politiche perché parlassero e rivelassero ciò che sanno. E noi abbiamo ancora molto da fare. Abbiamo fatto molto, abbiamo ritrovato settantatre nipoti, abbiamo creato un sistema emogenetico per identificare con certezza scientifica i nostri nipoti. Abbiamo rotto il silenzio e l’inoperatività della giustizia. Grazie al nostro intervento è finito in carcere Videla, il famoso dittatore argentino, e non è stato l’unico. Ci sono finiti anche quaranta militari che attuavano sistematicamente il furto di bambini. Perché purtroppo in Argentina sono state sancite due leggi di impunità e l’unico reato su cui si può ancora procedere è il furto di bambini. Tutti i militari e i civili che hanno ucciso trentamila persone sono liberi.
Questi governi costituzionali ci obbligano a convivere con gli assassini. Io non so se al cinema o al bar siede, accanto a me, l’assassino di mia figlia.
Laura, la mia figlia maggiore, è stata sequestrata per nove mesi in un campo di concentramento. Lì, nel 1978, è nato il suo bambino. Lei lo volle chiamare Guido, come suo padre, ma l’ha potuto vedere solo per qualche ora. Due mesi dopo venne assassinata. Io sono stata una delle poche che ha avuto il "privilegio" di vedersi consegnata la salma della propria figlia. Ho potuto elaborare il lutto, e così ho avuto più forza per continuare a lottare.
Quando ti muore una figlia, quando te l’ammazzano, non puoi fare silenzio. Un bambino desaparecido ha trasformato le mie lacrime in lotte.
Sono molte le donne che lottano contro l’autoritarismo, contro la discriminazione, contro l’intolleranza, contro il fascismo. Ci sentiamo parte di una società che sta attraversando momenti molto duri, molto difficili. Un paese ricco dove il 63% della popolazione vive nella povertà. Adesso bisogna avere soldi per avere diritto all’educazione, ci sono bambini che muoiono di fame e per mancanze di cure sanitarie. Le loro foto sono apparse su giornali di tutta l’Argentina.
Ora c’è un impegno degli argentini a lottare contro questo sistema. Il fascismo e il nazismo non si esprimono solo in un modo tradizionale. Si stanno esprimendo attraverso una serie di piani economici che colpiscono duramente il nostro popolo. Noi siamo parte dell’America latina e adesso in America latina abbiamo una speranza che si chiama Lula: un uomo che viene dal popolo, che sa cosa è la fame ed è per questo che il suo primo obiettivo è combattere la fame e la povertà. Cuba ci sta già dando un esempio dal 1959; ed anche in Ecuador e in Venezuela le cose stanno cambiando. Noi speriamo che in tutta l’America latina vengano eletti governi che pensino al popolo, che facciano gli interessi del popolo.
Vogliamo autodeterminare il nostro destino, liberi di comprare e vendere. Liberi di poter mangiare ogni giorno. Liberi perché i nostri figli crescano liberi, liberi per avere il paese che i nostri trentamila scomparsi avrebbero voluto, perché anche quando sembriamo sottomessi, non è vero: non ci hanno vinto, siamo ancora in piedi.

* presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo