FASCISMI DI IERI E DI OGGI – Nicola Tranfaglia

Atti del Convegno "Fascismi di ieri e di oggi" tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Nicola Tranfaglia *

La politica legislativa e giudiziaria dell’attuale maggioranza che si raccoglie attorno a Silvio Berlusconi è andata connotandosi nel primo anno e mezzo di potere su alcune coordinate di fondo che oggi è possibile indicare con una certa chiarezza.
In primo luogo una serie di misure che appaino tese a salvaguardare gli interessi privati e pubblici del gruppo dirigente della coalizione e di una certa imprenditoria d’assalto che si è arricchita negli ultimi decenni in Italia all’insegna dell’impunità e della più sfacciata illegalità. Rispondono a questo capitolo le leggi sulle rogatorie internazionali colpevolmente non compiute durante il quinquennio del governo di centrosinistra, l’abolizione del falso in bilancio proprio mentre negli Stati Uniti il succedersi di gravi scandali finanziari di cui il caso Enron costituisce l’esempio più clamoroso, la legge che prevede il rientro dei capitali esportati in maniera illegale dal paese e dunque gravati di sicuro dalla commistione di reati più o meno gravi, la detassazione dei grandi patrimoni.
In secondo luogo una serie di misure legislative che non si limita a questo obiettivo, anche se continua a tenerne nel massimo conto e si preoccupa di stabilizzare le condizioni di illegalità e di impunità di quei ceti sociali legati alla coalizione o parti di essi. Si tratta, per quello che emerge dall’analisi dei risultati elettorali, di imprenditori grandi, medi e piccoli, di lavoratori autonomi e di possidenti titolari di rendite finanziarie. C’è poi il caso della legge Cirami, che ha visto l’ostruzionismo parlamentare dell’opposizione di centrosinistra e una serie di manifestazione di piazza dei movimenti culminate nell’incontro di piazza San Giovanni del 14 settembre, non a caso oscurato dalle sei televisioni controllate dal capo del governo e dai suoi uomini. Qualcuno, ancora oggi, sembra non accorgersi che Berlusconi ha risolti in pochi mesi di governo il duopolio Rai-Mediaset, tollerato e poi voluto a lungo dal centrosinistra, in un soffocante monopolio che dura ormai da un anno, malgrado le polemiche dimissioni della maggioranza del Consiglio di amministrazione Rai.

In terzo luogo il centrodestra si propone di approvare entro pochi mesi un pacchetto di leggi e decreti ministeriali che va avanti rispetto alla prima fase e ne indica una seconda assai più ampia e pericolosa che riguarda l’assetto istituzionale complessivo della Repubblica, i meccanismi di governo e di rappresentanza, l’assetto federale o devolutivo, secondo il linguaggio della Lega, l’ordinamento giudiziario per quanto riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura, l’assetto dei mezzi di comunicazione, l’istruzione e la formazione, la sanità, l’ordine pubblico, l’emigrazione e molti altri settori della vita economica, sociale e culturale, ma anche di quella amministrativa.
Lo sta facendo, occorre notarlo, senza che da parte del principale organo di controllo della legittimità costituzionale, e cioè la Presidenza della Repubblica, sia mai emerso, durante la fase di costruzione e approvazione delle norme, sotto forma di rinvio al parlamento o di messaggio alle Camere o addirittura di rifiuto dell’autorizzazione iniziale, nessun ostacolo. Giacché è apparso sempre più evidente che il capo dello Stato, eletto con l’apporto quasi unanime dei due schieramenti, ha preferito piuttosto cercare di influire sull’indirizzo dei provvedimenti legislativi prima che fossero approvati attraverso un’opera di mediazione che si è svolta nel rapporto riservato tra il governo e la presidenza. Con quali risultati è difficile almeno per ora giudicare, non conoscendo se non attraverso dubbi e indiscrezioni la materia affrontata nella mediazione tra i due organi costituzionali.
Altro discorso andrebbe fatto per l’organo del controllo successivo, la Corte Costituzionale, guardata con sospetto e malcelato disprezzo dalla coalizione di centrodestra, che ha già messo in calendario, grazie all’apporto della Lega, un progetto di legge per mutarne la composizione e, probabilmente per questa via, gli indirizzi.
Parliamo di quello che sta avvenendo in questa legislatura. Una legislatura che alcuni osservatori ritengono ancora destinata a concludersi precocemente, ma che, guardando ai numeri esistenti nel parlamento e al patto di ferro sostenuto da interessi assai forti all’interno del ceto politico tra Berlusconi, Bossi e Fini, può proseguire fino al 2006, a meno di una scelta elettorale del presidente del Consiglio o di un disastro economico di cui si vedono alcuni segni evidenti che potrebbero essere, almeno in parte, nascosti dallo scoppio della guerra contro l’Iraq e dalle conseguenze che ne scaturiranno dal piano economico e finanziario.
Insomma è lo stesso Berlusconi a detenere le chiavi del destino di questa legislatura e questo aspetto, che pochi notano, rivela un altro paradosso della situazione italiana.
Si osserva spesso che occorre rafforzare il ruolo del potere esecutivo per ragioni appunto di governabilità, ma nello stesso tempo la posizione del presidente del Consiglio è praticamente inattaccabile se gli organi costituzionali di controllo o di contrappeso non riescono a svolgere i compiti che spettano al loro ruolo nel sistema politico e costituzionale italiano.
Se parliamo della giustizia, che insieme alle comunicazioni di massa costituisce un aspetto fondamentale della politica berlusconiana, vediamo meglio il delinearsi della politica del centrodestra.
La prima riguarda il carattere di vera e propria lobby che, secondo un’accettabile definizione di Eugenio Scalfari impersona il gruppo dirigente della Casa delle libertà e del suo partito maggiore, Forza Italia, segnato in maniera essenziale dalla sua origine di partito aziendale governato dall’alto e centralizzato, e sceso in campo nel 1993-1994 con l’obiettivo primario di salvare il suo capo dalle minacce giudiziarie che avevano da tempo investito lui e i suoi principali collaboratori, a partire dal vero creatore , di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, dirigente massimo di Publitalia, che costituiva allora il "forziere" umano e finanziario della Fininvest.
In questo senso ci troviamo di fronte a un partito profondamente diverso dall’origine e dalle caratteristiche del partito democristiano che ha governato il primo cinquantennio. Del resto il controllo di una parte più che maggioritaria della pubblicità del circuito radiotelevisivo e cinematografico è il risultato che il presidente del Consiglio ha conseguito grazie all’assenza di leggi antitrust efficaci, ancora prima di conseguire il potere politico di governo.
La minaccia dell’intervento della magistratura ha costituito il filo rosso della legislazione berlusconiana, che ha iniziato subito dopo la vittoria un’offensiva in un primo tempo indiretta, poi sempre più diretta, nei confronti del ruolo e dell’operato dei magistrati, giudici e pubblici ministeri.
La seconda ragione è più generale ed inquietante: il capo di governo si è reso conto assai presto che il controllo della magistratura e dei mezzi di comunicazione è la chiave necessaria per trasformare la democrazia repubblicana in un regime autoritario e personale. Se i giudici sono intimiditi e sottoposti al potere esecutivo, non potrà venire da quella parte il pericolo di un attacco al governo né ai suoi componenti, né ci sarà il controllo di legittimità costituzionale. Se poi televisione e giornali censureranno, come fanno, le critiche, le notizie sgradite, e comunicheranno a spettatori e lettori un’immagine positiva dell’esecutivo e della sua maggioranza parlamentare, sarà più agevole conservare il consenso ottenuto all’inizio e manipolare adeguatamente le coscienze delle masse popolari. E parlo di masse popolari, perché non bisogna dimenticare che la grande massa di manovra elettorale delle destre, a giudicare dall’analisi dei dati elettorali, è stata costituita da operai occupati e disoccupati, da casalinghe e da pensionati.
Resta il terreno delle emozioni e dei sogni, dell’immaginario, ma a quello provvede la fiction televisiva e cinematografica che, attraverso il controllo dei sei canali televisivi e della grande produzione e distribuzione cinematografica, Berlusconi è in grado di influenzare in maniera sempre più forte e massiccia, come di fatto è già avvenuto negli ultimi dieci anni e può oggi proseguire con un maggior dispiegamento di mezzi e di canali.
Non parlo della storia degli ultimi dieci anni perché parlerei troppo, ma voglio ricordare alcuni punti che evidenziano una evoluzione della maggioranza di centrodestra che ci fa ricordare l’esperienza di altri regimi che divennero autoritari. Faccio alcuni esempi delle leggi di cui ho già parlato.
La legge sulle rogatorie internazionali subordina la possibilità di considerare validi documenti di altri Stati al controllo della perfezione degli aspetti formali degli stessi documenti. Già alcuni giudici non l’hanno di fatto applicata ritenendo prevalenti altre norme che regolano la complessa materia a livello internazionale, trattandosi di normativa europea recepita dal nostro Paese. Ma questo significa soltanto che si determinerà una differenza tra corte e corte su un aspetto tutt’altro che secondario di fronte a reati che coinvolgono sempre più Stati, più magistrature. L’abolizione del falso in bilancio con tutta evidenza favorisce speculatori e uomini di finanza di pochi scrupoli, che falsificano abitualmente i bilanci a spese degli azionisti non adeguatamente rappresentati nelle cariche sociali. La recente riforma del Consiglio Superiore a sua volta mette l’organo costituzionale in condizione di potere esercitare assai meno le funzioni di controllo e di rappresentanza previste dalla carta costituzionale del 1948. Ma quel che colpisce lo studioso è il significato complessivo delle norme già approvate. L’intento appare duplice: da una parte è chiaro l’obiettivo di favorire una piccola parte della società, quella che è abituata ad agire al di fuori o contro la legalità. Dall’altro le misure che riguardano i giudici, che hanno un intento nello stesso tempo persecutorio o comunque volto a legarli al potere esecutivo e al controllo della parte più vicina all’esecutivo, cioè la Corte di Cassazione.
Ma in tutte le norme circola uno spirito di classe dei vecchi e nuovi ricchi contro chi non possiede gli strumenti per adeguarsi a loro, che era presente negli anni della dittatura fascista come in quelli del centrismo democristiano, ma che sembrava spazzato via dalle trasformazioni della società italiana negli anni sessanta e dalle esperienze, sia pure contraddittorie, dei governi di centrosinistra.
L’interrogativo che ci si pone ora è quale sia il rapporto tra gli obiettivi di breve e lungo periodo di Berlusconi e della sua coalizione. Certo è che finora il problema della giustizia non è stato affrontato in maniera efficace da nessuno dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, ma è singolare che la forte attenzione della Casa delle libertà al problema non contempli né preveda, almeno per ora, nessun intervento sull’efficienza della giustizia. Quel che invece sembra chiaro è che la battaglia contro l’autonomia e l’indipendenza dei giudici è tuttora in pieno svolgimento e si accompagna a misure che di fatto favoriscono quei cittadini che non hanno osservato le leggi o meglio quegli uomini di affari, quegli imprenditori, quei lavoratori autonomi che erano minacciati dalle norme ancora in vigore nella primavera 2001.
La politica sulla giustizia del governo attuale, ha osservato Luigi Ferraioli, si è espressa nell’approvazione di tre leggi che equivalgono ad altrettanti regali al mondo dell’economia illegale e che il governo ha fatto approvare con urgenza tra settembre e novembre approfittando che la pubblica opinione fosse scossa e distratta dal mostruoso attentato terrorista alle Torri Gemelle e poi dalla guerra in Afghanistan. Ma si è anche manifestato in maniera non meno trasparente nel tentativo del governo di sabotare la costruzione di uno spazio giudiziario europeo per quanto riguarda i reati di corruzione, nonché in una lunga serie di attacchi ed intimidazioni nei confronti dei magistrati che procedono per tali reati. Ritorna, come vedete, nel giudizio di Ferrajoli, l’interferenza dell’informazione manipolata sul problema della giustizia come elemento della strategia complessiva della maggioranza.
Se dall’indicazione, sia pure sintetica, dei contenuti che caratterizzano l’attività legislativa condotta nell’ultimo anno e mezzo, passiamo a riflettere sui caratteri del sistema di potere raccolto intorno a Berlusconi, sulla cultura politica espressa dalla destra al potere, emergono con chiarezza alcuni elementi distintivi particolarmente utili per cogliere somiglianze e differenze con il regime fascista italiano nella sua fase iniziale, nei primi tre anni di potere prima del 3 gennaio 1925.
Il primo è l’evidente culto del capo carismatico che percorre la nuova esperienza, il progetto di un presidenzialismo che appare nelle più recenti formulazioni come un potere solitario e dominante rispetto ad ogni altro organo costituzionale, con un rapporto diretto e senza mediazioni tra il popolo e l’eletto, tra il capo e tutti gli altri. Un intellettuale mistico ed eclettico nei suoi furori lirici come Gianni Baget Bozzo ha parlato qualche giorno fa di una nuova legittimità conquistata da Berlusconi nell’Italia di oggi e della sua capacità di creare un popolo a lui devoto.
Il secondo è il pragmatismo populista e antidemocratico che sta segnando l’attività del governo e che conduce la maggioranza di centrodestra ad attivare una politica nettamente contraria alla tradizione pubblica italiana, e invece nettamente favorevole alle classi più abbienti, ma nello stesso tempo preoccupata di non rompere apertamente con i ceti popolari, per quanto la cosa sia possibile. Il risultato è una politica oscillante su molti aspetti della vita economica e sociale, attenta a non scontentare i ceti sociali che per anticomunismo o interessi patrimoniali ne hanno favorito l’ascesa; ma anche preoccupata di non farsi schiacciare troppo sulle posizioni del vecchio establishment economico e sociale. In questo senso la coalizione fa emergere differenze indubbie tra i tre partiti che la compongono, con un ruolo di punta della Lega, per esempio sugli immigrati o sulla difesa delle tradizioni valligiane. Ma al momento giusto tutta la coalizione tende a tornare sotto l’autorità del capo, collocato in una posizione che difficilmente si può definire mediana, dato che sposa di frequente le tesi più estreme della coalizione. Certo, ormai i nemici del popolo berlusconiano sono stati chiaramente individuati e rispetto ad essi – siano le scuole, le università, i pochi media non allineati, i magistrati – la Casa delle libertà procede con durezza, accantonando norme e valori della Costituzione repubblicana e cercando di approvare leggi che appaiono contrari allo spirito e talvolta anche alla lettera della Carta costituzionale. Cito, tra i molti casi, la recente proposta di legge annunciata da Forza Italia per istituire un controllo amministrativo e ministeriale sui libri di storia.
Se si tengono presenti queste osservazioni, è possibile individuare con una certa chiarezza gli aspetti simili e quelli differenti tra l’azione del governo fascista di Mussolini e quella del governo populista di Silvio Berlusconi. Il culto del capo caratterizza, fin dalla prima fase, entrambi i governi ed in un certo senso si può dire che, nell’esperienza dei primi due anni di governo, Mussolini mostra oscillazioni e incertezze che si ritrovano con una certa somiglianza anche oggi – con la difficoltà, nel caso che stiamo esaminando, di prevedere un futuro ancora in parte indeterminato e metterlo di fronte a una vicenda ormai conclusa di cui possiamo ricostruire con il necessario distacco le varie tappe.
Resta il fatto che, pur nella notevole diversità dei tempi e delle circostanze, emergono tratti profondamente antidemocratici della cultura politica al potere, una precisa volontà di chiudere la bocca a chi si oppone, solo in apparenza in maniera meno violenta.
Una personalizzazione del potere intorno al leader. Tutti caratteri che nell’esperienza fascista erano presenti e che si ritrovano oggi, pur con le modifiche richieste dall’accumulo di tanti decenni, nell’esistenza di strumenti di manipolazione così sofisticati da confinare la violenza poliziesca non alla pratica quotidiana, bensì a momenti occasionali e simbolici. Quel che caratterizza in un modo che potremmo definire prevalente il governo Berlusconi, è lo scarso rispetto della legalità repubblicana, che si esprime nel pacchetto di leggi degli ultimi mesi del 2001 di cui abbiamo parlato, nel desiderio evidente di assoggettamento dei giudici, nel disprezzo per gli altri organi costituzionali, dal presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale. Un simile tratto non è nuovo nella storia delle destre italiane, in particolare di quella fascista negli anni di costruzione del regime che, non bisogna dimenticarlo, durarono sei anni, dal 1923 al 1929. Oggi abbiamo la guerra, anche questo un altro fattore storico essenziale alla costruzione e al consolidamento dei regimi autoritari negli anni 20, 30 e 40 del novecento.

* preside della facoltà di Lettere dell’Università di Torino