FASCISMI DI IERI E DI OGGI – Oliviero Diliberto


Atti del Convegno "Fascismi di ieri e di oggi" tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Oliviero Diliberto

Le parole della nostra carissima amica e compagna Estela Carlotto, la sua testimonianza tragica, ma anche così bella, ci dice che abbiamo avuto ragione ad organizzare questo incontro. L’emozione pacata con la quale ci ha raccontato una vicenda terribile, sua figlia e suo marito arrestati, il nipotino che non sa dove sia, trentamila desaparecidos nel suo Paese e quelle lacrime che, per usare la sua espressione, ha saputo trasformare in lotta, tutto questo ci avverte che dobbiamo tenere alta la guardia. Questi orrori non sono successi un secolo fa, ma venti, trent’anni fa. Non dobbiamo mai sottovalutarli, possono tornare.
Ringrazio tutti coloro che hanno accettato di essere nostri ospiti, tutti voi che siete così massicciamente presenti, il dipartimento nazionale cultura del Pdci diretto da chi ha introdotto, il compagno Roberto Soffritti, la federazione di Roma che ha lavorato molto per questa iniziativa e un po’ tutto il nostro partito che sul tema dell’antifascismo è impegnato non occasionalmente.
Abbiamo tenuto un precedente convegno nella primavera del 2002. In quell’occasione ci impegnammo ad un altro appuntamento di approfondimento. Abbiamo mantenuto la parola.
Siamo ormai rimasti gli unici che parlano di antifascismo, anche a sinistra. Come se l’antifascismo fosse un tema per convegni di storici, per i reduci della guerra partigiana, per i compagni dell’Anpi. Ed a proposito dei gloriosi compagni dell’Anpi voglio ringraziare il loro vicepresidente nazionale, tornato da Strasburgo appositamente per presiedere e introdurre questo convegno, il compagno Armando Cossutta.

Credo sia giusto cercare di capire, studiare e reagire politicamente a quello che sta succedendo, che non è solo frutto dell’oggi. Il governo Berlusconi ha accentuato alcuni fenomeni già da tempo in corso, ma l’attacco ai valori dell’antifascismo è nato nella seconda metà degli anni 80, in parallelo con la crisi dei partiti comunisti. Iniziò dalle parti di Reggio Emilia con la vicenda del cosiddetto "triangolo rosso", il "triangolo della morte", in cui i partigiani si sarebbero macchiati di chissà quali misfatti. Era già iniziato in modo strisciante, poi massicciamente, con il revisionismo storico di più o meno sedicenti storici della destra. Passato attraverso la criminalizzazione dell’eroico atto di via Rasella, si poi è arrivati, colpevolmente da parte della sinistra, a quella sorta di riabilitazione postuma dei ragazzi e delle ragazze di Salò nell’indimenticabile, purtroppo tristemente indimenticabile, discorso di insediamento di Luciano Violante alla presidenza della Camera.
Oggi c’è una sorta di "vulgata", un senso comune che rende tutti uguali: i combattenti per la libertà e i fascisti.
Bisogna inchinarsi di fronte a tutti i morti, certo. Ma c’è chi pensa che ormai vada costruita una memoria condivisa, che nella guerra che noi continuiamo a chiamare di "liberazione nazionale", mentre parti importanti della sinistra chiamano "guerra civile", vinti e vincitori un po’ si equivalgano.
Non si è capito, o non si è voluto capire, che colpire l’antifascismo significava colpire l’elemento fondativo della nostra Repubblica. Significava colpire il pilastro sul quale poggia l’intera Costituzione.
La Costituzione nasce da un patto, che è politico ed etico, tra le forze politiche, culturali ed ideali che avevano combattuto insieme nella Resistenza. Queste forze – ideologicamente anche molto diverse – vollero una Costituzione basata sul comune rifiuto del fascismo, a partire da quella norma non transitoria, ma definitiva, che prevede il divieto di ricostituzione del partito fascista. Una norma troppe volte calpestata. Anche la disposizione che vietava il ritorno in Italia degli eredi maschi di casa Savoia è stata calpestata: sembrava che morissero dalla voglia di tornare e invece se ne rimangono tranquillamente in Svizzera, a riprova dell’affetto che il casato Savoia ha sempre dimostrato a questo paese. Noi abbiamo votato contro il loro rientro, ancora una volta da soli. Pezzo dopo pezzo, nell’assordante silenzio di settori fondamentali della sinistra, abbiamo assistito allo sgretolamento di valori fondanti della Repubblica.
In Italia stanno avvenendo due fenomeni distinti ma legati l’uno con l’altro. Fenomeni di eversione vera e propria, di violenza fascista esplicita, con la riproposizione delle svastiche, delle teste rasate, con l’inneggiare a Hitler, a Mussolini, alla Decima Mas; e fenomeni di progressivo sgretolamento, da parte delle forze che ci governano, di un intero sistema di diritti democratici, di conquiste sociali, di equilibrio tra i poteri. E’ come se il nostro Paese vivesse su un pendio: a valle, alla fine di questo pendio, potremmo trovarci a vivere in un sistema molto vicino a un regime.
I fenomeni del primo tipo sono accaduti anche recentemente. L’assalto alla televisione di Verona dove, in diretta televisiva, è stato picchiato un esponente delle comunità islamiche. L’assalto lo scorso anno a Roma al teatro "Il vascello", nel tentativo di impedire la rappresentazione di una commedia di Bebo Storti, che è stata poi, grazie al nostro partito, rappresentata nel Parco della Resistenza. Gli assalti alle librerie romane, i libri strappati, naturalmente di autori di sinistra e democratici. Piazze e vie titolate a gerarchi fascisti: l’esempio più clamoroso è stato piazza Matteotti a Benevento, città amministrata da un sindaco fascista, il quale ne ha modificato il nome perché ingombrante. Matteotti, un socialista democratico, prima vittima, primo martire del fascismo. Il 25 di aprile, anniversario della Liberazione, per la prima volta dopo quasi sessant’anni viene celebrato dal presidente del Consiglio in una delle sue ville in Costa Smeralda ricordando, come unico protagonista positivo della Resistenza, Edgardo Sogno: uno che la Resistenza l’ha fatta in formazioni politiche violentemente anticomuniste, tanto da essere protagonista, tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70, di un tentativo di golpe di destra. Potremmo continuare. Tranfaglia ci ha ricordato le commissioni di censura dei libri di testo delle scuole: il primo a farsi venire l’idea è stato il "governatore" della regione Lazio, un fascista notorio, Francesco Storace. Storace si può cambiare d’abito, fare la dieta, modificare le proprie espressioni, darsi un look più moderno, ma chi propone una commissione di censura amministrativa sui libri di testo può essere definito solo con il termine "fascista".
E ancora. Se visitate i siti internet di molti autorevoli deputati di Alleanza nazionale, troverete le liste di proscrizione degli insegnanti democratici delle scuole italiane. I giovani di destra vengono incitati ad inviare denunce – ai limiti del codice penale – degli insegnanti che si macchiano della colpa di essere democratici.
C’è poi un aspetto nuovo per certi versi più inquietante. L’assalto dei giovani di Forza Nuova alla televisione di Verona contro l’esponente delle comunità islamiche è avvenuto alla presenza delle forze dell’ordine. Che non sono intervenute. Non voglio fare paragoni meccanicistici e tuttavia è un dato che nel periodo che va dal 1919 in avanti le violenze fasciste contro le case del popolo, contro le sedi dell’Avanti!, contro le sedi dei partiti, contro singoli, contro esponenti dei partiti della sinistra, avvenivano con la sostanziale connivenza delle forze dell’ordine di allora, i regi carabinieri.
Voglio approfittare di questa sede – come faremo in parlamento – per chiedere al ministro dell’interno, Giuseppe Pisanu, di intervenire con il massimo rigore: se vi è stata una colpevole mancanza d’intervento da parte delle forze dell’ordine, queste siano punite nel rispetto della legalità repubblicana. E comunque lo invito alla massima vigilanza per evitare che all’interno delle forze dell’ordine prendano piede sacche di questa natura.
Negli anni 70 la sinistra svolse un’importante azione politica. Un lavoro politico-culturale ed una battaglia politica che consentì alle forze dell’ordine di dotarsi anche di un sindacato. Quell’enorme patrimonio di lavoro politico si è disperso. Forse si spiegano anche così i fatti tragici di Genova del luglio 2001. I segnali non sono confortanti e quella politica va ripresa. Ci abbiamo provato con il governo D’Alema, molto seriamente, e tuttavia è stata un’esperienza troppo breve per dare risultati concreti. Oggi, dall’opposizione, dobbiamo essere doppiamente vigili su eventuali sconfinamenti di settori delle forze dell’ordine e su eventuali coperture da parte del governo.
Torno al punto politico. Le azioni dichiaratamente squadristiche di cui ho parlato sono collegate ad azioni politiche molto gravi di forze di governo. La Lega a Trento ha proposto di istituire vagoni separati sui treni per extracomunitari. Se dovesse venire Bush dovremmo metterlo in quei vagoni separati visto che è un extracomunitario. Ma a parte la facile ironia, siamo di fronte alla prefigurazione di un sistema di apartheid che pensavamo fosse definitivamente alle spalle della storia mondiale. E invece no, perché Borghezio partecipa ai convegni di Forza Nuova con la mano alzata nel segno del fascismo e perché Gentilini, il sindaco "sceriffo" di Treviso, ha promulgato una delibera con la quale si vieta agli extracomunitari di sedere sulle panchine comunali. E’ un bene pubblico, non va sporcato dagli extracomunitari!
In questo contesto si colloca la possibile guerra all’Irak. Il quadro della guerra è tipico di una deriva culturale bellicista di natura fascista. Alcuni dei presenti sono parlamentari e ricorderanno l’intervento di Berlusconi alla Camera quando si è deciso, con il nostro voto contrario, di mandare gli alpini in Afghanistan. Un intervento preoccupante, dominato da una cultura militarista, tipicamente di derivazione fascista e comunque autoritaria: l’idea di avere qualche migliaio di morti – sono le vecchie parole di Mussolini – per sedersi al tavolo dei vincitori. Si sa com’è andata. Ha ragione Vauro quando collega l’articolo 11 della Costituzione – "l’Italia ripudia la guerra" – con la Resistenza. Sono andato a rileggermi gli atti dei lavori preparatori della Costituzione. Emerge un intreccio chiarissimo tra quell’articolo e la circostanza di un paese che, uscito distrutto dalla guerra fascista e nazista, voleva guardare avanti mettendosi definitivamente alle spalle la guerra.
Anche per questo vorrei invitare tutti i presenti a mobilitarsi – così come abbiamo mobilitato le nostre organizzazioni di partito – per la raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da Emergency: una legge di specificazione rigorosa dell’articolo 11 della Costituzione.
La guerra si inserisce in un quadro di grande preoccupazione democratica: un attacco sistematico a tutti i diritti costituzionali, civili e di libertà da una parte, e ai diritti sociali dall’altra. Il disegno è quello di smantellare il modello di società previsto nella Costituzione repubblicana, fondato su un principio cardine enunciato nell’articolo 3, e cioè il principio di eguaglianza. Non un principio di eguaglianza tradizionale, come nelle costituzioni liberali e borghesi, ma effetto di una battaglia politica dei comunisti dentro la Costituente laddove si afferma: "La Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che impediscono la concreta attuazione del principio di eguaglianza". Nella Costituzione si assume il fatto che le differenze di classe sono un ostacolo al dispiegarsi del principio di eguaglianza e che l’eguaglianza non è un fatto astratto, formale, ma sostanziale.
Tutto questo viene messo in discussione dall’assalto feroce ai diritti sociali, alla sanità, al lavoro, alla formazione, al collocamento, ai diritti civili e di libertà. Pensate all’attacco alla laicità dello stato, ai diritti delle donne, all’aggressione a due giovani gay malmenati dalle teste rasate senza una pur minima reazione popolare.
Lo stesso attacco all’indipendenza della magistratura non si limita ai magistrati: anche qui c’è la messa in discussione del principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, perché se i magistrati sono sotto il potere politico ed è il potere politico che decide quali inchieste fare, è del tutto evidente che viene meno proprio il principio di eguaglianza.
Questo quadro di grandissimo allarme va collegato a quella incredibile anomalia italiana che è il tema della formazione del consenso. Non lo chiamo semplicemente informazione o conflitto d’interessi. È la formazione del consenso, del senso comune della popolazione. Berlusconi non sa granché di Costituzione, tuttavia lancia la parola d’ordine dell’elezione diretta del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, e cioè un’idea plebiscitaria, bonapartista della nostra Costituzione e del metodo di elezione che si collega con il controllo assoluto dei mezzi di informazione. Non solo di quelli tradizionali. Non c’è solo il tema della scuola, i tagli all’Università e alla ricerca scientifica, la distruzione del Consiglio nazionale delle Ricerche, e quindi l’azzeramento dello spirito critico, della ricerca scientifica, dei cervelli di questo paese che devono essere mandati all’ammasso. Berlusconi possiede il controllo del 90% del sistema editoriale italiano. La cosa ha aspetti terribili e grotteschi, visto l’odio del Polo per i libri, per la cultura, per la libera circolazione delle idee. La Mondatori, che è del presidente del Consiglio, è anche proprietaria della Einaudi, la casa editrice di Calvino, di Vittorini, delle "Lettere dal carcere" di Gramsci, delle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea".
Ma l’ottundimento scientifico e programmato delle coscienze degli italiani passa anche da cose apparentemente banali. Quando ero ragazzo, vi era la convinzione che la classe dirigente dovesse dare il buon esempio ai cittadini. Magari non avveniva, oppure avveniva attraverso i famosi "vizi privati e pubbliche virtù", e tuttavia la convinzione che la classe dirigente dovesse dare il buon esempio era senso comune. Oggi è esattamente il contrario. La classe dirigente al governo asseconda i peggiori istinti della popolazione. Liscia, per così dire, i vezzi da "bar sport", sino agli episodi – ne cito solo due, ma ce ne sono a bizzeffe – che hanno fatto il giro del mondo e che ci hanno fatto ridere dietro da tutto il mondo: Berlusconi che fa le corna nella foto ufficiale di un vertice europeo e Berlusconi che, al vertice Nato, spiega a Putin che Roma l’hanno fondata Romolo e Remolo.
La cultura e la buona educazione sono un optional. Anzi un po’ di volgarità fa bene. E’ l’idea fascista del "me ne frego". È’ l’idea fascista del machismo. È l’idea fascista per cui le donne in televisione, mi scuso per la volgarità, sono essenzialmente tette e culi ed il problema è risolto.
E’ l’abbassamento progressivo dei livelli di formazione del consenso e degli orientamenti di massa, tant’è vero che se da un lato abbiamo il gramsciano "sovversivismo delle classi dirigenti", dall’altro c’è lo spostamento del senso comune, basta pensare al razzismo che pervade la società. La legge Bossi-Fini offende la civiltà giuridica europea dalla quale proveniamo. I vecchi partiti di massa, quelli democratici, non solo i comunisti o i socialisti, anche la Democrazia cristiana, non assecondavano questi istinti, lavoravano per modificare in meglio gli orientamenti di massa. Viceversa questa è la cultura, il tratto distintivo delle classi dirigenti odierne. Sono abituato a pesare le parole, ma credo che i rischi di regime siano autentici. Non sto pensando all’olio di ricino, almeno lo spero. Siamo in Europa ed è difficile pensarlo. Un regime "inedito" fondato sul totale dominio dei mezzi di informazione, della formazione delle coscienze.
Voglio ora affrontare una parte più squisitamente politica con la quale concludere.
L’idea che si possa dialogare con questi signori che vogliono la distruzione della nostra Costituzione è – per usare l’espressione di uno molto più importante di me – peggio di un crimine, è un errore. Considerarli interlocutori – come pure qualcuno nel centrosinistra è stato tentato di fare – dà loro una legittimazione fortissima per fare le riforme che vogliono, tutt’al più può farci guadagnare qualche correzione del tutto marginale. Ma ci delegittima di fronte al nostro popolo, che giustamente non vuole questo dialogo. Io non credo che tra le fila del centrosinistra ci siano dei traditori, non uso questa categoria, penso che ci siano compagni ed amici che sbagliano. Che sbagliano politicamente.
Il dialogo con il Polo sulle riforme costituzionali o sulla giustizia – come mi è capitato di sentire dopo la sentenza Andreotti – è un errore tremendo. E’ vero che abbiamo cento deputati in meno alla Camera, ma non siamo poi così pochi. Il percorso delle riforme costituzionali è lungo. Ci vogliono quattro letture, è un percorso accidentato. Noi possiamo avere la forza, se saremo uniti e soprattutto determinati, di impedire le riforme costituzionali. Nel Polo ci sono anche persone democratiche, sono conservatori, ma democratici: dobbiamo lavorare per spostarli dalla nostra parte facendo scoppiare contraddizioni nel centrodestra. Questo è fare politica! Il resto è chiacchiera. L’inseguirsi delle dichiarazioni da parte dell’uno, da parte dell’altro… non ci fa andare da nessuna parte.
Per sconfiggere Berlusconi, e per sconfiggere questo terribile disegno reazionario, dobbiamo rafforzare l’alleanza di centrosinistra. Voglio essere schietto su questo punto, perché so che è molto delicato. Fuori dal centrosinistra non c’è salvezza per la democrazia italiana. Chi vagheggia, oggi, un’ipotesi neo frontista, con tutte le sinistre insieme che si battono da sole contro Berlusconi, è un illuso ed è pericoloso per la sinistra. O saremo in grado di costruire uno schieramento democratico il più ampio possibile o saremo sconfitti drammaticamente. L’alleanza tra la sinistra italiana, tutta la sinistra, e un pezzo, io spero il più largo possibile, di schieramento moderato che sceglie di allearsi con la sinistra proprio perché ha nel dna i valori della Costituzione repubblicana, è strategico. Chi pensa di rompere il centrosinistra – non sto pensando solo a Rifondazione, ci sono pulsioni e tentazioni di questo tipo anche in altri partiti di sinistra e anche nella Margherita – sta facendo il più grande regalo, e gratis per giunta, a Silvio Berlusconi.
La sinistra, sommando tutti quanti i voti, ha il 25%. Dovremmo tenere in gran conto l’insegnamento di Lula in Brasile. Lula è andato da solo alle lezioni per tre volte e per tre volte è stato sconfitto. Questa volta ha costruito un’alleanza che in Italia chiameremmo di centrosinistra con un pezzo di imprenditori: il vicepresidente di Confindustria è stato il candidato vicepresidente di Lula. Oggi Lula è, grazie a questa acuta scelta politica, presidente del Brasile, e può infine combattere la fame, può rinviare l’acquisto di 14 missili, fatto dal precedente governo, per usare quei soldi per il suo popolo delle favelas.
Le elezioni non sono come le olimpiadi, l’importante non è partecipare, non è fare bella figura, non è prendere qualche applauso da una platea che è già convinta e conquistata. L’importante è conquistare voti, allargare l’area del consenso. Ce lo ha insegnato nel 1944 Togliatti tornando in Italia: la metà del Paese era in mano ai fascisti ed ai nazisti e i comunisti avevano le armi in mano e combattevano al centro e al nord, moltissimi di loro convinti di combattere per la liberazione nazionale e per il comunismo.
Togliatti tornò in Italia, modificò la linea politica, fondò un nuovo partito, quello che noi chiamiamo "Il partito nuovo" di Togliatti, e andò al governo affermando che il primo obiettivo era cacciare i fascisti e i nazisti. Togliatti entrò in un governo presieduto dal maresciallo Badoglio che, come dico sempre, era un pochino più a destra di Clemente Mastella. Ma Togliatti faceva politica, non propaganda.
Noi vogliamo federare la sinistra italiana all’interno del centrosinistra e questo è per noi un discrimine fondamentale frutto della nostra analisi. E’ una proposta ragionevole, non una fuga in avanti. Ciascuno, nei partiti della sinistra, è legato e vuole rimanere fedele, coerente alla propria ideologia, al proprio simbolo, alla propria storia, al proprio programma. Ma queste tante identità, queste tante autonomie politiche ed organizzative, possono concorrere a un progetto federativo che noi chiamiamo la "Confederazione della sinistra", e cioè un progetto che tenga insieme i partiti ma anche i movimenti, quella grande novità che si è manifestata nell’anno passato: dai girotondi, la società civile consapevole che è scesa in campo per opporsi a Berlusconi, ai movimenti che hanno ripreso il conflitto sociale in Italia, primo fra tutti la Cgil, al movimento per la pace, al movimento cattolico, alla rete Lilliput, a Emergency, alla tavola della pace, ai giovani del movimento new global.
C’è un mondo che ha difficoltà a riconoscersi nei partiti. Il nuovo soggetto confederale che proponiamo può invece mettere insieme partiti e movimenti in una formazione inedita di organizzazione politica. Noi ci spenderemo per questo obiettivo ritenendo che dentro un processo di unità, che giudichiamo indispensabile, il nostro partito possa e debba avere un ruolo.
La federazione di Roma ha lanciato una campagna per la conservazione in via Tasso del Museo della Resistenza. Sta distribuendo una cartolina molto bella, molto efficace, da inviare al sindaco ed alle autorità dello Stato perché non venga venduto e non venga destinato ad altro uso. Si tratta di un’iniziativa simbolica? No, è un atto politico. Non è testimonianza. Noi non ne facciamo mai. Cerchiamo sempre di produrre atti politici e recuperare il valore dell’antifascismo è appunto un atto politico.
Noi ci inchiniamo di fronte ai compagni dell’Anpi, ci inchiniamo e li ringraziamo, ma il tema dell’antifascismo non è dell’Anpi. Il tema dell’antifascismo è di tutti noi e innanzitutto dei ragazzi che hanno 18 anni. È un impegno politico di oggi e di domani e dobbiamo dirlo ai giovani per far sì che la memoria storica che i compagni dell’Anpi hanno insegnato alla mia generazione, quella che è nata negli anni 50, dopo la fine della guerra, possa tramandarsi e rimanere materia vitale di tutti i giorni.
La mia generazione ha avuto uno straordinario regalo dai suoi genitori. Quello di poter nascere, crescere, diventare adulti in una società fondata sui diritti e sulle libertà. Oggi noi abbiamo il dovere di fare in modo che anche i nostri figli possano nascere, crescere e diventare adulti in una società libera e giusta. Ed è per questo che voglio terminare leggendovi, cosa insolita per me, l’inizio e la fine di una poesia di uno dei più grandi poeti del 900, Umberto Saba, che descrive il suo arrivo a Firenze nel 1944.

Falce martello e stella d’Italia
ornano nuovi la sala.
Ma quanto dolore per quel segno
su quel muro.
(…)
Qualcuno, venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come di chi ha freddo al sole.
(…)
Questo è il Teatro degli Artigianelli
quale lo vide il poeta nel millenovecentoquarantaquattro
che a tratti rombava ancora il cannone
e Firenze taceva assorta tra le sue rovine.