FASCISMI DI IERI E DI OGGI – Roberto Soffritti

Atti del Convegno "Fascismi di ieri e di oggi" tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Roberto Soffritti

Le recenti violenze di Forza Nuova a Verona hanno confermato, se mai ve ne fosse stato bisogno, il risorgere di pericolosi fenomeni di intolleranza in Italia e dimostrato, una volta di più, che è giunta l’ora di abbandonare la convinzione che il problema fascismo sia un capitolo ormai chiuso della storia del nostro Paese.
I Comunisti Italiani sono stati fra i primi a ricordare e spiegare che l’antifascismo non è una questione conclusa, come spesso si crede, anche a sinistra. E siamo tuttora in pochi a mantenere viva l’attenzione in presenza di comportamenti e azioni gravissime che vanno dall’assalto alle librerie, alle proposte di censura sui libri di storia, passando persino attraverso il cambiamento della toponomostatica.
Che rapporto c’è tra quel periodo buio che ha profondamente segnato la storia d’Italia e il presente? Oggi più che mai c’è l’esigenza di rispondere a questa domanda per comprendere la "particolarità" italiana. L’impegno del Pdci sul tema dell’antifascismo, quindi, risponde ad una reale emergenza nel nostro Paese. Basterebbe far riferimento alle inquietanti dichiarazioni di Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova, l’organizzazione di appartenenza dei giovani che hanno fatto irruzione negli studi televisivi veronesi: "Rivendichiamo l’azione vivace dei nostri ragazzi e la rilanciamo", ha detto. E ancora: "Presenteremo i sei arrestati alle prossime elezioni comunali di Treviso perché c’è un gran bisogno di persone per bene; in caso di convalida degli arresti terremo manifestazioni in tutta Italia; costituiremo comitati civici per presidiare il territorio nazionale; Borghezio della Lega e il conte Ruspoli ci hanno già dato la loro approvazione". Dichiarazioni da far accapponare la pelle.
Ecco perché la vicenda del fascismo è ancora attuale. Ecco perché è importante ricordare che nel nostro Paese non c’è stata una guerra civile tra ideologie contrapposte, ma un conflitto tra democrazia e totalitarismo. Ecco perché non è anacronistico parlare, come facciamo con questa iniziativa, di fascismi di ieri e di oggi. L’unità di un Paese, scrive Magris su Repubblica, non è una pappa che amalgama tutto, né una media fra gli opposti, ma è la scelta di un sistema di valori in cui ci si riconosce. E’ per questo che una delle linee politiche di fondo del partito dei Comunisti italiani è il recupero di quei valori che hanno fatto da fondamento alla costruzione dell’Italia del dopoguerra: libertà, democrazia, pace, diritti, lavoro, giustizia… Da qualche tempo, invece, in Italia il fondamento repubblicano e antifascista voluto dai Costituenti, sintesi di quei valori, viene a poco a poco scalzato.

L’attacco sistematico delle destre all’antifascismo, facilitato anche dagli atteggiamenti lassisti di una parte della sinistra italiana, sta producendo uno sgretolamento delle garanzie democratiche che deriva da un tipo di impostazione politico-culturale che va contrastata. E’ quindi necessario riannodare quel dialogo e quel percorso comune tra politica, intellettuali e società perché a vincere sia la democrazia.
In Italia, per ragioni storiche, dunque, la vittoria delle destre desta grandi preoccupazioni. Non a caso fummo tra i primi a lanciare l’allarme sui pericoli involutivi della realtà italiana.

Ma a richiamare la nostra attenzione quest’oggi è il panorama della destra europea che negli ultimi anni ha incassato una serie allarmante di successi elettorali che vanno senz’altro ricondotti alle realtà sociali ed economiche che stanno modificando la carta geopolitica dell’Europa. Le nuove destre, estreme o sedicenti moderate, sono espressioni atipiche di un’ideologia che, altrimenti, sarebbe tristemente uguale a se stessa negli spunti anti-democratici. Le nuove destre, altrettanto pericolose come le vecchie – se non ancora di più, in virtù del loro ruolo istituzionale conquistato in molti paesi importanti – hanno abbandonato il culto dello Stato in nome di una più percorribile strada dell’ultra-liberismo, più facile da vendere in un mondo dominato da tratti capitalistici. Esse hanno smesso i panni delle corporazioni e del corporativismo per adeguarsi alle regole del mercato, facile rifugio per le economie dei tempi attuali. E hanno spesso abbandonato il quadro dello Stato-nazione, cardine dell’ideologia fascista e totalitarista, per rivolgere le proprie attenzioni ai particolarismi regionali e locali.
Un simile cambiamento, e il tentativo di presentarsi come credibili alternative nella corsa democratica nazionale, non possono però nascondere il fatto che alcune di queste formazioni si richiamino, nei loro manifesti politici, ad ideologie dichiaratamente fasciste e autoritarie.
Il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (Ndp), espressione legale del neo-nazismo, il cui antisemitismo è strumento revisionista per allontanare la Germania dal proprio colpevole passato legato alla Shoa, ancora può contare su un certo numero di iscritti o simpatizzanti. E nella Germania dell’est, l’Unione del Popolo tedesco (Dvu) unisce un tentativo di riabilitazione del periodo nazista ad accenti marcatamente irredentisti, ed attrae nelle sue file, principalmente, giovani disoccupati od operai. E, purtroppo, non esula da questa veloce analisi anche il sud dell’Europa, con la presenza in Spagna, Portogallo e Grecia di fazioni d’ispirazione falangista, o, in altri casi, che si richiamano alla dittatura di Salazar o al regime dei colonnelli greci. Bisogna anche sottolineare, tuttavia, che queste formazioni sono diventate marginali, in un contesto politico in cui i partiti che si sono slegati da una radice storica ed ideologica estremistica sono apparsi, invece, in grado di inserirsi in un contesto politico incentrato sul modello economico e sociale ultraliberale.
Tuttavia, la distanza che le sedicenti formazioni moderate di destra hanno messo tra sé e i partiti dell’estrema destra è visibile solo ad un’analisi superficiale, per scomparire non appena si valuta la realtà. Le formazioni di destra che sono avanzate in molti paesi d’Europa sono, di fondo, quelle che portano all’interno l’eredità ideologica, il germe, di movimenti autoritari del passato, mascherati da uno stile nuovo nei discorsi politici o nella struttura partitica. Queste formazioni accettano formalmente la democrazia parlamentare ed il pluralismo, rivendicano una modernizzazione del quadro istituzionale e non più una rottura con esso, come accadeva in passato; dicono di tenere in massimo conto una sorta di capitalismo ultra-liberale e vagamente protezionistico. Ma, alla luce di fatti tristemente provati, emergono linee di condotta che contrastano con le idee, con i principi e con i valori della democrazia.
La politica avviata anche in molti paesi europei dopo l’11 settembre ha avuto il tacito scopo di istigare ad un odio razziale e culturale verso popolazioni e paesi con cui il Vecchio continente ha avuto, da sempre, un forte legame. Dietro a questa politica, che si vuol far passare come necessaria per la sicurezza dei cittadini, si nasconde, però, un problema ben più grave e complesso: la diffusa avversione alle società multiculturali, ritenute la vera origine di tutte le disfunzioni del corpo sociale. Una tale posizione si manifesta nel tentativo, operato sia con azioni legislative sia con veri e propri atti di forza, di limitare l’immigrazione o di invertirne i flussi, espellendo gli immigrati stranieri non europei.
Quando, nel 2000, il leader di estrema destra Jörg Haider andò al governo in Austria, il governo francese si fece capofila dei paesi che chiesero l’applicazione di misure politiche contro la destra oltranzista. Qualche tempo dopo, la Francia ha rischiato di vivere una analoga situazione con il Fronte Nazionale di Le Pen, che professa un ruolo di mediazione tra le diverse posizioni delle frange della destra estrema e non: un ruolo unificatore delle tradizioni ideologiche, che richiama sempre idee risalenti agli anni ’30 e ’40.
Vicino al Fronte Nazionale francese c’è il Vlaams Block belga, l’estrema destra fiamminga, espressione di una precisa volontà xenofoba che ha travolto la parte settentrionale e più ricca del Belgio. Il suo leader, Frank Vanhecke, sostiene la causa dell’indipendenza delle Fiandre con Bruxelles capitale. La zona di Anversa vive metaforicamente il triste confronto tra la luce dei diamanti e il nero di questa nuova recrudescenza razzista che sta attraversando l’Europa. Sempre in Belgio è presente nell’estrema destra francofona il Fronte nazionale che ha un seggio in Parlamento. Il governo olandese è guidato dalla lista di Pim Fortuyn, uomo politico assassinato il 6 maggio scorso, presumibilmente da un militante ecologista radicale. A marzo, Fortuyn aveva ottenuto il 34% dei voti alle elezioni municipali di Rotterdam, la seconda città del Paese con un gran numero di immigrati di origine araba. Il programma che il leader esponeva nei comizi era abbastanza semplice: "Ristabilire l’ordine, chiudere le frontiere, integrare gli immigrati già presenti". Il bersaglio delle frecce di Fortuyn è stato l’islamismo, che definiva "una religione arretrata e stupida".
La lista dei Paesi in cui l’estrema destra è andata avanzando include la Norvegia, la Danimarca, la Svezia e anche la Svizzera. In Danimarca, nel 1995, alcuni deputati del Progress Party fondarono il Partito del Popolo Danese, d’ispirazione nazionalista e di tendenze velatamente xenofobe, che ha raccolto quasi subito il voto popolare di protesta, arrivando a conquistare, nel 1998, 13 seggi e aumentandoli, nell’autunno 2001, a 22.
In Norvegia, la formazione "anti-tax" Partito del Progresso, di ispirazione populista, ha raggiunto nelle ultime elezioni il 14,9% dei suffragi, ottenendo un tale "potenziale di coalizione" da poter salvare il governo centrista di Bondevik. Infine ci sono i partiti dell’est Europa, ex comunista, dove la connotazione ultranazionalista e fascista è prevalente. E’ questo il caso del Partito della Grande Romania, i liberlademocratici russi di Zhirinovski, il partito nazionalista slovacco, il Partito della destra croata e il Partito radicale serbo di Seselj.
Di fronte a queste realtà non basta però assumere una posizione puramente critica. Occorre un’analisi seria e profonda della realtà politica europea ed italiana alla luce di quell’insieme di valori che sono propri della democrazia. Innanzi tutto bisogna evitare i miscugli perché le facce della destra sono comunque diverse. Tra Umberto Bossi, Jorg Haider, Jean-Marie Le Pen o il movimento di Pim Fortuyn vi sono differenze reali. La Lega Nord è l’espressione di una periferia regionale agitata che si oppone ad uno Stato, che essa stessa però è stata chiamata a guidare, ritenuto troppo generoso nei confronti del Mezzogiorno. La Lega fa proprio uno stile populista e un discorso fobico sull’immigrazione. Ma il suo messaggio è differente dal quello del leader del Fronte Nazionale francese, che fa leva su sentimenti nazionalisti e nostalgici, professando una chiusura della Francia alla realtà europea. Una posizione, quella di Le Pen, da cui si è sempre distaccato il defunto Pim Fortuyn, espressione di una destra radicale e populista. Talvolta questi movimenti si contrappongono nettamente tra loro. L’estrema destra austriaca non ha mai potuto aprire un dialogo politico con quella italiana, perché divise da un incolmabile spazio rappresentato dalla questione dell’Alto Adige. Parimenti c’è una profondo distacco tra Le Pen e i Repubblicani tedeschi o la destra italiana di Fini che a Fiuggi, con un’operazione politica di autolegittimazione, ha tentato di indossare vesti democratiche.
E’ dunque necessario rifuggire le semplificazioni. E’ necessario staccarsi dall’idea, culturalmente inaccettabile, che tutto ciò che non è sinistra sia fascismo. Per comprenderlo basta pensare alla differenza che passa tra Chirac, che non è certamente di sinistra, ma che non è stato né fascista né alleato con la Germania nazista, ed Alleanza nazionale, che è stata fascista e, ai tempi, alleata con il nazismo.
Un’analisi importante è anche quella che può portare a capire che cosa alimenta il voto a destra. La fine della società industriale e il conseguente strutturarsi della società postindustriale hanno determinato una frattura sul mercato del lavoro, nel quale gli impieghi poco qualificati sono riservati a categorie emarginate. La società industriale, con le proprie classi omogenee si è frantumata. L’appartenenza ad un gruppo sociale con valori molto saldi, fosse esso comunista o democristiano, è stato fortemente messo in discussione e sta correndo il rischio di venir meno. Le nuove destre, radicali o meno che siano, hanno compreso che in questa nuova situazione di destrutturazione sociale si veniva a creare uno spazio politico e stanno tentando di occuparlo. Lo fanno con discorsi e comportamenti certamente populisti, che hanno però raggiunto l’obiettivo di attrarre a destra i nuovi scontenti sociali, coloro che si sono trovati privi dei loro punti di riferimento. Nel momento in cui il mondo è stato travolto dal mutamento degli equilibri politici (con la caduta del Muro di Berlino), da nuovi processi economici e politici (con la globalizzazione e la difficile integrazione europea), dalla necessità di nuove aperture culturali (con le immigrazioni), la risultante dei conflitti della società postindustriale è stata la nascita e crescita dei partiti di estrema destra.
In secondo luogo, lo spostamento dei voti verso la nuova destra è forse dipeso dal fatto che queste formazioni si presentano all’elettorato come elemento di rottura e cambiamento rispetto ad alcune forme di immobilismo politico nazionale. La Svizzera, la Danimarca, i Paesi Bassi o l’Austria, sono paesi in cui la nuova destra radicale ha avuto maggiori successi, scardinando una immagine di "democrazia rassicurante" propria di questi paesi.

L’atipicità del caso italiano, nel quadro sopra tracciato, è determinata da vari elementi. L’estrema destra italiana ha rappresentato il punto di riferimento per tutti i movimenti estremisti europei fino agli anni ’80. Il governo Berlusconi ha imbarcato al proprio interno gli eredi della cultura fascista, ha dato vita ad un modo di fare politica e gestire lo Stato che ha come conseguenze il diffondersi di una cultura del disimpegno democratico, del disinteresse storico e dell’arroganza politica. Questi elementi sono legati e funzionali l’uno all’altro. La politica serve a Berlusconi per raggiungere interessi prevalentemente propri, che fino a questo momento non hanno coinciso con quelli nazionali, né con quelli degli elettori che sono caduti nella trappola del teatrino del "contratto con gli italiani". Tutto ciò sotto il grande, ingombrante, pericoloso tendone del conflitto di interessi e utilizzando senza freni gli strumenti dell’informazione scritta e parlata. In proposito vale la pena ricordare che durante il suo discorso di fine anno, Berlusconi si è definito come uno degli editori più liberali che vi siano attualmente nel mondo dell’informazione. Ci vuole davvero coraggio a fare simili affermazioni. Il tutto, spesso, tra una colpevole indifferenza di molti, l’indignazione di pochi, la condivisione di amici e beneficiati.
Ora l’importante è mettere insieme una strategia efficace per contrastare e battere questa coalizione che comanda ma non governa, perché l’Italia, oggi più che mai, ha bisogno di un Governo, non di un padrone. Basti pensare come la ripescata Lega, con la sua "cultura" secessionista e violenta, e Alleanza Nazionale, con la sua cultura postfascista, rappresentino gli opposti di un sentimento nazionale che solo un calcolato gioco politico e di potere poteva mettere insieme. E poi le forze cristiano democratiche del centro legate comunque alla tradizione cattolica nazionale. Come fanno a stare insieme? Risposta ovvia. E’ Forza Italia, il partito del Capo, con la sua cultura aziendale e l’ambiguo liberismo, il collante.
Il governo e la coalizione e tutte le altre figure che vi ruotano attorno sembrano sempre più luogotenenti di Berlusconi, che combatte la propria guerra personale. Contro chi? Contro il centro sinistra che sempre più assume le terribili forme del nemico onnipresente e subdolo che lascia il buco nell’economia nazionale, brillante trovata per giustificare le montagne di promesse non mantenute. Contro una magistratura, a suo parere, in mano alla sinistra che persegue con accanimento e senza motivi il Capo del Governo e i suoi amici. Contro la cultura di sinistra e contro lo stesso insegnamento scolastico attuale, che forniscono interpretazioni di parte della nostra storia recente.
Non si può parlare ancora di regime per definire la colazione di centro destra, tuttavia è innegabile che opere e pensieri del Governo Berlusconi richiamano l’attenzione su modelli di governo che appartengono ad altri periodi. Berlusconi è un leader assoluto che fa della propaganda personale, sfacciatamente populista, la sua arma per combattere la sua guerra personale contro "i comunisti" in Italia. Il professor Paul Ginsborg nel corso di un recente convegno svoltosi a Firenze, ha evidenziato come nell’attuale situazione politica italiana si assista ad una concentrazione di potere così forte da non avere riscontri nella precedente storia repubblicana, ma che, purtroppo, trova un precedente durante il periodo fascista.
Berlusconi ha un piano, che sta mostrando sempre più chiaramente le proprie trame. Non è un piano di governo ma di potere. La sua attuazione completa passa oggi attraverso le riforme costituzionali in chiave presidenziale che la coalizione di centro destra intende perseguire, se necessario, anche a colpi di maggioranza, come d’altra parte ha fatto con tutti gli altri provvedimenti adottati in questi mesi. Il Parlamento, il confronto politico, il dialogo sembrano a questi governanti cose superflue, perdite di tempo, rimasugli di una vecchia politica. L’arco costituzionale? Preistoria. Valori comuni alla base dell’Italia repubblicana? Retorica. Oggi contano i numeri. La politica è trasformata in bilancio aziendale.
Emerge in questi momenti di tensione istituzionale, la pochezza dell’impostazione ideologica e culturale della coalizione di governo e il predominante e preoccupante aspetto dirigistico del progetto di riforma. Accendere i riflettori sul tema, non certamente prioritario delle riforme istituzionali, serve anche a distogliere l’attenzione del paese dai grandi temi sociali: la crisi economica, la situazione occupazionale, il nodo delle pensioni e per nascondere quello che il governo non sta facendo. Ma la nostra preoccupazione per le sorti della democrazia italiana è comunque forte.
Il problema non è quello di dividere il centro sinistra sul confronto parlamentare: il confronto ci sarà perché le regole parlamentari lo impongono. Si tratta, però, di restare uniti all’interno del centro sinistra capendo che l’inevitabile confronto parlamentare non potrà portare a nessun risultato concreto. Solo una unità vera fra le forze politiche democratiche e una massiccia mobilitazione nel paese potranno realmente incidere sulla discussione. Già in altri tempi il PCI, e non solo, seppe conquistare importanti risultati in questo modo, mi riferisco alle battaglie con la legge truffa e alla caduta contro il Governo Tambroni.
In diversi paesi europei è in vigore un sistema di poteri istituzionali che si accompagnano all’elezione diretta sia del premier sia del presidente della Repubblica: il semi-presidenzialismo in Francia, il cancellierato tedesco o la monarchia parlamentare inglese sono esempi di un potere forte dell’esecutivo. Ma altrettanto forti sono in questi paesi i valori democratici che informano i comportamenti delle forze politiche e sociali. Il partito conservatore in Germania, ad esempio, nel lungo dopoguerra, si è impegnato a rispettare le regole democratiche, nel segno di un netto taglio con un passato illiberale. L’alternanza di governo tra la destra e la sinistra tedesche non portano con sé altre considerazioni se non quelle di normali valutazioni politiche e di governo.
In Francia, nel momento in cui ci si è trovati dinnanzi al concreto pericolo di una vittoria di Le Pen alle ultime elezioni presidenziali, il Paese si è compattato intorno a Chirac, certamente il minore tra due mali, ma quanto meno rappresentante di quei valori democratici fondamentali che in Francia sono fortemente consolidati.
Il taglio con il passato in Italia non è stato così netto: la destra italiana di Alleanza Nazionale non dà queste certezze, e anzi ogni giorno dà spazio a rigurguti autoritari. L’Italia è il Paese in cui il passato condiziona ancora tanto. I valori fondanti della democrazia, indiscutibili ed intoccabili, sono quotidianamente minacciati da atti di intolleranza verbale e anche fisica da parte di coloro che si dimostrano continuamente indifferenti ad ogni valore democratico e civile. L’affermazione di questi valori, sui quali si è basata la vita repubblicana del nostro Paese, è oggi messa in discussione da nuove interpretazioni della storia che, una certa parte della politica sta cercando di presentare sotto forme diverse da quelle che furono. Come ha recentemente evidenziato Claudio Magris: "C’è nel clima politico culturale sempre più dominante un’aggressiva negazione dei valori della democrazia e della Resistenza che forse ci costringe a ridiventare ciò che speravamo e credevamo di non venire più costretti ad essere, ossia intransigenti antifascisti".
Tutto quello che sta avvenendo nel nostro Paese ci impone una riflessione e una azione in questo senso. E di fronte al "sonno della memoria", allo scadimento culturale, a una politica di così basso profilo, dobbiamo mobilitarci per parlare alla coscienza e alla ragione del Paese, per tornare ad avere punti di riferimento certi per la nostra democrazia. E proprio attorno alla conoscenza della storia, di quello che sono stati il fascismo, la Resistenza, l’Italia repubblicana e dal confronto con quello che sta succedendo oggi, deve ruotare la rinascita dello spirito democratico nazionale. Nel 1945 Togliatti era pronto a parlare a "coloro che si erano persi", a quelli che avevano seguito il declino del fascismo anche nelle vicende della Repubblica di Salò. Oggi bisogna fare lo stesso sforzo di dialogo. Quali strumenti possiede la sinistra per contrastare questa avanzata delle destre? Il punto è questo: non attendere, ma agire, rispondere.

Il Partito dei Comunisti Italiani sta cercando di fornire agli alleati del centro sinistra una linea chiara per delineare un assetto politico in grado di farci vincere le prossime elezioni politiche. Nella situazione attuale ci sono tre temi di rilevanza primaria che debbono rappresentare il collante per tutte le forze del centro sinistra: il no incondizionato alla guerra, la risoluzione democratica del conflitto sociale, il nodo delle riforme istituzionali.
Le forze del centro-sinistra devono innanzi tutto trovare i modi e le forme per costruire una piattaforma unitaria su queste questioni, evitando errori o distinguo che finirebbero per dividere e quindi indebolirci sotto il profilo elettorale. La nostra scelta chiara e indiscutibile è quella di appartenere alla coalizione di centro sinistra e viene formulata perché fa parte integrante della nostra storia. Sappiamo che la sinistra non è maggioranza, sappiamo che dobbiamo avere la capacità di stringere alleanze strategiche con larghi strati della società italiana di ispirazione democratica; sappiamo infine che questa è l’unica strada concreta per vincere. Per raggiungere questo risultato proponiamo una confederazione "possibile" della sinistra, all’interno della quale possono stare anche tutti coloro che non trovano specifici riferimenti nei partiti politici: i girotondi, i movimenti per la pace, per i diritti, per la giustizia….
Da tempo proponiamo a Sergio Cofferati di diventare il leader di questa confederazione, nella convinzione, sincera e profonda, che il lavoro da lui svolto in questi ultimi anni lo abbia collocato in una posizione capace di raccogliere ampi consensi. Ci rivolgiamo, poi, a Romano Prodi per chiedergli di assumere la guida dell’intera coalizione di centro-sinistra, per le capacità dimostrate nella guida del precedente governo, per il prestigio di cui gode nel suo attuale ruolo di presidente della Commissione Europea, ma soprattutto perché rappresenta con chiarezza, con intelligenza ed onestà quella parte del centro che solo come alleata della sinistra può sconfiggere la destra di Berlusconi e Fini.
Ma per contrastare l’avanzata delle destre, è necessario avviare anche una importante operazione culturale. Ed è per questo che è anche al mondo della cultura che il Partito dei Comunisti Italiani si rivolge chiedendo di contribuire a rafforzare ed allargare le file della democrazia per ribadire che la casa degli italiani è la Costituzione Repubblicana, con i suoi principi, con i suoi valori democratici e con le battaglie combattute per cinquanta anni nelle piazze ed in Parlamento. Battaglie per fare entrare in tutte le case gli ideali dell’antifascismo e della democrazia.
Fra pochi mesi in buona parte dell’Italia, anche qui a Roma, saremo chiamati al voto ed in questa occasione, pur sapendo di non poter disporre delle ingenti risorse della Casa delle Libertà, dobbiamo ritornare a quello che ci insegnava un grande Comunista Italiano, Enrico Berlinguer: mobilitare il Partito, partecipare con passione, parlare con tutti, andare di porta in porta con la nostra propaganda e le nostre idee per convincere, conquistare ed allargare la democrazia.