Dibattito sulle riforme istituzionali e del regolamento del Senato

DIBATTITO SULLE RIFORME ISTITUZIONALI E DEL REGOLAMENTO DEL SENATO

Intervento del senatore Luigi Marino

Signor Presidente, noi senatori del Partito dei Comunisti Italiani non ci sottrarremo al confronto parlamentare sulle riforme istituzionali, ma non possiamo sottacere come questa discussione che si è avviata si inserisce in un contesto caratterizzato da lampi di guerra a livello internazionale, da una situazione economica che ci preoccupa fortemente, stante la profonda crisi del sistema industriale (che non riguarda solo la FIAT, ma anche la Pirelli e il settore agro-industriale) e stante, soprattutto, il ridotto potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni, che pone con forza la questione salariale. Quindi, non ci sottrarremo al confronto, nella coscienza però che la questione istituzionale va sempre coniugata con la questione democratica e sociale.
Tra l’altro, riteniamo che il clima sia "pesante", se non altro per le recenti annunciate azioni disciplinari contro magistrati, ai fini di dimostrare situazioni di commistione con la politica. Tutto ciò dopo una serie di atti, di provvedimenti della maggioranza a nostro avviso lesivi dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e dopo l’approvazione (sempre da parte della maggioranza, ovviamente) di disegni di legge costituzionali che intaccano principi fondamentali e che sovvertono, sempre a nostro avviso, l’ordine costituzionale (basti pensare al provvedimento sulla devoluzione) e di "leggi su misura", vantando ed invocando la legittimazione derivante dall’aver vinto le elezioni.
Le riforme istituzionali dovrebbero quindi ispirarsi, almeno nel loro avvio, in particolare al monito del Presidente della Repubblica, che ha sempre sottolineato il principio del pluralismo dell’informazione: monito che richiama le responsabilità superiori degli uomini di governo, tenuti anzitutto a compiere una scelta etica tra gli interessi generali e gli interessi particolari.
Ecco perché noi Comunisti Italiani riteniamo essenziale sciogliere il nodo del conflitto di interessi prima di ogni altra questione, prevedendo il pluralismo dell’informazione a tutela del diritto dei cittadini e condizioni di parità nell’accesso al sistema delle comunicazioni di massa.


(21 gennaio 2003)

Ci troviamo di fronte ad una concentrazione di potere mediatico-finanziario-politico mai vista: questo conflitto resta irrisolto. Lo stesso testo normativo licenziato dal Senato non solamente non lo rimuove, ma anzi lo legalizza e intacca il principio di uguaglianza della Costituzione. Abbiamo il triste primato di avere il più clamoroso esempio di conflitto di interessi e forse il più inutile disegno di legge ancora in discussione per risolvere il problema.
In questo contesto internazionale e nazionale, cui ho sommariamente accennato e che ho richiamato, alla luce anche dei diciotto mesi di governo e dei provvedimenti che sono stati assunti in questo arco di tempo, avere agitato come "priorità delle priorità" il tema del presidenzialismo in tutte le sue varianti mi sembra un alibi, una scorciatoia, una maniera per uscire dalle difficoltà e per portare il dibattito su altre sponde: insomma, un modo per non affrontare i problemi reali del Paese.
Noi non abbiamo bisogno di uomini forti e provvidenziali che mettano a posto la situazione. Riteniamo che il presidenzialismo sia la sovversione di quell’ordinamento costituzionale repubblicano che prefigura e postula una repubblica parlamentare.
La stessa elezione diretta del capo del governo va in direzione di un plebiscitarismo, di un populismo che noi aborriamo. Oggi il vero problema, a nostro avviso, è come rafforzare il ruolo del parlamento e delle assemblee elettive, individuando quale debba essere, alla luce – oggi – degli "sbreghi" intervenuti. La democrazia non può essere assicurata dal fatto che periodicamente ci siano scadenze elettorali o vi sia un eletto direttamente, ma dal fatto che gli istituti della democrazia, le tutele e le garanzie siano assicurate ogni giorno e a tutti.
Ecco perché riteniamo che si debba riflettere, ripensando seriamente alle trasformazioni istituzionali di questi anni, perché sono troppi a nostro avviso gli strappi intervenuti.
Siamo contrari al presidenzialismo perché siamo contrari a forme di personalizzazione della politica; siamo contro il plebiscitarismo, che sfocia inevitabilmente in autoritarismo.
Non è un caso che sia previsto un ampio quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica; questo sta a sottolineare appunto le funzioni di garanzia. Il Presidente della Repubblica è chiamato a svolgere il suo ruolo super partes, non può essere espressione di una parte, né titolare di funzioni di governo.
Siamo anche contrari all’elezione diretta del Capo di Governo, che tra l’altro non esiste in nessun altro Paese, in quanto questa inevitabilmente finirà per essere ancora più pericolosa poiché ridurrà inevitabilmente l’autorità e le prerogative del Capo dello Stato.
Da parte della maggioranza si invoca la governabilità, si enfatizza l’esigenza di un rafforzamento del ruolo del Governo, eppure le vicende di queste ultime due leggi finanziarie e degli altri provvedimenti legislativi adottati, come quello cosiddetto tagliaspese, ci fanno riflettere sul fatto che oggi la questione principale è il rafforzamento del ruolo del Parlamento e delle Assemblee elettive.
Oggi occorre riflettere seriamente sull’esautoramento progressivo della funzione del Parlamento, basti pensare alla sottrazione continua del potere di decisione, alla caterva di decreti-legge, ai tanti Regolamenti ai sensi della legge n. 400 del 1988, allo svuotamento di fatto degli stessi strumenti del sindacato ispettivo, che restano senza risposte nella maggior parte dei casi.
Qualcuno sostiene che vi sarebbe nel Paese una maggioranza a favore del presidenzialismo, ma anche per i condoni recentemente approvati dalla maggioranza il presidente Berlusconi ha parlato di un 60 per cento della popolazione favorevole; a nostro avviso si è statisti non perché si agisce in consonanza con gli istinti più bassi, con gli umori più negativi dell’elettorato, ma quando chi occupa posti di pubblica responsabilità operi ispirandosi ai valori etici, al senso del dovere e del servizio verso la collettività tutta.
In sintesi, signor Presidente, noi Comunisti Italiani siamo per il primato del Parlamento, per superare il bicameralismo perfetto che oggi è un anacronismo istituzionale. Siamo favorevoli ad affrontare la questione della governabilità insieme a quella della rappresentatività in un sistema bipolare proporzionale; bipolare perché ormai il bipolarismo è un dato di fatto, proporzionale perché all’interno dei poli deve essere garantita la pluralità delle sensibilità.
Proponiamo quindi una legge elettorale più o meno sulla falsariga di quella regionale, con l’indicazione di chi può diventare Capo del Governo in quanto leader dello schieramento.

Siamo contrari ad ogni forma di presidenzialismo in tutte le sue versioni.
Il Presidente della Repubblica deve essere il garante di tutti, e quindi non un uomo di parte (e tale sarebbe se venisse eletto direttamente).
Siamo anche contrari alla elezione diretta del Capo del Governo (che non esiste in nessun altro Paese) e che sarebbe ancora più pericolosa in quanto finirebbe per ridurre inevitabilmente l’autorità e le prerogative del Capo dello Stato.
A maggior ragione contrari a che il Capo del Governo possa sciogliere anticipatamente il Parlamento in quanto il Parlamento finirebbe per essere ostaggio del premier (a partire dalla stessa maggioranza che lo sostiene).
Guardiamo con attenzione ad ipotesi di "semi-cancellierato" senza però alcun potere di scioglimento del Parlamento, che deve restare prerogativa del Presidente della Repubblica.
Si sono contrabbandate e si contrabbandano per "riforme" gli attacchi alla Costituzione ed allo Stato sociale.
Emblematica la forzatura della "devoluzione" imposta dalla Lega.
Noi Comunisti italiani avvertiamo invece l’esigenza di migliorare la riforma del titolo V della Costituzione, nel senso di completare il trasferimento delle competenze, di attuare il "federalismo" solidale (al di là dell’uso improprio che si fa del termine "federalismo") con la previsione delle necessarie risorse e rivedendo anche la formulazione dell’articolo 114 della Costituzione – modificato dalla legge costituzionale n. 3/2001 – formulazione da noi non condivisa, che stabilisce che "la Repubblica è costituita dai comuni, dalle provincie, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo Stato".
Per quanto concerne il Regolamento del Senato, siamo favorevoli ad uno Statuto dell’opposizione con regole di garanzia per le minoranze.
Il presidente Pera – nella Giunta per il Regolamento – ha esposto le linee essenziali delle proposte contenute nel proprio documento, ispirato "ad un compiuto bipolarismo".
Voglio ricordare a me stesso che il bipolarismo non è bipartitismo e che i partiti politici sono chiamati dalla Costituzione a svolgere una grande funzione democratica. Garanzie quindi per le forze di maggioranza e per quelle di opposizione, ma anche per i singoli parlamentari che sono eletti senza vincolo di mandato.