Dichiarazione di voto sulle riforme costituzionali

SENATO DELLA REPUBBLICA
———— XIV LEGISLATURA ————

315a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 23 GENNAIO 2003

(Pomeridiana)

_________________

Presidenza del vice presidente SALVI

DISEGNI DI LEGGE
Seguito della discussione e approvazione, con modificazioni:

(1545) Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3:

MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, i Comunisti Italiani si asterranno dal votare questo disegno di legge, pur riconoscendo che il lavoro fatto in Commissione ha reso in diversi punti più accettabile il testo normativo.

Non possiamo votare a favore perché brucia ancora la ferita procurata dalla decisione del Governo e della maggioranza di portare innanzi ad ogni costo il disegno di legge costituzionale sulla devoluzione, che costituisce, quello sì, una lacerazione profonda e grave della Carta costituzionale e che, ove definitivamente approvato, inevitabilmente determinerà nel campo della sanità, dell’istruzione e della sicurezza una differenziazione tra cittadini e cittadini, quindi una diversa tutela dei diritti a seconda della Regione di appartenenza.
È innanzitutto questo che sbarra la strada a un voto favorevole da parte nostra, oltre ad alcune contrarietà che persistono in ordine a determinati aspetti di questo provvedimento legislativo.

La legge costituzionale n. 3 del 2001 ha ridisegnato posizioni e rapporti di Regioni, Province, Comuni e dello stesso Stato. Al di là delle riserve espresse dai Comunisti Italiani all’atto della sua adozione, ci dichiarammo comunque favorevoli alla sua approvazione, pur esprimendo alcune valutazioni critiche e, soprattutto, non condividendo la nuova formulazione dell’articolo 114, che stabilisce che la Repubblica è costituita da Comuni, Province, Regioni, Città metropolitane e dallo Stato, inteso quest’ultimo come Stato apparato. Una grande confusione tra Stato ordinamento, Stato apparato, forma di Stato, ed anche un’ambiguità politica. Noi preferivamo il vecchio testo, che recitava: «La Repubblica si articola in Regioni, Province e Comuni».
Ma certamente la legge costituzionale n. 3 del 2001 ha avuto un forte impatto sulla struttura e produrrà un forte impatto sulla gestione dei pubblici poteri. Noi non abbiamo escluso la possibilità, lo abbiamo detto ancora nella recente discussione sulle riforme istituzionali, di migliorare la riforma del Titolo V, completando il trasferimento delle competenze e, soprattutto, realizzando un federalismo solidale, perché noi Comunisti abbiamo sempre ritenuto che Regioni, Province e Comuni non siano altro che un modo di essere dello Stato repubblicano.
Non ci sfugge l’importanza di questo provvedimento che attua quella riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, che ha ottenuto sostanzialmente il consenso delle autonomie locali e delle Regioni. Era questo il provvedimento che avrebbe dovuto avere la priorità rispetto ad altre ipotesi di modifiche costituzionali, a mio avviso sciagurate, come quella della devoluzione. Ma è un provvedimento comunque monco, perché rinvia ad un momento successivo la determinazione delle risorse. E qui la storia si ripete.
Il ministro La Loggia ricorderà che, sin dall’atto del primo trasferimento, anziché partire dal bilancio dello Stato, cancellando capitoli (ora unità previsionali di base), si trasferirono competenze, senza provvedere ad accompagnarle con adeguate risorse strumentali, finanziarie, organizzative e umane. Quindi, la storia finirà per ripetersi, ove il trasferimento delle risorse non sia congruo, con conseguente impossibilità di garantire i livelli essenziali, l’uniformità dei servizi erogati e condizioni di vita non eccessivamente divaricate sul territorio nazionale.
Di qui l’importanza dell’articolo 119 nella nuova formulazione, che parla espressamente di coordinamento finanziario e, soprattutto, di un fondo perequativo per accorciare le distanze che ancora esistono, purtroppo, tra le diverse aree geografiche del nostro Paese.
Abbiamo poi da affrontare insieme un problema. L’ISAE ha calcolato in ben 92 miliardi di euro il volume di risorse necessario per far fronte a queste nuove competenze. Di qui la necessità di mantenere un incisivo controllo parlamentare su tutto questo. Ora, il testo licenziato dalla Commissione prevede che vi siano uno o più disegni di legge con le disposizioni per il trasferimento delle risorse necessarie all’esercizio delle funzioni e dei compiti previsti dagli articoli 117 e 118 della Costituzione. Il che è un passo avanti rispetto alla formulazione che si voleva proporre, quella di uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Occorrerà quindi in quella sede valutare la congruità reale fra trasferimenti di funzioni e oneri conseguenti all’espletamento delle stesse funzioni devolute.
L’articolo dice che tutto ciò sarà realizzato sino all’entrata in vigore delle norme relative al nuovo sistema finanziario, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione che ho richiamato.
Non ci sfugge, quindi, il notevole rilievo di questo provvedimento, ma noi avremmo preferito affrontare questo problema nella contestualità di quelle norme attuative dell’articolo 119, su cui in sostanza, poi, si gioca l’unità del Paese. Quindi, contestualità e non rinvio.
Su questo provvedimento esprimiamo anche alcune riserve, anzi vere e proprie contrarietà. Il punto più controverso, anche secondo la dottrina costituzionalista, è quello della delega, prevista all’articolo 1, ad adottare uno o più decreti legislativi, sia pure meramente ricognitivi dei princìpi fondamentali, nelle materie previste dall’articolo 117 della Costituzione, al quale dovrebbe ispirarsi la legislazione regionale.
Non ci sfugge lo sforzo compiuto in Commissione per sottolineare la natura essenzialmente tecnica della ricognizione, ma la delega da noi non può essere condivisa, non solo perché non sono chiari i criteri e i princìpi direttivi (anzi, dico apertamente che sono molto vaghi e quindi in contrasto con l’articolo 76 della Costituzione), ma perché tale ricognizione dovrebbe essere contenuta, a nostro avviso, in uno specifico disegno di legge. Questo punto trova la nostra contrarietà insieme a quella profonda riserva in ordine alla mancata previsione di disposizioni attuative dell’articolo 119.
Il nostro sarà pertanto un voto di astensione.
Riconosciamo il passo avanti notevole compiuto in un processo di riallocazione dei poteri verso la periferia, che è senz’altro complesso, articolato (di questo noi ci rendiamo perfettamente conto, signor Presidente e signor Ministro) e che richiederà, quando saranno presentati i disegni di legge previsti da questo provvedimento legislativo, un’analisi approfondita sugli effetti dei trasferimenti, soprattutto in relazione all’erogazione dei servizi e delle prestazioni, alla soddisfazione dei bisogni delle comunità locali e dei cittadini e, in particolare, alla tenuta della coesione nazionale. (Applausi del senatore Brunale).