In attesa di Lula

In attesa di Lula

Gianfranco Pagliarulo

24 gennaio 2003

PORTO ALEGRE- Questo pomeriggio, alle 18, parla Lula. La figura attorno a cui ruota la passione della gente di Porto Alegre, del popolo del forum, dei brasiliani. Ieri, la manifestazione. Due ore e mezzo fermi nella piazza prima che l’immane corteo si snodasse per le vie della città. Durante l’attesa, ininterrotti comizi alternati da musiche e canzoni. Ma in modo affatto diverso dalle tradizioni europee. Dal palco, altissimo, si alternano diversi oratori che arringano la folla. Dopo cinque minuti di comizio gli stessi cominciano a cantare. E avanti! Centinaia di migliaia di persone cantano con lui allo stesso ritmo, con la stessa allegria, scandendo gli stessi slogan. Si snoda il corteo. Non si cammina. Ci si muove tutti seguendo un ritmo, una sorta di passo di danza, che è un po’ l’anima e la modalità comunicativa di questa splendida gente sudamericana.

Scorrono i volti. Gli indios dell’Amazzonia. I nativi di alcune zone con braccia, schiena e petto tatuati. Volti neri, bianchi, meticci. Persone di colore con occhi azzurri e capelli biondissimi. Uno straordinario campionario di mescolanze e di armonie.
Penso a Bossi, a Castelli e alla loro miseria. Alla miseria dentro cui vogliono sbattere la cultura, la politica, la gente del mio Paese.
Centinaia gli slogan e in tutti una parola ricorrente e scandita a ritmo musicale: Lula. Insiste nei comizi, nei discorsi, negli slogan, l’idea dell’America Latina. Non solo Brasile. Né solo Venezuela. Né solo Argentina. Ma un’idea di unità continentale, bolivariana, che contrappone un’unità in fieri fino ad oggi, mancata a uno sfruttamento secolare, che individua negli Stati Uniti il comune avversario.
A diecimila chilometri di distanza, dal Medio Oriente, centinaia e centinaia di migliaia di persone scandiscono slogan contro l’imminente attacco all’Iraq. Il popolo di Porto Alegre è unito in nome di Lula ed è unito contro la guerra, immediatamente, totalmente e radicalmente riferita alla rapina petrolifera. Qui ne sanno qualcosa, visto che la vera partita per cui si sta cercando di destabilizzare il Venezuela riguarda proprio l’oro nero che costituisce la fortuna – o la sfortuna? – del popolo latino-americano. Un popolo che vive seduto sopra i colossali giacimenti.
La manifestazione si conclude in una grandissima piazza dove di nuovo, ripetutamente, si canta, si balla, si ascolta, si comunica, materializzando una identità continentale che accomuna un bisogno collettivo di emancipazione e liberazione.