ASPETTANDO LA GUERRA – Appunti da Baghdad

ASPETTANDO LA GUERRA

Appunti da Baghdad

Gianni Montesano

10 febbraio 2003

Baghdad, una città che vuole vivere, una città dove gli iracheni si trattengono sino a notte per le strade nei loro tradizionali bar, consumando kebab e bevendo tè. Tra l’immagine dell’Iraq come "minaccia mondiale" e quella delle strade affollate e polverose c’è un abisso fatto di bugie e retorica. "Non esiste alcun motivo che renda oggi questo paese militarmente pericoloso" quest’affermazione viene ripetuta dai capi degli ispettori ONU che, sul campo, continuano a cercare affannosamente le famose prove a fronte delle accuse statunitensi. Non era mai accaduto nell’era industriale che fosse richiesta l’onere dell’innocenza. In genere è l’accusa che fornisce le prove della colpevolezza, invece, qui siamo al paradosso per cui gli iracheni devono fornire le prove di non possedere ciò che altri (mister Bush) rivendica di conoscere. Gli americani stanno cercando il pretesto, o peggio, l’incidente per scatenare una guerra micidiale dagli effetti devastanti e inimmaginabili.

A ridosso della Shatt el Arab si sta ammassando una gigantesca armata ormai prossima a muovere verso Baghdad. A poche decine di chilometri, in territorio iracheno, dopo il confine con il Kuwait, sono in bella mostra, quasi fosse un monumento nazionale, i resti della famosa divisione corazzata irachena che fu decimata mentre stava ritirandosi durante la guerra del ’91. I resti dei carri armati sono incrostati dalla sabbia del deserto che per dodici lunghi anni si è infilata nelle lamiere sfondate dai missili americani. Oggi l’Iraq non possiede più quella potenza militare e l’unica resistenza che potrebbe opporre ai marines (se ci sarà resistenza) è la guerriglia urbana nelle strade della capitale.
Eppure il Pentagono continua a sfornare piani in cui si parla di un primo colpo "devastante". I funzionari di un’organizzazione umanitaria dell’ONU hanno elaborato, a Baghdad, una previsione sugli effetti di questo tipo d’attacco: trecentomila morti e sette milioni di profughi. Ci si guarda intorno e non si capisca come sia possibile. Quelle piazze piene di ragazzini, i mercati affollati, il traffico caotico di vecchie auto prive di pezzi di ricambio, le lussuose mercedes dei mercanti e dei papaveri del Rais: tutto sarà maciullato dalle bombe e dai missili della poderosa armata. Non si capisce il perché. O meglio, lo si capisce fin troppo bene nell’ossessivo cambio di agenda da parte del governo statunitense: le ispezioni, il disarmo, adesso il problema sarebbe lo stesso dittatore.

In nome degli interessi strategici degli USA, della loro necessità di mantenere la superiorità economia, militare e politica sul mondo e sull’Europa si preparano a far esplodere i ponti sul Tigri, l’impianto di depurazione delle acqua ricostruito tre anni fa, l’ospedale pediatrico faticosamente ricostruito nello squallido sobborgo di Saddam city. La guerra entrerà nelle vite di Faim, il ragazzo che pulisce le stanze di albergo per un dinaro iracheno al giorno (250 lire), o di Samia, che ha festeggiato il suo matrimonio a Baghdad venendo in autobus con tutta la famiglia da un villaggio del sud. Le loro esistenze, come quelle dei venticinque milioni di iracheni, saranno travolte da chi ha deciso a tavolino che occorre cambiare gli equilibri di potere in medio Oriente e mettere sotto diretto controllo la più importante risorsa dell’economia occidentale: il petrolio. Tutto il resto è pubblicità.