MADRID 11/3/2003

MADRID 11/3/2003

LA GRANDE MENZOGNA

Jabier Salutregi

Queste sono le prime pagine di un libro scritto da alcuni giornalisti spagnoli nei giorni seguenti all’attentato di Madrid, rivendicato dalla stessa cellula londinese di Al-Qaeda che oggi minaccia di colpire l’Italia e gli altri paesi che partecipano alla guerra in Iraq. Il libro uscirà in Italia nel mese di ottobre edito da Datanews. La traduzione è di Manuela Palermi.

Pochi minuti prima delle sette di mattina di giovedì 11 marzo, un furgoncino Renault Kangoo bianco parcheggiò silenziosamente in via Infantado, vicino alle cancellate del collegio Daoiz y Velarde, vicinissimo alla stazione ferroviaria madrilena di Alcalá de Henares. Scesero tre persone imbacuccate in giacche a vento scure, con il cappuccio calato e i visi nascosti nelle sciarpe. Uno di loro, il più alto, si mise in spalla uno zaino, forse una specie di borsa sportiva, fece un breve gesto di saluto agli altri due e si diresse a grandi passi verso via Pedro Alcalà, una strada che scorre parallela alla stazione.

L’uomo alto, giunto all’altezza di una caffetteria, entrò in fretta nell’edificio e proseguì fino al vestibolo della porta d’ingresso, come se facesse un itinerario abituale. Nessuno si accorse di lui. Tutti i giorni centinaia di persone prendono il treno delle sette.
La manovra del furgoncino fu però notata dal portiere di una casa vicina che era passato dalla stazione per comprare i giornali. Proprio quel giorno, 11 marzo, aveva deciso di recarsi al lavoro prima per poter finire in anticipo. Fu uscendo che vide il furgoncino fermarsi e tre persone imbacuccate che scendevano: "Era molto strano. Non faceva così freddo da coprirsi tanto".
Qualcosa di più profondo dovette però colpirlo, perché si mise a seguire l’uomo alto finché questi entrò nella stazione. Poi lo perse di vista. Tornò indietro e vide che anche gli altri due erano spariti. "Il primo – avrebbe dichiarato poi – era alto quasi un metro e novanta. Sembrava forte e mi pare di ricordare che avesse in mano una borsa di plastica".
Erano le sette e un quarto della mattina. Un’ora dopo il portiere dell’immobile di Alcalà de Henares veniva a sapere dalla radio dei due attentati. Le idee cominciarono a ronzargli nella testa. Tutto tornava. Decise di parlarne con Luis del Moral, un pensionato presidente del condominio dell’edificio dove lavorava. Il furgoncino continuava a stare lì, parcheggiato. Alle 10.15 decisero di chiamare la polizia.
"Alle dieci e venti arrivarono gli agenti- raccontò Luis del Moral – ed andarono vicino al furgoncino. Dopo aver recintato la zona, cominciarono ad ispezionarne l’interno dai finestrini. Poi lo controllarono da sotto. A mezzogiorno un agente aprì la porta posteriore con una piccola leva. Alle 13.45 la gru si portò il furgoncino a Madrid".
La scuola era stata immediatamente evacuata. Gli abitanti del quartiere avevano serrato le finestre, i centri commerciali avevano chiuso.
All’interno del Kangoo, la polizia trovò sette detonatori ed un nastro con su incisi alcuni versetti del Corano. Erano i primi indizi scoperti dagli agenti delle forze di sicurezza in una tragica giornata in cui dieci bombe seminarono la morte ed il terrore in quattro treni vicini alla Renfe.
Quel giovedì 11 marzo Madrid tremò.
Quattordici borse, circa duecento morti.
Tutto accadde nelle prime ore della mattina, vicino alla Renfe, in quattro treni affollati di gente che stavano entrando nella stazione di Atocha. I treni si erano precedentemente fermati ad Alcalà de Henares, dove poco dopo sarebbe stato trovato il furgoncino con i sei detonatori ed i versetti del Corano. I convogli erano partiti tra le sette e le sette e un quarto della mattina.
La sequenza mortale iniziò alle 7.39. Il bilancio fu terrificante. Dopo le esplosioni ad Atocha ed a via Téllez, la cifra dei morti si avvicinava attorno al centinaio. Ad El Pozo del Tío Raimundo si contarono 67 morti, mentre a Santa Eugenia, dove pure era stata installata la bomba di maggiore potenza (circa 20 chili di dinamite), i morti furono 16.
Gli attentatatori avevano collocato sui treni alcune borse contenenti tra i 10 ed i 15 chilogrammi di un esplosivo identificato come dinamite. Gli avevano aggiunto chiodi e viti per ampliare l’effetto della deflagrazione. In totale utilizzarono quattordici borse. Dieci furono fatte esplodere dagli attentatori, tre dalle squadre di disattivazione Edex e una fu recuperata dagli agenti di polizia.
Osserviamo gli orari ferroviari. La frequenza e la puntualità dei treni permise agli attentatori di concentrare l’azione in un punto e poi moltiplicarne gli effetti: nello stesso minuto tre dei quattro treni si sarebbero fermati alle stazioni di Atocha, Santa Eugenia ed El Pozo. Il primo ad esplodere fu quello partito da Alcalá de Henares alle sette di mattina. Il tempo per collocare le bombe-borse fu tra i cinque ed i sette minuti. Il secondo, che sarebbe esploso in via Téllez, era partito, sempre da Alcalá de Henares, alle sette e cinque del mattino, dopo una fermata tra i cinque e i sette minuti. Anche il treno proveniente da Guadalajara con destinazione Alcobendas si era fermato ad Alcalá de Henares, ma per meno tempo, non più di un minuto e mezzo. E’ forse questa la ragione che costrinse gli attentatori ad agire con grande precipitazione, ed infatti esplosero meno bombe di quelle che erano state collocate. Un indizio utile all’investigazione, oltre alla testimonianza del portiere di Alcalà de Henares, fu proprio la borsa ritrovata inesplosa. Il quarto treno arrivò da Alcalá de Henares alle 7.42 e si fermò per quasi sette minuti. Evidentemente gli attentatori conoscevano perfettamente gli orari dei treni e sapevano che il tempo di fermata nelle ore di punta era sufficiente per piazzare le bombe e fuggire.
Le esplosioni seminarono un panico spavantoso, ed ebbero conseguenze umane devastanti. Le prime dieci uccisero quasi duecento persone (l’ultimo bilancio ufficiale parla di 190 morti) e ne ferirono 1.430. La vita quotidiana della capitale dello Stato ne uscì spezzata. La città faticò a superare il dolore, ed assieme al dolore una sensazione di incredulità. Malgrado fossero le prime ore della mattina, molti madrileni decisero di non uscire di casa. I negozi ed i bar rimasero semivuoti e come paralizzati. Su tutta Madrid, sopraffatta dalla tragedia, scese il silenzio.
Agli attentati seguì il collasso del traffico. Diverse linee della metro rimasero bloccate e la Renfe sospese, oltre ai treni con destinazione o provenienza Atocha e San Martín, anche quelli locali e regionali. I lavoratori pendolari assaltarono i taxi, alcuni se li divisero a metà.
Madrid rimase per ore completamente bloccata, circondata da migliaia di persone che non riuscivano ad entrare. Il piano di emergenza della Renfe ordinava a tutti i treni con destinazione Madrid di rimanere fermi nelle località di periferia.
Poi, man mano che passarono le ore, la situazione cominciò lentamente a normalizzarsi. A metà giornata la capitale madrilena aveva quasi completamente ripreso il ritmo abituale. Ma il traffico continuava ad essere del 50 per cento circa inferiore a quello di un normale giovedì, inferiore persino a quello di un giorno festivo.
Un altro dato che dà il senso dello sbandamento generale fu il collasso telefonico. La Telefonica informò i cittadini che a Madrid, a causa della saturazione delle chiamate, era possibile una "caduta" delle comunicazioni. Tra le nove e le dieci di mattina il volume delle telefonate fu del 700 per cento superiore a quello di una normale giornata. Le linee mobili caddero per alcune ore a causa della valanga di telefonate dei madrileni che cercavano di mettersi in contatto con i familiari, con gli amici, con i vicini. Davanti alle cabine pubbliche c’era la fila. Il 112, il numero delle emergenze, ricevette una media di mille chiamate l’ora.
Il sesto padiglione di Ifema, nel Parque Ferial Juan Carlos 1, divenne un campo improvvisato su cui deporre i cadaveri. I corpi continuarono ad arrivare fino alle 18 passate, undici ore dopo la prima esplosione. Nelle stesse ore gli ospedali madrileni riuscivano a fatica a soccorrere i feriti che ammontavano già a millecinquecento.
Le formazioni politiche che partecipavano alle elezioni per il Senato e per il Congresso spagnoli decisero di sospendere la campagna elettorale.