Parlare di pace in un mondo diviso

Parlare di pace in un mondo diviso

Paola Pellegrini

Roma, 11 marzo 2003

Sono trascorsi quarant’anni da quel 20 marzo 1963 in cui Palmiro Togliatti, pronunciò il celebre discorso ai cattolici, rivolgendo ad essi l’appello alla comune riflessione sul destino dell’uomo nell’era nucleare e all’impegno "di unirsi e cooperare per salvare e la civiltà e l’umanità stessa ". Oggi il mondo è di nuovo sospeso sull’orlo di una guerra, terribile per gli scenari di conflitto e distruzione che può innescare, insensata nelle sue motivazioni di dominio e di potere, contraria al diritto internazionale ed alle sue fonti. Una guerra che niente sembra fermare, né la possente e decisa ripulsa dei popoli del mondo, né il lavoro febbrile delle diplomazie, prima fra tutte quella vaticana, in cui la voce del papa interviene per creare uno spazio vitale alla pace e alla speranza. Per farlo, anch’egli torna a quarant’anni fa, e all’annuncio profetico di papa Giovanni XXIII. Quarant’anni sono un tempo carico di significati; per la Bibbia esso indica simbolicamente il passaggio completo da una generazione all’altra. Una distanza che ci permette di guardare al passato e di valutare razionalmente i cambiamenti, e i totali rivolgimenti del corso della storia allora prevedibile, che hanno cambiato il mondo.

La giornata di studio che si svolgerà a Bergamo il 22 marzo prossimo, organizzata dal nostro partito, vuole offrirsi, appunto, come spazio della riflessione storica sulla temperie politica, culturale e spirituale che produsse in uomini politici, autorità religiose, istituzioni e organizzazioni di massa tanto diverse, e anche contrapposte, una nuova comune coscienza delle sorti dell’umanità. Si è pensato ad un lavoro libero dagli assilli e dai riflessi condizionati della propaganda di parte; soprattutto libero dalle semplificazioni storiche che impediscono, e con esiti nefasti per la coscienza civile del paese, la conoscenza reale delle vicende dell’Italia repubblicana e delle sue radici: nella resistenza antifascista, nella scrittura della Costituzione come terreno di confluenza e sintesi delle diverse correnti ideali, politiche e culturali della democrazia e dell’antifascismo; per garantire, si disse allora, alle nuove generazioni una società nazionale rinnovata, governata dai principi della pace, della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Quarant’anni fa il mondo era di fronte all’incubo della guerra atomica, il confronto tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica e lo sfondo della guerra fredda si erano surriscaldati e rischiarono di incendiarsi nell’ottobre 1962 per la crisi dei missili a Cuba. Già a partire dalla seconda metà del 1961 il papa era intervenuto per esortare le grandi potenze a tenere lontani i rischi di guerra nucleare, a coltivare speranze di pace, facendo appello a "tutti nostri figlioli, credenti e non credenti". E’ del 1954 il discorso di Togliatti sulla necessità di un accordo tra comunisti e cattolici per salvare la civiltà umana. Questo tema del rapporto con i cattolici era stata una costante di Togliatti, che tornerà, oltre che nel discorso di Bergamo, anche nel Memoriale scritto poche ore prima di morire a Yalta, nel rapporto tra il comune destino degli uomini e una situazione internazionale sempre più critica. All’origine della continua e pericolosa instabilità nel mondo sta il rifiuto americano del rapporto con i paesi socialisti e la rottura dell’unità antifascista uscita vittoriosa nella seconda guerra mondiale, e la resistenza opposta alla lotta dei popoli contro il colonialismo. In questo scontro si sviluppano i germi dell’aggressività e del militarismo, sorgono continue crisi e pericoli di guerra. Questo scontro, inoltre, aggrava gli stessi problemi di sviluppo del socialismo, acuisce le sue difficoltà e il suo isolamento, mette in difficoltà la coesione e l’unità del movimento comunista internazionale. La stessa rottura tra Urss e Cina affondava le sue ragioni più vere nel differente approccio dei due grandi partiti comunisti ai movimenti di liberazione nei paesi coloniali ed ex coloniali, più in generale alle tematiche terzomondiste. Togliatti scrive su questo parole forti e nuove, imprime una svolta alla concezione dell’internazionalismo, afferma il policentrismo, ogni movimento è se stesso e l’unità del movimento si deve costruire "nel reciproco rispetto, con argomentazioni oggettive, non con la volgarità e la violenza". Per questo "ai comunisti occorre avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare problemi nuovi ", compreso " il tema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse", altrimenti "la nostra mano tesa ai cattolici viene intesa come puro espediente e quasi come una ipocrisia". Un pensiero, quello togliattiano, che supera ogni pigrizia intellettuale, ogni "semplicismo", alla ricerca dell’incontro e dell’arricchimento del pensiero socialista con i valori e le istanze civilizzatrici e progressive di altre culture e di altri movimenti. Togliatti non perde mai la fiducia nel progresso e la speranza che il socialismo si affermi per realizzare una società in cui "l’uomo non è più solo e l’umanità diventa davvero una vivente unità, attraverso il molteplice sviluppo della persona di tutti gli uomini e la loro continua, organica partecipazione a un’opera comune". All’inizio degli anni ’60, al termine di un pontificato conservatore e anticomunista, anche la Chiesa, nella persona di Giovanni XXIII, riesamina il proprio rapporto con il mondo. Con la Pacem in terris affronta il problema della pace mondiale e del dialogo fra i cattolici e "gli altri", in Italia ovviamente i non credenti, e i comunisti. Indirizzata agli uomini di buona volontà essa vede come positivi "segni dei tempi" l’ascesa delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, l’emancipazione dei paesi coloniali. Indica la necessità di fondare la pace sulla eguaglianza tra tutti gli uomini e gli Stati, e riconosce all’Onu la funzione di difesa dei diritti e delle libertà e la guida "dell’organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale". Una voce contro ogni forma di pessimismo, una fede che va oltre la superficie e il rumore delle cose e confida che Dio cammina con l’uomo per salvarne e liberarne la vita. Ci auguriamo che il convegno sia l’occasione per una riflessione vera su questo. Del resto, siamo obbligati a farlo, mentre si prepara una guerra, mentre la pace annega in questo nuovo "disordine mondiale". Forse il papa polacco non pensò, allora, nel 1989, che sarebbe stato necessario riprendere, e con tanta forza, l’enciclica di Giovanni XXIII, ed è un fatto straordinario e di valore incalcolabile che ciò sia avvenuto. Il terzo mondo, povero e umiliato, ha bisogno di questa voce. Ogni giorno, anche se ci tappiamo gli occhi, questo dolore senza fine è lì davanti a noi, nei corpi di donne, uomini e bambini senza lavoro, senza cibo, senza futuro, senza più neppure la loro vita. In questo osceno presente, che ci viene dato come perenne e immodificabile, il capitalismo trionfante fa le guerre con assoluto libero arbitrio, cancella le conquiste politiche e sociali di due secoli di storia, ci dice che la storia non è esistita, che il ‘900 è stata la parentesi folle, il carnevale dei poveri, il mondo alla rovescia che ora è tornato nella posizione giusta: la fine della storia è il suo fine. Per questo comunisti, cattolici, tutti gli uomini di buona volontà, hanno un compito comune: nella storia si mostrano i segni di Dio all’uomo, nella storia si costruisce la libertà dell’uomo dallo sfruttamento. Certo, una storia si è conclusa, e c’è n’è un’altra. Era già cominciata, era questa, ma non ne vedemmo i segni, avevamo un nuovo benessere e non sapevamo più ricordare che non ci era stato regalato. Qualcuno, nel suo salotto caldo e riparato, la scambiò addirittura con l’inizio di "un secolo di pace e di prosperità". Ora, forse, cominciamo tutti a capire. Troviamoci a Bergamo, nel nome della pace, e andiamo avanti.