Intervento sulla guerra

SENATO DELLA REPUBBLICA

XIV LEGISLATURA

354ª SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 12 Marzo 2003

(Antimeridiana)

(2023) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 gennaio 2003, n. 4, recante disposizioni urgenti per la prosecuzione della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali. Modifiche al codice penale militare di guerra

MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE Ne ha facoltà.

MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio atto di furbizia del Governo, consistente nel mischiare, e quindi nel mimetizzare, la prosecuzione dell’invio degli alpini in Afghanistan con la partecipazione ad altre missioni militari di pace che hanno finalità e caratteristiche molto diverse.

Soprattutto, questo provvedimento legislativo mette insieme la partecipazione italiana ad un intervento internazionale volto a garantire la sicurezza in Afghanistan (cioè la bonifica da ordigni esplosivi, da armi chimiche e altro), del quale viene richiesta l’estensione ad altre zone del territorio afgano da parte delle stesse autorità locali (mi riferisco all’intervento denominato ISAF a tutela dell’autorità afgana, su mandato ONU), con operazione denominata «Enduring Freedom» che avviene su richiesta americana e che ha comportato, tra l’altro, l’impiego del contingente Nibbio nell’ambito degli impegni militari attualmente assunti, come recita l’articolo 1, comma 3, del testo normativo.

Ancora preliminarmente, non posso non rilevare come sia mancata una puntuale relazione del Governo su ogni singola missione, sulle specifiche modalità e finalità delle diverse missioni all’estero, sui risultati ottenuti.

Signor Presidente, per l’Afghanistan occorre un’operazione verità. L’invio dei mille alpini impegnati in operazioni di combattimento può essere definito una missione di pace, come dice il nostro ministro della difesa Martino? Oppure si tratta di una missione di guerra, come dice il portavoce americano, responsabile dell’operazione? Se è così, se è vero quanto dice il portavoce americano, sono state cambiate le modalità dell’impegno militare italiano?

Tutto questo, a mio avviso, non è stato chiarito e, a differenza di altre missioni, per le quali vale il codice penale militare di pace, per «Enduring Freedom» resta l’adozione del codice penale militare di guerra, anche se mitigato dall’articolo 2 del disegno di legge di conversione del decreto-legge, con il quale sono stati abrogati gli articoli 5, 10, 76, 80 e 86 del codice penale militare di guerra – norme, tra l’altro, incostituzionali – grazie ad un emendamento del centro-sinistra accolto dalla Camera dei deputati. Le modifiche apportate sono senz’altro opportune e positive, ma resta l’applicazione all’operazione «Enduring Freedom» del codice penale militare di guerra.

Si tratta di un’operazione particolarmente pericolosa per le condizioni ambientali e operative, con un alto rischio per l’incolumità dei nostri militari, ai quali non possiamo non esprimere i sinceri sentimenti della nostra umana solidarietà per i pericoli che corrono. «Enduring Freedom» non è un’operazione di peace keeping, di mantenimento e ristabilimento della pace.

Anche dopo la replica del rappresentante del Governo, restano tutti gli interrogativi. Quali sono le regole precise di ingaggio dei nostri alpini? Se si tratta di una missione di pace, come dice il nostro Ministro della difesa, quali sono i reali compiti dei nostri militari? Qual è l’entità del trasferimento di autorità dal comando italiano a quello americano? Cioè, il comandante italiano potrà opporre il veto ad ordini provenienti dal comando USA contrari alle direttive ricevute?

Tutto ciò non è stato ancora chiarito dal Governo; tutto resta ancora nebuloso. Non è stata detta ancora tutta la verità; da parte del Governo non sono state sciolte tutte le ambiguità del provvedimento.

Noi comunisti italiani abbiamo votato contro l’invio in Afghanistan degli alpini per l’operazione «Enduring Freedom». Ma come non vedere questa operazione militare in connessione con la guerra degli USA contro l’Iraq?

C’è una semplice ragione. I nostri alpini – ripeto, impegnati in operazioni di combattimento e, per la prima volta nella storia del nostro Paese, posti sotto comando straniero e unilaterale, come dice bene la mozione che anch’io ho sottoscritto – vanno a sostituire le truppe americane, che a loro volta vengono dislocate in Iraq.

E ciò realizza un sostegno indiretto, se così si vuole, alla guerra preventiva contro l’Iraq. Qui bisogna essere chiari.

Noi abbiamo detto chiaramente che dopo l’11 settembre andava condotta una lotta al terrorismo. D’altra parte, si realizzò una grande coalizione, che vide tutti i Paesi – dall’India alla Cina, a Cuba, a tutti i Paesi arabi – esprimere solidarietà al popolo americano. Ma tutto questo, che riguarda la lotta al terrorismo, non ha nulla a che vedere con la guerra; soprattutto, non ha nulla a che vedere con il coinvolgimento del nostro Paese in preliminari o preparativi di una guerra, per giunta preventiva. Che cosa rappresentano tutti gli atti posti in essere dal Governo per la concessione del sorvolo, dello spazio aereo, l’uso delle basi e delle stesse infrastrutture? Non ha nessun fondamento, Signor Presidente, a nostro avviso, la tesi della impossibilità di negare l’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo e all’uso delle basi militari e delle infrastrutture, dal momento che vi sono Trattati vigenti ed Accordi bilaterali sottoscritti dall’Italia.

Al proposito non vi è nessuna decisione dell’ONU, che d’altra parte non potrà mai autorizzare l’uso della forza, se non nei casi di legittima difesa e di attacco. Non esiste decisione della NATO da cui scaturisca automaticamente un preteso obbligo di ottemperare alle richieste americane. Per lo stesso sorvolo dello spazio aereo vale qui ancora una volta ricordare che nel 1986 il Governo italiano negò il sorvolo quando gli aerei americani andarono ad attaccare la Libia. Né, senza dimenticare Sigonella, in mancanza di specifiche decisioni della NATO in attuazione dell’articolo 5 del Trattato, che prevede l’uso della forza solo in caso di attacco ad uno degli Stati membri, si può sostenere la tesi della presa d’atto. Né vale invocare, come ha fatto anche il senatore Palombo, pretesi vincoli derivanti da clausole di Accordi bilaterali, per giunta segreti, che dal 1951 in poi sono stati siglati tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Questi Accordi, certamente secretati nella loro interezza, possono essere considerati legittimi, e quindi eventualmente validi, solo se si ispirano al principio, tutt’al più, della mutua difesa in caso di attacco e di aggressione, non certamente al principio dell’offesa preventiva!

Da parte dell’Iraq, quale minaccia di aggressione esiste per gli Stati Uniti d’America, o per la stessa Turchia, o per il nostro Paese? l’Iraq non è pericoloso per il suo potenziale militare, né rappresenta una minaccia: lo hanno detto gli stessi ispettori dell’ONU. L’Iraq ha un esercito ridicolo e non costituisce assolutamente una minaccia. La verità vera è che gli atti posti in essere sono in contrasto con il diritto internazionale, con la stessa Carta dell’ONU, con gli stessi Trattati e con gli stessi Accordi bilaterali, che non possono andare contro il principio ispiratore del Trattato; quello della mutua difesa, e non certamente quello dell’offesa preventiva.

Dobbiamo ancora una volta ribadire la nostra richiesta che il Governo revochi, perché in contrasto con il diritto internazionale, tutto quello che è stato fatto in termini di concessioni di basi, di sorvolo e di infrastrutture, perché ciò costituisce l’adesione del nostro Paese ad una guerra preventiva; soprattutto, l’adesione ad una strategia volta a realizzare, con la guerra all’Iraq, un ordine mondiale basato sul controllo – dal Tigri all’Eufrate fino al Kazakistan – delle fonti energetiche da parte di un gruppo di potenze. (Il microfono si disattiva automaticamente).