LETTERA A BUSH

LETTERA A BUSH

Gabriel Garcia Màrquez

Roma, 17 marzo 2003

Come ci si sente? Come ci si sente a vedere che l’orrore scoppia nel suo cortile e non nella sala del vicino?
Come ci si sente con la paura che stringe il petto, con il panico provocato dall’assordante rumore, dalle grida senza controllo, dagli edifici che rovinano, da questo odore terribile che si insinua fin nel fondo dei polmoni, dagli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e polvere?
Come si vive per un giorno nella sua casa l’incertezza di quel che sta succedendo? Come si esce dallo stato di shock? In stato di shock camminavano il 6 di agosto del 1945 i sopravvissuti di Hiroshima. Nulla era rimasto in piedi nella città dopo che l’armiere nordamericano dell’Enola Gay aveva lasciato cadere la bomba. In pochi secondi sono morti 80.000 uomini donne e bambini. Altri 250.000 sarebbero morti negli anni successivi per le radiazioni. Però questa era una guerra lontana e non c’era ancora la televisione.

Come si sente oggi l’orrore quando le terribili immagini della televisione le dicono che quello che è successo nel fatidico 11 settembre non è stato in una terra lontana ma nella sua stessa patria?
Un altro 11 settembre, però di 28 anni or sono, era morto un presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva a un colpo di stato che i suoi governanti avevano pianificato. Anche allora furono tempi di orrore, ma questo succedeva molto lontano dalla sua frontiera, in un’ignota repubblichetta sudamericana. Le repubblichette stavano nel cortile dietro casa sua e non si è molto preoccupato quando i suoi marines partivano e si imponevano con il sangue e il fuoco.
Lo sapeva che tra il 1824 e il 1994 il suo paese ha condotto 73 invasioni di paesi dell’America Latina? Le vittime sono state Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panama, Haiti, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana, Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Grenada.
E’ quasi un secolo che i suoi governanti sono in guerra. Fin dal principio del secolo XX, non ci fu nel mondo quasi nessuna guerra alla quale la gente del suo Pentagono non abbia partecipato. E’ chiaro, le bombe sono sempre cadute fuori dal suo territorio, con l’eccezione di Pearl Harbor, quando l’aviazione giapponese bombardò la Settima Flotta nel 1941. Però l’orrore era sempre lontano.
Quando le Torri Gemelle vennero giù in mezzo alla polvere, quando ha visto le immagini in televisione o ha ascoltato le grida, perché quella mattina era a Manhattan, ha pensato per un secondo a quello che hanno provato i contadini del Vietnam per lunghi anni? A Manhattan, la gente cadeva dall’alto del grattacielo come tragiche marionette. In Vietnam, la gente urlava perché il napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte era spaventosa, tanto spaventosa come quella di coloro che cadevano con un salto disperato nel vuoto.
La sua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né un ponte non distrutto in Yugoslavia. In Irak i morti furono 500.000. L’Operazione Tempesta del Deserto si è portata via mezzo milione di anime. Quanta gente è morta bruciata, mutilata, crivellata, schiacciata, dissanguata, in luoghi tanto esotici e lontani, come Vietnam, Irak, Iran, Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Cambogia, Yugoslavia, Sudan, una lista interminabile? In tutti questi luoghi i proiettili erano stati costruiti nelle fabbriche del suo paese, ed erano sparati dai suoi ragazzi, da gente pagata dal suo Dipartimento di Stato, e solo perché lei potesse continuare a vivere la sua american way of life.
E’ quasi un secolo che il suo paese è in guerra con tutto il mondo. Curiosamente, i suoi governanti scatenano i cavalieri dell’apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Però deve sapere che per molti popoli del mondo (in questo pianeta dove ogni giorno muoiono 24.000 persone per fame o infermità curabili), gli Stati Uniti non rappresentano la libertà, ma un nemico lontano e terribile che semina solo guerra, fame, paura e distruzione. Sempre ci sono stati conflitti lontani per lei, però per chi vive lì è una dolorosa realtà vicina, una guerra dove gli edifici rovinano sotto le bombe e dove questa gente trova una morte terribile. E le vittime sono state per il 90 per cento, civili, donne, vecchi, bambini: effetti collaterali.
Come si sente quando l’orrore bussa alla sua porta anche per un giorno solo? Che cosa si pensa quando le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o addetti alle pulizie che hanno sempre pagato le tasse e non hanno mai ucciso una mosca? Come si sente il terrore? Come ci si sente, yanquee, a sapere che la lunga guerra l’11 settembre è arrivata a casa sua?

Traduzione a cura di Umberto G.B. Bardella