COMITATO CENTRALE – Conclusioni Diliberto

COMITATO CENTRALE

Le conclusioni del segretario

Oliviero Diliberto

Roma, 13 luglio 2003

Lo stato di salute del partito è buono, dimostrato dai risultati elettorali salvo qualche eccezione. Questo ci consente di passare dalla fase della difesa dell’esistenza a quella non più emergenziale del progetto. Ed è questo il senso, Cossutta lo argomentava diffusamente, del congresso che vi proponiamo.
Michelangelo Tripodi ha affermato che siamo in una fase nuova. Ha ragione. Forse qualche compagno esagera nell’ottimismo. Personalmente concordo con quel che ha detto Pino Sgobio: non è ancora il congresso della maturità, ma è la fase in cui si rende necessario iniziare ad elaborare un progetto. Tibaldi, nel suo intervento, affermava che sarà già importante iniziare ad enucleare aspetti, frammenti di un progetto, anche perché non siamo ancora pronti per un progetto complessivo di società, di trasformazione della società, quello che una volta si chiamava il "progetto a medio termine". E’ giusto averne consapevolezza per evitare che il congresso poi possa rappresentare un elemento di delusione.
Se riusciremo nell’elaborazione di pezzi reali e significativi, avremo fatto un passo avanti davvero importante.

Alcuni compagni hanno proposto una conferenza di organizzazione o programmatica. Ma che senso avrebbe visto che nel 2004 c’è la scadenza naturale del congresso? In primavera una conferenza programmatica e in autunno un congresso? L’anticipazione del congresso – che comunque siamo obbligati a tenere – si rende necessaria per valutare approfonditamente le novità della fase politica e per indicare al Paese, prima e non dopo una tornata elettorale molto impegnativa, le proposte dei comunisti.
Da Bellaria ad oggi sono avvenute novità enormi. La guerra come strumento di regolazione dei conflitti, la guerra preventiva e permanente, è un dato successivo al congresso. Il governo Berlusconi si era allora appena insediato. Oggi, a distanza di due anni, possiamo valutare abbastanza compiutamente la sua natura.
Il tema non è se fare o no il congresso in primavera, ma come farlo. L’esigenza è che abbia le caratteristiche di cui ha parlato Cossutta e che ho avanzato nell’introduzione.
Al primo posto c’è la necessità, condivisa da tutti i compagni, di parlare al Paese. Quindi un congresso esterno. Un congresso che, prima ancora di parlare al Paese, sappia ascoltare il Paese.
Che cosa ha caratterizzato i due anni che abbiamo alle spalle? La nascita dei movimenti. Vanno valutati, approfonditi, analizzati. Propongo che da qui a febbraio, e prima dei congressi di federazione, si tengano almeno tre appuntamenti seminariali assieme ad esponenti dei movimenti e dell’associazionismo con i quali abbiamo positivamente interloquito, affinché le tesi congressuali, o per meglio dire il documento politico, venga scritto anche con il loro contributo. Vi verrà distribuita una proposta di commissioni per la redazione dei documenti. Nella proposta sono già presenti alcuni esterni. Si tratta di compagni ed amici che, pur non essendo quadri di partito, ci sono molto vicini ed hanno votato per noi. La presidentessa di Arcidonna, che ho citato nell’introduzione, non è iscritta al partito, ma ci ha aiutato durante la campagna elettorale, si è spesa, e noi vogliamo che la specificità che rappresenta ed altre ancora, come il pacifismo, il mondo della cultura, il mondo della giustizia, il mondo del conflitto sociale, interloquiscano con noi. In un rapporto paritario. Non limitandoci ad illustrare le proposte dei comunisti, ma perché anche le loro proposte diventino patrimonio dei comunisti.
Uno dei temi che sarà oggetto di battaglia politica e culturale al congresso è la sconfitta definitiva delle ultime sacche di settarismo che permangono al nostro interno. Si tratta di un settarismo spesso implicito e non dichiarato. Un settarismo che nasce da una presunzione di autosufficienza del partito. E’ un errore. Questo è un impegno che sento indispensabile. Occorre costruire un partito che sappia parlare, che impari a parlare a un mondo sempre più largo. Nello scorso Comitato Centrale ho insistito su un tema che Luigi Pestalozza pone spesso, quello della borghesia democratica. I girotondi che cosa sono? Sono esattamente quello. Al loro interno c’è una matrice tardo azionista, un’intransigenza su certi temi che la storia comunista non ha mai conosciuto. E tuttavia i girotondi hanno posto problemi sul tema della legalità, del rispetto della legge, dei diritti, della Costituzione, che li ha portati vicino a noi. Penso a Nicola Tranfaglia, penso a Tabucchi, che pure hanno storie tra loro diverse. Tabucchi viene dalla sinistra, Tranfaglia da una storia tipicamente azionista, poi ha aderito ai Ds senza passare per il Pci e oggi ha un rapporto con noi. Con entrambi ci siamo trovati a condividere le stesse battaglie, con entrambi abbiamo aperto un’importante interlocuzione politica. Dobbiamo aprirci a queste esperienze, dobbiamo stringere sempre più rapporti, anche per fare nostre alcune delle loro esigenze. Quindi un congresso che abbia un carattere di ascolto e di interlocuzione con ciò che avviene fuori da noi.
Secondo: dobbiamo approfondire quell’analisi, che è solo nostra, sulla natura del sistema di potere berlusconiano. Schematizzo: c’è una grande diversità di analisi tra noi e Rifondazione da una parte e tra noi ed i Ds ed il resto del centrosinistra dall’altra. Avverto qualche intolleranza, a volte qualche irrisione, quando parliamo di regime. Affermano che non è corretta la parola regime quando possiamo parlarne addirittura in parlamento senza che arrivino i carabinieri ad arrestarci.
Quando parliamo di regime noi intendiamo qualcosa di inedito: l’ottundimento progressivo delle coscienze, il controllo militare dei mezzi di informazione, la progressiva perdita di senso di quel sistema di diritti previsto dalla Costituzione. E’ un aspetto che va ulteriormente approfondito partendo dall’analisi per altro già avviata a Bellaria. Anche in quelle forze politiche che non la pensano come noi – penso ai Ds – ci sono tantissimi militanti che concordano pienamente sulla nostra analisi. E aggiungo un ulteriore elemento. Il governo Berlusconi non rappresenta soltanto un attacco ai diritti dei lavoratori, alla democrazia in senso tradizionale. Berlusconi rappresenta l’ultimo colpo di piccone ad un grande aspetto della democrazia che è quello della dignità della politica, dei partiti politici. Su questo, nella misura in cui le nostre forze ce lo permettono, va condotta una battaglia politica, culturale ed ideale per restituire dignità alla politica e ai partiti politici, partendo da noi stessi.
Vedete, è facile ironizzare quando Berlusconi al Parlamento europeo interviene in modo vergognoso o fa le corna nelle foto ufficiali o dice scempiaggini tipo Romolo e Remolo. Io non ho mai pensato che fossero gaffe involontarie. Ho sempre pensato che si trattasse di un disegno in base al quale Berlusconi interpreta i sentimenti peggiori della società italiana, esattamente come il sottosegretario Stefani interpreta e vellica i peggiori istinti da Bar Sport. E’ la riduzione della politica ad un teatrino, alla degradazione di quella che invece è l’arte, la scienza di organizzare la vita delle donne e degli uomini. E’ un tema che meriterà grande attenzione del congresso.
La linea politica ha bisogno di essere cambiata? No. Cossutta diceva che va rilanciata. In questi anni, dopo Bellaria, abbiamo avuto la riprova della giustezza della nostra linea. I dati elettorali ce lo dicono. Ricordo che prima del congresso di Bellaria c’era qualche compagno che affermava convintamene: "noi siamo tra Rifondazione e i Ds, un po’ più a sinistra dei Ds e un po’ più a destra di Rifondazione". Non mi sono mai ritenuto più a destra di Rifondazione e mi sono sempre ritenuto più a sinistra dei Ds. Ricordo di averlo detto a Belluria e credo che ormai sia diventata una consapevolezza dell’intero partito. Bene, questa consapevolezza va ulteriormente sviluppata nell’azione politica. L’abbiamo fatto con la Palestina, l’abbiamo fatto con Cuba – e con grande coraggio, perché su Cuba siamo rimasti isolatissimi. Pensate solo all’articolo di Pietro Ingrao su il manifesto, alla presa di distanza di intellettuali comunisti internazionali come Saramago ed altri. Abbiamo tenuto il punto in una situazione di grande difficoltà, pagando anche dei prezzi: il sindaco diessino di Empoli ha tolto la delega al nostro compagno vicesindaco per le nostre posizioni su Cuba. Ma abbiamo anche guadagnato consensi, sicuramente mettendo in difficoltà Rifondazione. Alla manifestazione a favore di Cuba contro l’embargo, qui a Roma, piazza Farnese era divisa a metà tra noi e Rifondazione. Ma i due dirigenti di Rifondazione che hanno parlato, Gennaro Migliore e Giovanni Russo Spena hanno fatto fatica a finire l’intervento, perché subissati di fischi.
Voglio avanzare qui un’ipotesi. L’accordo tra Rifondazione e i Ds e l’Ulivo è già avvenuto, Rizzo lo diceva bene. Ma Bertinotti dovrà giustificare l’accordo di fronte ai suoi, visto che si accinge a far parte dell’Ulivo senza peraltro aver tenuto un congresso che modificasse la linea del suo partito. Ferrando ha ragione da questo punto di vista. Non nel merito, ma sicuramente sul piano della gestione del partito. Ricordate le 35 ore? Succederà qualcosa di analogo. L’accordo verrà fatto su parole d’ordine velleitarie, proprio come la vicenda delle 35 ore, perché Bertinotti possa affermare di aver strappato all’Ulivo una grande conquista sociale. Da alcune informazioni che ci arrivano pare che questa volta il tema sarà quello del salario sociale. Non sono per demonizzarlo. Ma quel che mi interessa di più è che noi si sia in grado di avanzare e sostenere, con grande determinazione, le nostre rivendicazioni, partendo proprio dalla centralità che intendiamo dare alla classe lavoratrice.
Il nostro partito deve essere una sorta di nave corsara. Ci vogliono uccidere? Vale tutto. Quando c’è la legittima difesa, vale tutto. Rifondazione dovrà bere per fare l’accordo. Per noi è diverso. Noi facciamo parte dell’Ulivo, siamo consapevolmente e strategicamente per l’unità del centro sinistra. Non dobbiamo aver timore ad azzardare. Lo spazio che Cofferati ha lasciato è grande. Il mondo del lavoro ha un problema di rappresentanza. Noi ci batteremo perché i lavoratori non siano più invisibili, lo faremo con coraggio e tenacia. Molto di quel mondo guarda a noi. Può aprirsi una fase di grande interesse a sinistra e noi dovremo essere in grado di gestirla, di avanzare la nostra proposta politica senza incertezze né timori. Anche con spregiudicatezza.
Personalmente sono convinto che la crisi di Rifondazione sia seria, non passeggera. Seria perché è in evidente crisi di identità politica. Non sa più che cosa è. Mi colpisce che quando alcuni giornalisti chiedono a Bertinotti se intenda togliere l’aggettivo comunista dal nome del partito, lui risponda che non è il momento. Non dice no, io sono comunista, dice che non è il momento. E questa crisi di identità lo porta ad accentuare l’eclettismo ideologico e culturale.
Quindi il nostro spazio politico, lo diceva Venier, non è geometrico: è uno spazio politico grande se sapremo fare politica. Per questo complesso di ragioni dobbiamo preparare un congresso diverso dal passato. Ne discuteremo in commissione politica, ma mi convincerebbe un documento politico snello, dieci cartelle, accompagnato da schede di approfondimento su tutte le diverse tematiche. Un documento politico sulle linee guida, sulla nostra identità, su quello che noi, da forza di governo, proponiamo al Paese ed ai nostri alleati di centrosinistra, che sia oggetto di battaglia politica all’interno del centrosinistra. E poi schede di approfondimento che ci servano come punti di analisi e di proposta.
Il tema delle pensioni richiede un approfondimento utile prima di tutto ai nostri compagni. Si farà una scheda con gli argomenti di merito per respingere la riforma Maroni, con i numeri, i conti. Mentre nel documento andrà affermata la nostra avversione totale contro il modello previdenziale di tipo statunitense su cui punta Berlusconi e che ha, come punto nodale, lo sviluppo della previdenza integrativa, cioè privata, gestita dalle assicurazioni.
Il congresso dovrà approfondire i due punti che ho indicato: i diritti, nel senso lato del termine, e cioè la Costituzione, l’eguaglianza, la pace, la legalità, la scuola, quello che abbiamo arato in questi due anni; e poi il tema del lavoro nelle sue tante e complesse articolazioni. Sono due facce di una stessa medaglia. I temi del lavoro e del salario e, contemporaneamente, quelli di una rete di protezione sociale universalistica.
Su questo voglio spendere qualche parola. Già a Bellaria – Strambi ce lo ha ricordato – fu inserita nei documenti la centralità del lavoro, cosa ovvia per un partito comunista che individua nella contraddizione capitale-lavoro la principale contraddizione e oggetto di conflitto non solo nella società italiana, ma a livello planetario. Tuttavia abbiamo stentato, anche per responsabilità nostra, del gruppo dirigente centrale, a tradurre queste definizioni in azione politica. C’è una difficoltà oggettiva data dal fatto che questi temi non interessano i media. Sulle pagine politiche troverete nel dettaglio le liti tra Castagnetti e Mastella, con tutti i retroscena possibili e immaginabili, o magari la mia fuoriuscita dal coordinamento nazionale dell’Ulivo. Perché si tratta di argomenti che attengono al politicismo. Ma i problemi grandi del mondo del lavoro li troverete, quando va bene, nella pagina sindacale o economica. In televisione spariscono. L’operazione politica che dobbiamo fare è quella di impegnarci in modo tale che questi temi vengano riportati nella sfera della politica. Badate, è un compito immane, perché sono stati espunti, ridotti a temi di economisti per economisti. Inizieremo a discuterne martedì. Tibaldi ha opportunamente convocato un attivo nazionale proprio per dare un segno specifico all’apertura della campagna congressuale. Dovremo affrontare temi giganteschi. Un mercato del lavoro distrutto dalla legge 30 e contemporaneamente i nuovi lavori, perché quello a tempo indeterminato è stato cassato dal diritto del lavoro italiano. Il contratto nazionale di lavoro, tema fondamentale, oggetto come tutti sappiamo di un disegno preciso del governo, che è quello di cancellarlo per sostituirlo con contrattazioni di minor peso e più convenienti o addirittura personali. Il salario, il potere d’acquisto, le pensioni, la democrazia sindacale, la salute e la sicurezza, le contraddizioni all’interno del mercato del lavoro che attengono al grande e delicatissimo tema dell’immigrazione. Su questo abbiamo tenuto un convegno nazionale, c’è già quindi un’elaborazione. Essa deve diventare patrimonio di tutto il partito, perché come ho detto tante altre volte, il lavoratore immigrato, quello regolarizzato, racchiude in sé – e non solo simbolicamente, ma anche materialmente – le contraddizioni capitalistiche di oggi: è un lavoratore salariato ed insieme il frutto della globalizzazione capitalistica. Privato dei diritti di cittadinanza, spoliato della sua dignità, legato solo da condizioni contrattuali minime.
C’è poi la grande tematica del sud, l’enorme problema della disoccupazione e della sottoccupazione. Anche del sud non se ne occupa più nessuno. La questione meridionale, che era una delle grandi questioni nazionali, come si diceva una volta nel Pci, non può più essere affrontata nei termini con cui la affrontava Gramsci, perché quel sud non c’è più. Ci sono i sud, i meridioni, con zone disastrate ed altre che hanno tassi di sviluppo analoghi a quelli del Nord-Est, per altro in crisi.
I nostri maestri dicevano che se sbagli l’analisi, poi sbagli tutto. Bisogna capire per proporre. Non basta dire che siamo contrari al ponte sullo Stretto. Perché non basta dire di no, bisogna avere proposte alternative. Il compagno Caron diceva che questo è un compito entusiasmante. Sono d’accordo, per questo partito è la nuova frontiera, è il radicamento in un settore che non può essere lasciato solo al sindacato, perché questo è un compito politico, del partito. I sindacalisti hanno un loro compito che è diverso dal nostro e noi per troppo tempo, sbagliando, abbiamo delegato loro un ruolo improprio. Dobbiamo riappropriarcene come partito, come gruppo dirigente, con l’aiuto dei compagni del sindacato e tuttavia con un’azione politica, con proposte che porteremo all’attenzione – se ne saremo capaci – dei lavoratori e contemporaneamente del centrosinistra.
Ho chiamato questo tema quello degli invisibili. L’espressione non è mia, ma con il termine "invisibili" io intendo un’entità più larga di quella semplicemente del lavoro dipendente, espunto dai giornali, dalla discussione dei partiti. Sono invisibili tutte le grandi contraddizioni del mondo. Sono invisibili i prigionieri americani di Guantanamo. Sono invisibili quelli che muoiono di fame o di sete o di malattia nei paesi in via di sviluppo. Sono invisibili perché non interessano, perché sono classi subalterne. Far emergere questa invisibilità e farla diventare terreno di battaglia politica è il compito dei comunisti. E di chi altri altrimenti, visto che i nostri amici dei Ds, e non solo dei Ds, sono a conclave con Blair a ridiscutere di Ulivo mondiale? Mi ha intervistato una televisione e mi ha chiesto: "Cosa pensa dell’Ulivo mondiale?". Ho risposto che lo considero una sciocchezza mondiale.
Noi siamo strategicamente nel centrosinistra, non occasionalmente o tatticamente. Siamo strategicamente alleati delle altre forze democratiche, ma questa alleanza strategica la intendiamo anche come competizione. E la competizione, l’ho detto nell’introduzione e l’ha ripreso solo Pagliarulo, avviene sulle riforme. È ora di disvelare il gigantesco imbroglio dei cosiddetti riformisti. I riformisti non fanno le riforme. Noi invece vogliamo farle. In questa fase la sfida, quando torneremo a governare, sarà proprio quella delle riforme e state certi che ci faremo valere.
Abbiamo dimostrato di saperci distinguere, di avere la volontà, in momenti molto difficili, sottoposti ad un fuoco di fila, di saperci distinguere. Ma per tutto questo basta una conferenza programmatica o una conferenza di organizzazione? No, ci vuole un congresso. Un congresso che discuta e faccia discutere tutto il partito, dalle sezioni sino ai regionali passando per le province sino al congresso nazionale. Dobbiamo coinvolgere il maggior numero possibile dei nostri iscritti e non solo dei nostri iscritti. Dobbiamo coinvolgere i nostri amministratori, e ne abbiamo qualche migliaio in giro per l’Italia, anche di più di quanto noi stessi immaginiamo. Queste migliaia di amministratori devono sentirsi coinvolti, perché il ruolo di assessore o di consigliere non è soltanto un ruolo amministrativo, è un ruolo innanzitutto politico e la battaglia politica va fatta anche nelle amministrazioni. Dobbiamo essere due facce della stessa medaglia, e cioè dimostrare che localmente si può governare meglio e farlo a favore dei ceti che vogliamo rappresentare.
I congressi regionali dovranno essere preparati su piattaforme regionali, altrimenti non si terranno. Vogliamo che i nostri compagni si cimentino con un’elaborazione locale, occupandosi dei problemi concreti dei cittadini nelle diverse regioni. In qualche regione si è già fatto, sono già stati elaborati pezzi di ragionamento importanti, di analisi, di proposta, ma solo in alcune regioni. Perché evidentemente la regionalizzazione è stata intesa in una maniera un po’ stravagante. Io sono per rilanciarla, ma non in termini burocratici, con la conseguenza di scontri continui tra le federazioni ed i regionali. Sono per rilanciarla sulla base di specifiche elaborazioni. A questo serve la regionalizzazione, compagni.
Autocriticamente, prendendomi la mia parte cospicua di responsabilità, sono anche convinto che nel corso di questo iter congressuale dovremo almeno una volta mettere insieme i nostri giovani. La Fgci esiste. Esiste perché io incontro, dovunque vada, senza eccezione alcuna, tante ragazze e ragazzi iscritti al partito. E regolarmente, ogni volta che mi incontrano, mi chiedono: "Quando facciamo l’assemblea nazionale della Fgci?". E io ogni volta non so che dire. È ora che la segreteria del partito, io in prima persona, si prenda l’impegno nel corso della campagna congressuale di convocare l’assemblea nazionale dei giovani. Non per fare l’organigramma, il segretario nazionale, la segretaria, la direzione, con il rischio che i giovani inizino a litigare come litigano gli adulti, perché i cattivi maestri fanno danni anche ai ragazzi, ma perché parlino di politica in un mondo nel quale i giovani non fanno più politica. Il nostro partito rappresenta un paradosso: i giovani si avvicinano, e sono tanti. Se prendete gli atti dell’ultimo Comitato politico nazionale di Rifondazione, Bertinotti o qualcun altro dice: "Abbiamo un turn over pazzesco, i giovani si iscrivono e poi se ne vanno, si iscrivono un anno e poi se ne vanno". Da noi non è così. Da noi i giovani si iscrivono e rimangono. E’ un dato di enorme importanza che va valorizzato, di cui dobbiamo essere orgogliosi.
E infine: il congresso serve ovviamente anche a ridefinire i gruppi dirigenti. Se lasciassimo tutto immutato, sarebbe abbastanza stravagante. Noi cercheremo, nella misura in cui ne saremo capaci e in cui è giusto farlo, di superare le contraddizioni che esistano a livello di gruppi dirigenti sia in periferia che centralmente. Ma le fibrillazioni alla vigilia e nel corso di un congresso attengono sempre due diverse questioni. Una la definirei strettamente "organigrammatica", e cioè i posizionamenti dentro al partito, magari in vista delle candidature. L’altra è invece squisitamente politica, cioè sul diverso modo di concepire la linea del partito. Sulla prima si può anche cercare di intervenire con una qualche severità, perché appunto attiene questioni umane, ma poco nobili. Sulla seconda, sulle differenze politiche, credo di poter sperare, con qualche ragione visto l’andamento della discussione di oggi e di ieri, di averne infinitamente meno rispetto al passato.
Ho cercato di lavorare in questo senso da Bellaria ad oggi. Ho cercato di arrivare ad un congresso in cui, nella pur normale dialettica, non ci fosse quella contrapposizione che ha segnato, e ha lasciato ferite successive, lo scorso congresso. Naturalmente sarà la concreta dinamica della redazione dei documenti politici che ci dirà se ci riusciremo o no. Da parte di chi vi parla, la volontà di superare le contrapposizioni è massima. Credo di poter dire, alla luce di questa discussione, di avere percepito analoghe volontà. In questo senso credo che arriveremo a febbraio, alla vigilia dei mesi di più stretta campagna elettorale, con un partito più consapevole di sé. Cuffaro ci diceva che bisogna bandire il tema della transitorietà. Credo che non ci sia già più. Non c’è più tra noi. Ma soprattutto non c’è all’esterno, tanto è vero che l’obiettivo di una parte dei Ds non è più quello di inglobarci, ma di ucciderci. È un riconoscimento, badate.
Certo, rende aspra la lotta politica, ma noi abbiamo dimostrato di essere in grado di condurla. In questo senso faremo, se il Comitato Centrale voterà a favore, un congresso positivo. Un congresso che ribadirà che un partito comunista con queste caratteristiche non può venir meno in Italia, perché risponde alle esigenze oggettive della società.