11 SETTEMBRE

Messaggio dell’Associazione dei familiari delle vittime dell’11 settembre "Peaceful Tomorrows", (New York), nel secondo anniversario della tragedia dell’11 settembre

Ufficio Stampa

Roma, 15 settembre 2003

L’Associazione dei familiari delle vittime dell’11 settembre "Peaceful Tomorrows" di New York ha inviato alla Tavola della Pace un messaggio in occasione del secondo anniversario degli attentati perché venga diffuso in tutto il nostro paese. I fondatori di "Peaceful Tomorrows" parteciperanno alla Marcia Perugia-Assisi "per un’Europa di pace" e alla 5a Assemblea dell’Onu dei Popoli che si svolgeranno dal 9 al 12 ottobre 2003 a Perugia.

Due anni fa, in questo giorno, i nostri cari hanno perso tragicamente la vita nell’atto terroristico cha ha scosso gli Stati Uniti e il mondo intero. Dal momento della loro morte, mentre proseguiamo il nostro percorso di dolore, siamo stati confortati dalla partecipazione solidale e premurosa di persone di tutto il mondo che hanno dato il loro sostegno alle vittime di questo terribile attacco. Eppure, l’approccio del nostro governo in risposta alla morte dei nostri cari è in forte contrasto con il buon senso e con le azioni confortanti della gente comune. In occasione di questo secondo anniversario, ci fermiamo a riflettere sulla pericolosa direzione intrapresa dall’attuale politica statunitense e sulla necessità di un nuovo approccio agli eventi dell’11 settembre volto a produrre reale giustizia e sicurezza.

La morte dei nostri cari ha spinto il governo statunitense ad attaccare l’Afghanistan e a rovesciare il governo talebano con lo scopo di catturare Osama Bin Laden e altri membri di Al Queda, considerati responsabili dell’attacco. Sebbene inizialmente le azioni militari abbiano avuto successo, Bin Laden è ancora ricercato e recenti sviluppi rivelano il ritorno dei talebani e di Al Queda nonostante il governo centrale continui a fare richiesta di ulteriori fondi per la ricostruzione e la stabilizzazione del paese. Di sicuro la nostra campagna militare in Afghanistan un risultato lo ha avuto: ha aumentano il numero delle famiglie che come noi sono in lutto. Afgani innocenti sono stati uccisi da ordigni statunitensi, feriti da bombe a grappolo, sfollati a causa dei combattimenti. Tutto ciò si è aggiunto a 23 anni di guerre precedenti. Nei nostri viaggi in Afghanistan abbiamo incontrato alcune di queste famiglie e sono entrate nei nostri cuori come altre vittime della tragedia dell’11 settembre.

Poco dopo l’11 settembre 2001, il Congresso americano ha approvato la legge "Patriot" con lo scopo apparente di rafforzare la sicurezza negli Stati Uniti, senza però prestare troppa attenzione alle conseguenze. In questo clima di paura e di panico, la legge Patriot e altre misure adottate, hanno eroso le libertà civili americane minacciando soprattutto le comunità degli immigrati. Ancora oggi, persone senza nome languiscono in luoghi sconosciuti a causa di colpe ignote in nome della giustizia americana. Ad oggi, non c’è nessuna prova che queste misure ci abbiano reso più sicuri. Allo stesso tempo, l’amministrazione statunitense ritarda l’avvio di un’indagine aperta e onesta sugli eventi dell’11 settembre.

Lo scorso anno, di questi tempi, il presidente Bush durante la commemorazione del primo anniversario della morte dei nostri cari, colse l’occasione per iniziare la campagna per invadere l’Iraq. Nonostante l’assenza di un collegamento provato tra Saddam Hussein e gli eventi del 11 settembre, le insinuazioni dell’amministrazione Bush, alimentate dalla paura pubblica di nuovi attentati, hanno condotto il nostro paese verso una guerra inutile, illegale e immorale, giustificata dalla morte dei nostri cari defunti. Mentre le menzogne che nascondevano le reali motivazioni di questa guerra stanno lentamente venendo alla luce, i soldati iracheni e statunitensi continuano a soffrire, con il bilancio dei morti che cresce ogni giorno. Oggi ci fermiamo per onorare i morti iracheni e tutte le vittime della guerra e per chiedere ai nostri leader di riportare a casa sani e salvi i nostri soldati che hanno messo a repentaglio la propria vita in questa incauta missione e di restituire il controllo della ricostruzione dell’Iraq alle Nazioni Unite.

Uno dei nostri membri, il 14 settembre 2001, ha scritto al New York Times: "Prego che questo paese che è stato così profondamente ferito non dia libero sfogo a forze che non avrebbero il potere di restituirci ciò che abbiamo perduto." E’ stato dato libero sfogo a queste terribili forze? Dopo l’11 settembre l’America ha ricevuto la solidarietà del mondo intero. Con la guerra in Iraq il sostegno e la solidarietà internazionale si sono tramutati in odio e disperazione. Il sentimento antiamericano sta crescendo in tutto il mondo: quale migliore strumento per il reclutamento del terrorismo?

Come membri delle famiglie colpite, sappiamo che sentimenti di paura e rabbia fanno parte di un processo di guarigione. Abbiamo imparato, però, che non è salutare agire spinti da queste emozioni. La risposta del governo all’11 settembre ci ha intrappolato nella paura e nel panico che abbiamo condiviso dopo gli eventi scioccanti dell’11 settembre. Piuttosto che basare la nostra politica sulla paura e la rabbia, chiediamo che il governo agisca nel miglior interesse del popolo americano riunendosi alla comunità delle nazioni per lavorare insieme costruttivamente alla soluzione dei problemi mondiali del terrorismo e della guerra.

Mentre l’11 settembre rappresenta una tragedia unica nell’esperienza americana, è triste riconoscere che altri popoli hanno avuto il loro 11 settembre senza alcun clamore. I membri di Peaceful Tomorrows hanno incontrato altre vittime della violenza nel mondo che sono diventate il punto di riferimento dei nostri sforzi per trasformare il nostro dolore in azioni di pace. Dai genitori palestinesi e israeliani che hanno perso i propri figli nella violenza, alle vittime dell’ambasciata americana in Kenya, alle madri delle persone scomparse nell’America Centrale e in Sudamerica, ai sopravvissuti della violenza più estrema – le bombe atomiche buttate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki – i membri di Peaceful Tomorrows si sono trovati ad esser parte di una famiglia mondiale che ha conosciuto il terrore e che ha risposto con la pace.

L’11 settembre ci ha insegnato che gli esseri umani possono commettere violenze terribili gli uni contro gli altri. Ci ha anche insegnato, però, che il cuore umano è capace di superare la paura e l’odio per costruire un mondo in cui non si ripetano mai più altri "11 settembre", in nessun luogo del mondo. Questa è la speranza che ci deve far crescere come persone e come nazioni.

Il 15 febbraio 2003 ha evidenziato un enorme cambiamento mondiale, tanto che il New York Times lo ha messo in prima pagina. Milioni di persone nelle strade di tutto il mondo hanno marciato contro la guerra in Iraq dimostrando che ci sono due superpotenze nel mondo: l’amministrazione Bush e l’opinione pubblica globale. Siamo onorati di essere a fianco delle sorelle e dei fratelli che nel mondo sanno di dover cercare un altro modo di vivere insieme su questo pianeta.

Così, oggi, mentre piangiamo i nostri cari, riflettiamo e ricordiamo, vi chiediamo di unirvi a noi per cercare insieme la pace vera, la sicurezza e la giustizia. Lo dobbiamo ai defunti, ne abbiamo bisogno per i vivi e dobbiamo farlo per le generazioni che verranno. Camminiamo insieme verso un futuro di pace.

Peaceful Tomorrows, New York, 11 settembre 2003

Traduzione a cura di Emilia Mastropierro, segreteria della Tavola della Pace

Due anni fa, in questo giorno, i nostri cari hanno perso tragicamente la vita nell’atto terroristico cha ha scosso gli Stati Uniti e il mondo intero. Dal momento della loro morte, mentre proseguiamo il nostro percorso di dolore, siamo stati confortati dalla partecipazione solidale e premurosa di persone di tutto il mondo che hanno dato il loro sostegno alle vittime di questo terribile attacco. Eppure, l’approccio del nostro governo in risposta alla morte dei nostri cari è in forte contrasto con il buon senso e con le azioni confortanti della gente comune. In occasione di questo secondo anniversario, ci fermiamo a riflettere sulla pericolosa direzione intrapresa dall’attuale politica statunitense e sulla necessità di un nuovo approccio agli eventi dell’11 settembre volto a produrre reale giustizia e sicurezza.

La morte dei nostri cari ha spinto il governo statunitense ad attaccare l’Afghanistan e a rovesciare il governo talebano con lo scopo di catturare Osama Bin Laden e altri membri di Al Queda, considerati responsabili dell’attacco. Sebbene inizialmente le azioni militari abbiano avuto successo, Bin Laden è ancora ricercato e recenti sviluppi rivelano il ritorno dei talebani e di Al Queda nonostante il governo centrale continui a fare richiesta di ulteriori fondi per la ricostruzione e la stabilizzazione del paese. Di sicuro la nostra campagna militare in Afghanistan un risultato lo ha avuto: ha aumentano il numero delle famiglie che come noi sono in lutto. Afgani innocenti sono stati uccisi da ordigni statunitensi, feriti da bombe a grappolo, sfollati a causa dei combattimenti. Tutto ciò si è aggiunto a 23 anni di guerre precedenti. Nei nostri viaggi in Afghanistan abbiamo incontrato alcune di queste famiglie e sono entrate nei nostri cuori come altre vittime della tragedia dell’11 settembre.

Poco dopo l’11 settembre 2001, il Congresso americano ha approvato la legge "Patriot" con lo scopo apparente di rafforzare la sicurezza negli Stati Uniti, senza però prestare troppa attenzione alle conseguenze. In questo clima di paura e di panico, la legge Patriot e altre misure adottate, hanno eroso le libertà civili americane minacciando soprattutto le comunità degli immigrati. Ancora oggi, persone senza nome languiscono in luoghi sconosciuti a causa di colpe ignote in nome della giustizia americana. Ad oggi, non c’è nessuna prova che queste misure ci abbiano reso più sicuri. Allo stesso tempo, l’amministrazione statunitense ritarda l’avvio di un’indagine aperta e onesta sugli eventi dell’11 settembre.

Lo scorso anno, di questi tempi, il presidente Bush durante la commemorazione del primo anniversario della morte dei nostri cari, colse l’occasione per iniziare la campagna per invadere l’Iraq. Nonostante l’assenza di un collegamento provato tra Saddam Hussein e gli eventi del 11 settembre, le insinuazioni dell’amministrazione Bush, alimentate dalla paura pubblica di nuovi attentati, hanno condotto il nostro paese verso una guerra inutile, illegale e immorale, giustificata dalla morte dei nostri cari defunti. Mentre le menzogne che nascondevano le reali motivazioni di questa guerra stanno lentamente venendo alla luce, i soldati iracheni e statunitensi continuano a soffrire, con il bilancio dei morti che cresce ogni giorno. Oggi ci fermiamo per onorare i morti iracheni e tutte le vittime della guerra e per chiedere ai nostri leader di riportare a casa sani e salvi i nostri soldati che hanno messo a repentaglio la propria vita in questa incauta missione e di restituire il controllo della ricostruzione dell’Iraq alle Nazioni Unite.

Uno dei nostri membri, il 14 settembre 2001, ha scritto al New York Times: "Prego che questo paese che è stato così profondamente ferito non dia libero sfogo a forze che non avrebbero il potere di restituirci ciò che abbiamo perduto." E’ stato dato libero sfogo a queste terribili forze? Dopo l’11 settembre l’America ha ricevuto la solidarietà del mondo intero. Con la guerra in Iraq il sostegno e la solidarietà internazionale si sono tramutati in odio e disperazione. Il sentimento antiamericano sta crescendo in tutto il mondo: quale migliore strumento per il reclutamento del terrorismo?

Come membri delle famiglie colpite, sappiamo che sentimenti di paura e rabbia fanno parte di un processo di guarigione. Abbiamo imparato, però, che non è salutare agire spinti da queste emozioni. La risposta del governo all’11 settembre ci ha intrappolato nella paura e nel panico che abbiamo condiviso dopo gli eventi scioccanti dell’11 settembre. Piuttosto che basare la nostra politica sulla paura e la rabbia, chiediamo che il governo agisca nel miglior interesse del popolo americano riunendosi alla comunità delle nazioni per lavorare insieme costruttivamente alla soluzione dei problemi mondiali del terrorismo e della guerra.

Mentre l’11 settembre rappresenta una tragedia unica nell’esperienza americana, è triste riconoscere che altri popoli hanno avuto il loro 11 settembre senza alcun clamore. I membri di Peaceful Tomorrows hanno incontrato altre vittime della violenza nel mondo che sono diventate il punto di riferimento dei nostri sforzi per trasformare il nostro dolore in azioni di pace. Dai genitori palestinesi e israeliani che hanno perso i propri figli nella violenza, alle vittime dell’ambasciata americana in Kenya, alle madri delle persone scomparse nell’America Centrale e in Sudamerica, ai sopravvissuti della violenza più estrema – le bombe atomiche buttate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki – i membri di Peaceful Tomorrows si sono trovati ad esser parte di una famiglia mondiale che ha conosciuto il terrore e che ha risposto con la pace.

L’11 settembre ci ha insegnato che gli esseri umani possono commettere violenze terribili gli uni contro gli altri. Ci ha anche insegnato, però, che il cuore umano è capace di superare la paura e l’odio per costruire un mondo in cui non si ripetano mai più altri "11 settembre", in nessun luogo del mondo. Questa è la speranza che ci deve far crescere come persone e come nazioni.

Il 15 febbraio 2003 ha evidenziato un enorme cambiamento mondiale, tanto che il New York Times lo ha messo in prima pagina. Milioni di persone nelle strade di tutto il mondo hanno marciato contro la guerra in Iraq dimostrando che ci sono due superpotenze nel mondo: l’amministrazione Bush e l’opinione pubblica globale. Siamo onorati di essere a fianco delle sorelle e dei fratelli che nel mondo sanno di dover cercare un altro modo di vivere insieme su questo pianeta.

Così, oggi, mentre piangiamo i nostri cari, riflettiamo e ricordiamo, vi chiediamo di unirvi a noi per cercare insieme la pace vera, la sicurezza e la giustizia. Lo dobbiamo ai defunti, ne abbiamo bisogno per i vivi e dobbiamo farlo per le generazioni che verranno. Camminiamo insieme verso un futuro di pace.

Peaceful Tomorrows, New York, 11 settembre 2003

Traduzione a cura di Emilia Mastropierro, segreteria della Tavola della Pace

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