Buon anno scolastico!

Buon anno scolastico!

Angela Nava

Roma, 16 settembre 2003

Tra qualche giorno l¹apertura dell¹anno scolastico: sono in arrivo messaggi augurali e da parte del ministro Moratti la rassicurazione che i nostri ragazzi andranno a frequentare una scuola, che poiché in odore di riforma, sta trasformandosi nel migliore dei mondi possibili. Destinatario privilegiato della comunicazione del ministro non gli studenti, non i docenti, ma la famiglia italiana. Ma di quale famiglia si parla? E¹ fin troppo facile ravvisarne l¹identikit: basta guardare gli esclusi dalle provvidenze che alcune Regioni destinano alle fasce deboli. Non è famiglia la madre separata, divorziata, la coppia di fatto, la famiglia allargata, quella dell¹immigrato: i tanti adulti, insomma, con cui sono in relazione molti dei nostri bambini, scacciati, anch¹essi, dall¹Eden di un mondo di valori che non può includerli.
Ai genitori, oggetto di una costosa campagna di informazione appare sempre più chiaro quale disegno di società sia sotteso alla non ancor nata riforma della scuola.

Lo spot televisivo che rassicurava sulla qualità e quantità delle consultazioni avute per disegnare la nuova scuola italiana, confortante nella sua architettura non innovativa e che prometteva una festante partecipazione dei ragazzi, mostra tutto l¹inganno mediatico.
Ad una domanda sociale diffusa di generalizzazione della scuola d¹infanzia si è risposto con l¹offerta dell¹anticipo dell¹iscrizione a due anni e mezzo; ad una richiesta di maggiore partecipazione democratica dei genitori (genitori e cittadini e non famiglie tout court!) e quindi ad una necessaria revisione degli Organi Collegiali si è opposta la compilazione del portfolio delle competenze per cui il genitore, quello che può e che sa, viene chiamato non nel suo ruolo e nella sua responsabilità definita, ma come cliente il cui livello di soddisfazione è fondamentale all¹impresa.
Alla richiesta di più tempo scuola, di una scuola dai tempi distesi che sappia recuperare la lentezza, il zigzagare del tempo nell’apprendimento dei ragazzi che non è sempre e solo unilineare, si è risposto con una scuola che offre meno ore per tutti, che abolisce il tempo pieno, pericoloso laboratorio riformistico. Apprendimento ed insegnamento non vivono d¹equazioni orarie: lo sanno gli insegnanti, ma lo sanno da tempo i genitori che la scuola pubblica frequentano e vedono le sue ombre, ma anche le sue tante luci; che leggono una perdita nell’offerta di solo 27 ore settimanali garantite a tutti, quei genitori che continuano ostinatamente a chiedere in tanta parte d’Italia per i più piccoli il tempo pieno come risorsa di valore e non come parcheggio che si può trovare anche in altre agenzie, che non vogliono più il maestro unico come sostituto del genitore rimasto fuori della porta della scuola, perché hanno capito che più figure di riferimento sono più opportunità per i bambini.
La modernità invocata come risolutrice dei mali della scuola rivela tutta la sua povertà: l¹inglese e l¹informatica avranno anch¹esse meno tempo scuola di quanto non fosse oggi (98 minuti settimanali nella scuola elementare a fronte delle attuali due ore), dietro l¹investimento informatico nessun progetto culturale che chiarisca se dei nostri giovani vogliamo fare degli esecutori addestrati o delle teste pensanti.
A più risorse per questa scuola si è risposto con un decreto che prevede rimborsi a coloro che iscrivono i propri figli alle scuole private: operazione compiuta in nome della libertà di scelta delle famiglie, principio che viene invocato come grimaldello giuridico che può mettere a tacere il ³senza oneri per lo stato² di costituzionale memoria. Si dimentica così che si è liberi di scegliere tra opportunità pari in dignità; si dimentica così che a fronte della libertà di scelta del genitore c¹è un diritto primario dei giovani all¹istruzione; si dimentica ancora che tenacemente in Italia circa il 70% delle famiglie privilegia e sceglie l¹istruzione pubblica.
Non possiamo, da genitori e da cittadini, non opporci ad un disegno di scuola come servizio pubblico tra gli altri o come servizio sociale a domanda individuale: la scuola è il luogo della cittadinanza. Opporci a questo disegno di società senza corporativismi di sorta deve essere impegno pieno di una sinistra capace di riprogettare la sua idea di scuola lontana dalle vecchie polemiche che talvolta hanno dato ragione a chi pensava che la scuola fosse solo degli insegnanti e non questione del paese tutto.

L’autrice è Presidente del Coordinamento Genitori Democratici