La guerra degli ultras

La guerra degli ultras

Manuela Palermi

Roma, 22 settembre 2003

Pare che il pretesto sia stato la vendita dei biglietti, o meglio i tremila tagliandi spariti che impedivano agli ultras del Napoli di entrare nello stadio avellinese. Da lì sarebbe venuta quella rabbia micidiale, quella violenza accanita ed ottusa che ha lasciato un ragazzo tra la vita e la morte.
Mi hanno abituata a dare una ragione politica alle azioni. E la molla della rabbia, in una lettura di "sinistra", è solitamente nelle condizioni materiali dei soggetti che quella rabbia esprimono. Povertà, mancanza di lavoro, plebeismo.

Stavolta non capisco, per me è buio. La voglia di liquidare quei ragazzi come "bande di delinquenti", togliendo loro ogni alibi, è forte.
E’ probabile che quei ragazzi napoletani abbiano un lavoro incerto, vengano da famiglie in difficoltà, abbiano conosciuto anche troppo bene il disagio sociale. E che questo li riempia di rabbia e di frustrazione. Ma perché la loro rabbia e la loro frustrazione si tramuta in guerriglia negli stadi? E perché nei loro siti ci chiamano in causa scrivendo che le loro azioni, le loro aggressioni, interessano il mondo politico?
In realtà gli ultras non sono tutti proletari, fra loro c’è anche e molta borghesia. Sono uniti da un sistema di vita che si ripete settimanalmente. Come una tribù, seguono sempre la loro squadra, anche in trasferta. Centinaia di migliaia di ragazzi organizzano la loro vita in funzione di ciò. Se parli con qualcuno di loro – ed io ci ho provato – ti dicono che questa è una società che mette feticci al posto dei valori e che loro invece un valore ce l’hanno: l’identificazione totale, la fede talebana nella loro squadra. La curva dello stadio, la nord o la sud che sia, è la moschea nella quale la tribù mette in scena i suoi riti – fuochi artificiali, fumi colorati, striscioni, cori. Il tifo è vissuto come il rito della fede. Chi lo ostacola, chi non ci crede, suscita una furia da santa inquisizione.
E’ difficile da capire. E’ quasi impossibile dargli un senso. Vedo una barbarie che chiama in causa la politica perché si posizioni nella lotta tra gli eserciti tribali. Ma quegli eserciti riescono ad unirsi di fronte al nemico comune: la società sportiva che nega i biglietti o la polizia che è di ostacolo alla loro furia. Vedo ragazzi incappucciati come black block ed altri che attaccano a viso scoperto per essere riconosciuti e vivere il loro momento di gloria. Come se l’unica identità possibile fosse nel duello e nella galera.
E’ psicologia da quattro soldi? Date un’occhiata al portale degli ultras. Si chiama simbolicamente www.scontri.it. Scorre lenta una scritta: "quelli come noi… non li schiacceranno mai!!!". Il sito offre il manuale di sopravvivenza del tifoso e, a distanza di poche ore dai fatti di Avellino, foto colorate a tutta pagina mostrano la violenza, le mazze alzate, i flash delle molotov, l’urlo di guerra. E se chiedi perché non c’è neanche una foto del ragazzo oggi tra la vita e la morte rispondono che tutte le guerre hanno le loro vittime. Lo ricorderanno nel rito settimanale, allo stadio, inneggeranno a lui, ci saranno striscioni ad hoc. Ma chi va settimanalmente in guerra sa che può pagarla.
In Inghilterra hanno avuto fenomeni analoghi, in alcuni casi ancor più violenti. Il governo ha blindato gli stadi: ingresso vietato per gli ultras. Loro allora, i tifosi delle due squadre, si danno appuntamento nelle stazioni, nei pub, nei campi, lontano dal luogo della partita, durante l’ora della partita, e danno inizio al rito della guerra.