Alla chiusura della Festa della Rinascita, Diliberto risponde alle domande del Messaggero

Alla chiusura della Festa della Rinascita, Diliberto risponde alle domande del Messaggero

Giampiero Cazzato

Roma, 27 settembre

Questo articolo apparirà sul numero di Rinascita in edicola venerdì 3 ottobre

Da Telekom Serbia, "una porcata gigantesca, una clava contro l’opposizione", alla deriva autoritaria del governo Berlusconi; dal referendum contro il lodo Schifani alle fibrillazioni di un centrodestra "che dobbiamo mandare a casa il prima possibile"; dal partito riformista alla necessità di ridare prospettive, slancio e passione alla sinistra e al suo popolo. Dal conflitto sociale alla drammatica questione salariale. Non c’è tema scottante dell’attualità politica che Oliviero Diliberto non metta a fuoco con il suo stile asciutto e a tratti ironico. L’occasione è la Festa nazionale de la Rinascita. Non il rituale comizio di chiusura, ma uno scambio di opinioni, una carrellata di domande e risposte tra il segretario comunista e Nino Bartoloni Meli, penna politica de Il Messaggero.
La Commissione Telekom Serbia annega nella vergogna: un presidente che si proclama un galantuomo e che intanto popola le stanze di palazzo San Macuto di una cricca di mestatori e di massoni; un commissario, Carlo Taormina, troppo vicino agli accusatori di Prodi e Fassino. "La democrazia italiana – anche questa torbida vicenda ce lo dice – è a rischio. Le commissioni – la Telekom Serbia ma anche la Mitrokhin – vengono istituite al solo scopo di screditare l’opposizione e gettare fango sugli avversari".

E’ preoccupato Diliberto perché "se questa destra arriva ad architettare cose del genere vuol dire che non esiterebbe di fronte a nulla pur di mantenere il potere. Sanno che perderanno le prossime elezioni, Berlusconi appare disperato ed incattivito, ma proprio per questo dobbiamo temere possibili colpi di coda". Diliberto non esclude, anzi, la possibilità che il centrosinistra chieda a gran voce le elezioni anticipate. Nell’immediato, è la domanda di Bartoloni Meli, sul piatto del centrosinistra c’è la vicenda del referendum che vede Ds e Margherita a dir poco scettici e lo Sdi assolutamente contrario. "La legge Schifani – dice Diliberto – è una vergogna giuridica ed è possibile che la Corte Costituzionale la dichiari incostituzionale. Se viceversa la Consulta non dovesse arrivare in tempo, il referendum si terrà in contemporanea con la tornata delle amministrative e con le europee. E’ evidente che in queste condizioni il quorum si raggiungerebbe di sicuro". I tatticismi e gli agnosticismi di Ds e Margherita servono a poco. Servono a poco per far vincere il referendum e per contrastare il malgoverno della destra.
Se è vero che il blocco sociale della destra si sta slabbrando, se è vero che le sparate di Bossi e soci sono segno di un inarrestabile degrado, è anche vero che quelle sparate sono un modo per evitare che si parli dei problemi reali del Paese. E’ allora qui, sulla "colossale questione salariale", sulla crescente difficoltà di arrivare alla fine del mese per milioni di lavoratori e pensionati, sulla progressiva cancellazione del welfare, sulla infamia della legge 30 che porta nel mercato del lavoro un carico insopportabile di precarietà, che bisogna accendere i riflettori". E invece capita che, per esempio, nel centrosinistra ci sia chi vede con favore le pensioni integrative, succede che "l’ubriacatura delle privatizzazioni" sia figlia – ostetrica Giuliano Amato – del centrosinistra. I settori strategici della nostra economia sono stati dismessi con colpevole leggerezza. Il risultato è un inarrestabile declino industriale dell’Italia".
Il fiume di parole sul nuovo partito riformista non affascina il segretario comunista. Cosa vuol dire essere riformisti in una fase della storia in cui tutti, anche Berlusconi, si dichiarano riformisti? La bussola sta nei contenuti, "il tema vero è a vantaggio di chi si fanno le riforme. Il Pci non è stato forse, nei fatti, un partito riformista?". Diliberto fa i migliori auguri al progetto del partito riformista che ai Comunisti italiani non interessa. Ma la domanda che si pone è un’altra. Quale forza avrà la sinistra, domani, quando questa operazione andrà in porto? Perché, al di là delle dinamiche interne a questo o quel partito, il fatto reale e drammatico è che con la scelta della dirigenza diessina "la rappresentanza politica della sinistra si va a far benedire. I Ds hanno portato a compimento una scelta blairiana, per governare hanno deciso di farsi centro. Il problema – scandisce Diliberto – è che una volta che si tagliano le radici non si sa dove si va a finire. Ogni aggregato umano, quindi anche i partiti, ha un suo Pantheon, un insieme di riferimenti ideali e culturali". I Ds al loro Pantheon hanno rinunciato da tempo, prendendo in prestito quel che trovavano sul mercato. E’ anche per rispondere a questa svendita della storia della sinistra e del Pci – una svendita che dal libro di Fassino, "Per passione", emerge clamorosamente – che i Comunisti italiani hanno dedicato la loro festa nazionale ad Enrico Berlinguer. La memoria per essere protagonisti del futuro.
Diliberto rifiuta per sé e per il Pdci la parola massimalista, "non ci culliamo nel piacere dell’opposizione perenne. Ci sentiamo e siamo una forza comunista che ambisce a governare il Paese. Ma attenzione, io voglio governare non perché il governo sia un fine, ma perché è lo strumento per cambiare le cose in questo Paese. Noi lo dobbiamo fare, assieme ai moderati, al centro democratico, cercando sempre la sintesi, ma sapendo che la sinistra conta di più se è più forte e se è unita".
Ecco che torna il tema della confederazione della sinistra, una intuizione strategica del Pdci. " Alle europee ci presenteremo con il nostro simbolo, ma l’ambizione che abbiamo è quella di mettere la nostra forza a disposizione di un progetto più ampio". L’invito è aperto a tutti, al correntone come a Rifondazione, senza sciocche tentazione egemoniche bensì con la consapevolezza che solo mettendosi insieme, ciascuno con la propria storia ed autonomia, le forze della sinistra potranno essere protagoniste del cambiamento.
Intuizioni vecchie e nuove si intrecciano. E Diliberto recupera dalla cassetta degli attrezzi la "diversità comunista" di Berlinguer, diversità politica certamente, ma soprattutto etica, di chi fa politica non per se stesso, ma per la comunità, per i lavoratori.
Alla "spallata" Diliberto non crede. Crede però che la maggioranza vada incalzata ogni giorno, con determinazione. Il blocco sociale sul quale Berlusconi ha vinto si sta sgretolando, la Confindustria è delusa, la Confcommercio è apertamente critica; la stessa conferenza episcopale ha duramente criticato la Lega. Chi, tra i ceti popolari, ha votato a destra, si ritrova oggi più povero e più insicuro. Ma non bisogna aspettare che il frutto cada dall’albero. "Occorre nel parlamento, a partire dalla finanziaria, e nel Paese, con il movimento di massa, portare battaglia. Ciascuno deve fare la sua parte. E non escludo che i risultati si vedranno presto, prima del 2006". Prima, per far sì che l’Italia non precipiti nel baratro economico, prima per evitare che si compia la soluzione autoritaria a cui Berlusconi sta lavorando.
L’ultima domanda del giornalista de Il Messaggero, è su Cuba. "Berlinguer avrebbe sostenuto Fidel?" chiede Bartoloni Meli. "Berlinguer – risponde Diliberto – era persona complessa. Ma di una cosa sono certo. Era un comunista, un comunista che fino all’ultimo ha tenuto in vita un legame saldissimo con i movimenti di liberazione nel mondo. Io sono contrario alla pena di morte, ovunque, a Cuba come negli Usa, in Israele come in Cina. Ma questo accanimento contro Cuba non c’entra molto con la pena di morte. Cuba è sotto attacco per una ragione semplicissima. Cuba rappresenta il simbolo che si può cambiare. Cuba tiene viva una speranza".