14 LUGLIO

14 LUGLIO

Partito di sinistra o partito riformista? L’intervento di Gianfranco Pagliarulo

Roma, 21 settembre 2003

L’intervento di Gianfranco Pagliarulo all’incontro indetto dall’area "14 luglio" il 21 settembre 2003 sul tema "Partito di sinistra o partito riformista?".

Alcuni di voi avranno letto l’editoriale del Riformista di oggi. In esso si espone senza infingimenti un possibile percorso. Davanti ai disastri di Berlusconi l’opposizione ha l’obbligo – c’è scritto – di salvare se stessa e il Paese. Cito: "per far questo deve smettere di essere sinistra. Per conto nostro farebbe bene a dirlo esplicitamente, dando vita a un partito nuovo, così limpidamente riformista da potersi anche alleare, alle elezioni e nel governo, con la sinistra, radicale ma minoritaria e ancillare". Questa mi pare l’essenza del progetto che è in divenire.

Da ciò, mi pare, le domande sottese a questo incontro: è possibile che si apra una nuova fase per la sinistra italiana? Ovvero, ci sono davvero gravi rischi per l’esistenza stessa della sinistra nel nostro Paese o per la sua riduzione a un ruolo ancillare? Occorre concordare su ciò che intendiamo per sinistra, parola che, ovviamente, ha molti significati. C’è una sinistra della destra, c’è una sinistra delle forze moderate, c’è stata, com’è noto, una sinistra democristiana, una sinistra, appunto, liberalsocialista.

Mi riferisco ad un’altra accezione, e cioè ad una sinistra rinnovata, che sia l’erede di quella sinistra politica che ha rappresentato nel 900 il movimento operaio italiano. Dentro queste parole, vorrei raccogliere ciò che mi pare essenziale, cioè non transeunte, di quella esperienza. In un primo luogo una rappresentanza politica, cioè un’entità che trasferisca nella sfera della politica, cioè in una dimensione generale, quell’insieme di interessi, di bisogni, di punti di vista che sorgono nei nostri ceti di riferimento e si ponga l’obiettivo dell’unificazione del mondo del lavoro.

Una sinistra rinnovata perché va da sé che quelle forme politiche del Novecento, quei partiti non ci sono più. E’ cambiato il testo perché è cambiato il contesto. In terzo luogo l’aggancio al movimento operaio. Vorrei sottolineare che in queste parole si evoca una categoria, quella del movimento, che è dentro l’idea stessa che noi abbiamo di una democrazia complessa e partecipata. Operaio, infine, per indicare una sorgente della nostra rappresentanza, che è quella del mondo del lavoro. Mi pare che tutto ciò presupponga una categoria ben sottolineata in un recente scritto di alcuni giorni fa su L’Unità a firma Di Siena, Mele e altri compagni, e cioè l’autonomia della sinistra a partire dalla rappresentanza del lavoro. Ma in che cosa si concretizza l’autonomia politica della sinistra, se non nel dare risposte alla sua ragion d’essere, e cioè quella del governo della trasformazione? La sinistra esiste per cambiare lo stato di cose presente e tale cambiamento non può che avvenire se essa assume un ruolo di direzione, insomma di governo.

Ebbene, ciò che può essere messo in discussione dai processi politici in corso, è proprio questo. Insiste in questa circostanza un travaglio all’interno dei Ds di cui questa discussione è una prova. Sapete che io rappresento un altro partito e quindi guardo con rispetto a tale travaglio. Ma nel momento in cui il segretario di questo partito si pone delle domande e degli obiettivi che vanno oltre una questione interna ai Ds è legittimo che tutti – anche io – si esprimano. Devo dire che l’articolo di Fassino su l’Unità di alcuni giorni fa mi è parso l’ultimo capitolo del volume Per Passione. Una lettura sorprendente, dove si racconta una storia, quella del Pci, una storia comune a tanti di noi, con un’ottica, per così dire, molto particolare. Una storia in cui in ultima analisi si dipinge un Berlinguer conservatore, che rifiuta il rinnovamento, e un Craxi innovatore, e per farla breve si dà ragione, anche con la trista e sconcertante metafora del suicidio di Berlinguer, a Craxi. L’argomento si presta ad un approfondimento in altro luogo, ma mi pare la base storico biografica delle più recenti affermazioni di Fassino.

Si parla di riformismo. Non c’è partito oggi in Italia, compreso Forza Italia e la Lega, che non parli di riformismo. C’è un uso delle parole oggi che svuota la distinzione. Per Fassino il riformismo è un "progetto di cambiamento e di innovazione". Ma rispetto a quali interessi? Quale storia? Quale visione del mondo? Con quale rapporto con la globalizzazione? Con l’economia italiana ? Con i ceti sociali? E specialmente, per fare che cosa? Cioè con quale programma? Fassino, per ora, non dà risposta. Fassino pensa "non ad una aggregazione dei moderati, bensì ad un soggetto riformista". Per quale ragione una forza politica che nasca dalla fusione o dalla federazione col partito democratico e col partito di Boselli non dovrebbe spostarsi su posizioni più moderate? In base a quale logica il partito di Fassino, Parisi e Boselli non dovrebbe essere più moderato del partito di Fassino, Di Siena e Salvi?

Sia chiaro: il dibattito interno a un altro partito va rispettato. Si può o meno condividere, sapendo qual è la scelta che si sta operando. Io credo che si pensi ad una formazione politica che rappresenti o contenga la parte migliore della imprenditoria italiana, dal gruppo Caracciolo a tanti giovani imprenditori, il meglio del pensiero liberalsocialista, che esprima un compromesso con una parte della cultura democristiana, penso alle scuole private, e si ponga il ragionevole obiettivo di una modernizzazione che risolva la storica arretratezza dello sviluppo italiano. Insomma, quel compimento della rivoluzione democratico borghese in Italia al tempo della globalizzazione, e davanti al fallimento della destra nel dar vita a un partito liberale e democratico. Progetto nobile, e da approfondire.

Un progetto, però, che può comprendere, in uno scenario di governo, la tentazione a una nuova politica dei due forni, appoggiandosi ora a forze di centro, ora a forze di sinistra.Ma non si può ignorare che questa opzione va oltre Pesaro, oltre un partito socialdemocratico italiano mai nato, e, se mi è consentito, oltre Blair. Si può non vedere la recente debacle elettorale dei laburisti? E – è di ieri – il crollo dei socialdemocratici tedeschi in Baviera, dopo le dichiarazioni di Schroeder sulla riforma del welfare? Insomma, quando una forza di ispirazione di sinistra si sposta su posizioni moderate, prima o poi perde e vincono i moderati o i conservatori, com’è ovvio. Ma, sempre citando Fassino si parla di "un riformismo che trovi un popolo". E tutti noi sappiamo cosa vuol dire questa frase. C’è il rischio di un riformismo senza popolo, cioè di un partito illuminato, ma che non rappresenta di per sé quegli interessi e quei bisogni che partono dal mondo del lavoro, ovvero che li rappresenti in modo subalterno.

Ma se così fosse scomparirebbe quella sinistra che ho provato a tratteggiare e si creerebbe un vuoto politico che giudico pericolosissimo in una fase economica di crisi strutturale in cui le condizioni del popolo appunto tendono ad un drastico peggioramento. C’è una rabbia crescente, sorda, nei confronti di un Paese in cui è aggredito in modo violentissimo il tenore di vita. Inutile dircelo fra di noi, ma sapete perfettamente che l’inflazione al 2,8% è una categoria dello spirito. L’inflazione vera, quella delle persone normali, oramai è a due cifre e nessuno sa con esattezza che cifre sono. Questo contesto, come sapete bene, è caratterizzato da un governo che sta portando avanti una sorta di militarizzazione della politica, della informazione, dei rapporti sociali, una fuoriuscita dal patto sociale costituente. Io credo che il fenomeno Berlusconi sia una cosa moderna, locale, ma non localistica, collegata ad una tendenza mondiale che vede nel Presidente degli Stati Uniti il più autorevole esponente. Per questo faccio parte di quelli che rimangono ancora esterrefatti quando leggono sul Corriere della Sera che il compagno Bassolino invita a non farsi scippare il premierato forte da Berlusconi.

Che fare in questa situazione? Certo, il partito riformista è una tendenza. Le federazione dei riformisti evocata ieri da Fassino è una funzione di questa tendenza. Né è possibile ora dire se si realizzerà il prodromo di questo partito, cioè la lista unica per le europee che, come sapete, tutto sarà tranne che unica. Ma colpisce l’insistenza su questa linea della lista. Rimane, come sempre, un mistero sul "per fare che cosa". Lista cosiddetta unica "a prescindere", quindi. I comunisti italiani hanno già deciso che non saranno della partita. Però auguro alla lista riformista, ove si facesse, davvero un successo. Distinti ma non distanti. Comunque alleati. Vorrei però solo accennare al fatto che nel nostro Paese normalmente l’accorpamento di forze diverse in una sola lista ha portato alla sconfitta: nel 1948 a sinistra, nel 1953 a destra, sempre fra Psi e Psdi, poco tempo fa fra Sdi e verdi – il Girasole -. Ma il caso più eclatante furono le ultime regionali. In Lombardia si volle per forza andare alla lista unica (che ovviamente non fu unica) per scelta dei Ds e di Martinazzoli. Il centrosinistra ebbe meno voti dei soli Ds alle precedenti elezioni. Un risultato catastrofico. Potrei continuare con mille argomenti. Auguri ai sondaggi. Ma se perde? Ammettiamo poi – non voglio approfondire – che non si faccia, per le mille opposizioni interne e per tante altre ragioni interne agli stessi aderenti – adesso – a questo progetto. Chi paga politicamente se non Prodi? Bel risultato! Quello di indebolire il futuro candidato unitario contro le destre.

Tornando al tema della sinistra, in questo scenario le forze politiche e sociali che ritengono essere un valore irrinunciabile l’autonomia della sinistra per il governo della trasformazione devono porsi il problema qui ed ora.

Sapete che i Comunisti italiani si sono posti da tempo l’obiettivo di rilanciare la sinistra nel nostro Paese. Per questo da tempo abbiamo proposto una Confederazione a tutte le forze della sinistra italiana. A maggior ragione lo facciamo oggi, senza alcuna preclusione. D’altra parte prendiamo atto che i processi in corso vanno esattamente nella direzione contraria. Rilanciamo questa proposta verso chi ci sta. Che si chiami confederazione, o alleanza o quant’altro è del tutto indifferente. Ciò che conta è porre le basi di un rapporto organizzato e permanente fra tutti coloro, nei partiti, nelle associazioni e nei movimenti, che intendano rilanciare l’idea di una sinistra nel nostro Paese, senza alcun settarismo. E da dove partire se non dall’Italia che vogliamo, cioè dal programma della sinistra? E cos’è il programma se non la bandiera, cioè la verifica di merito della rappresentanza sociale? Non si parte dall’anno zero, a cominciare da un ripensamento del ruolo del pubblico nel nostro Paese, dall’abolizione della legge 30, dalla legge per la rappresentanza sindacale. Non vado oltre per brevità. Vorrei che sia chiaro che noi non pensiamo a una confederazione di tutti coloro che nel proprio cuore si sentono comunisti o si dichiarano tali. Sarebbe una operazione ideologica e velleitaria.

Ci rivolgiamo a tutti coloro che condividono l’idea di una sinistra autonoma che si pone l’obiettivo del governo della trasformazione in una strategia unitaria per battere le destre. Dentro a questa autonomia c’è una cultura ambientalista, una cultura cattolica, una cultura socialista, una cultura comunista, una cultura laica e progressista. C’è la cultura new global. Credo che il punto di congiunzione di queste culture sia riconducibile a tre parole: il lavoro, la pace, la Costituzione. Se mi è consentito, lavoro, pace e Costituzione senza se e senza ma. Una confederazione dunque, cioè un rapporto organizzato in cui non si perdano le distinzioni e in cui ciascuno ritrovi la sua identità come un valore aggiunto e non come una negazione della propria storia e della propria cultura. Un’alleanza di sinistra di forze politiche e sociali quindi, aperta a tutti, compresa Rifondazione, per essere chiari, ma con un altrettanto chiaro obiettivo: l’alleanze delle forze democratiche come unica possibilità per sconfiggere questa destra e per avviare il governo della trasformazione.

La storia della sinistra italiana ha un secolo. Ma non sta scritto da nessuna parte che essa debba continuare. Dipende anche da noi. Da voi. Per ciò che riguarda i Comunisti italiani si sappia, per quanto ancora modesto sia il nostro partito, che siamo pronti a mettere a disposizione la nostra forza e la nostra organizzazione per una prospettiva di rilancio della sinistra.