L’EUROPA A FIRENZE – Venier

L’EUROPA A FIRENZE

LA RELAZIONE DI IACOPO VENIER

Iacopo Venier

Firenze, 16 ottobre 2003

Care compagne, cari compagni,
la seconda guerra in Iraq e l’avvio della fase finale dell’allargamento dell’Unione verso Est rendono cruciale affrontare il tema strategico della proiezione Sud dell’Europa.
Senza un rilancio politico della questione del Mediterraneo c’è, infatti, il rischio che l’Europa perda una occasione storica di sviluppo e la possibilità stessa di svolgere un ruolo di Pace nel mondo.
Solo otto anni fa l’Unione si dava un progetto ambizioso. Del processo di Barcellona oggi però resta ben poco o meglio restano le conseguenze delle politiche marcatamente liberiste che esso ha avviato.

La crisi, evidente dagli stessi documenti dell’Unione, è politica e negli ultimi mesi è stata amplificata dal cambiamento radicale che ha subito la situazione internazionale.
Nel 1995, quando l’Unione Europea a Barcellona decise come una delle proprie priorità il Mediterraneo come spazio economico, politico e sociale, eravamo in un’altra fase storica, completamente diversa dall’attuale. Allora, dopo la conclusione della prima Guerra del Golfo, sembravano aprirsi nuovi scenari tra i quali, certo il più importante, era il processo di pace tra israeliani e palestinesi.
Oggi dobbiamo constatare come quelle speranze di Pace erano tutt’altro che fondate e che, come era del resto prevedibile, quella guerra non aveva risolto nessuno dei problemi aperti ma anzi li aveva aggravati creando ulteriori elementi di instabilità.
L’Europa del resto non è affatto immune da responsabilità per il fallimento del processo di Pace iniziato a Oslo. L’Europa non ha saputo svolgere alcun ruolo ed ha assunto una posizione di impossibile neutralità tra occupanti ed occupati, tra vittime ed aggressori. Questa gravissima scelta ha consentito ad Israele di continuare a prescindere dal diritto internazionale e ciò è stata la premessa del fallimento. L’assenza di una politica estera comune, l’incapacità di imporre il proprio ruolo nella regione, il rifiuto di far applicare le stesse norme del trattato di associazione con Israele hanno mostrato tutta la debolezza politica dell’Europa che la porta nei fatti ad essere irrilevante nelle vicende Medio Orientali e quindi del Mediterraneo.

La crisi del Processo di Barcellona non avviene sul piano economico ma su quello politico.
E’ stato un errore grave pensare di poter affrontare i problemi di un’area tanto vasta e con tante contraddizioni riproponendo semplicemente lo schema che aveva in passato consentito la nascita dell’Unione Europea.
Non basta, infatti, dire che vista la presenza di un mercato potenziale di 800-900 milioni di consumatori, vista la forza economica che l’Europa esercita sull’area, si poteva dedicarsi alla organizzazione di questo mercato e poi avremmo automaticamente visto lo sviluppo della politica.
L’economia, o meglio i processi liberisti di privatizzazione e valorizzazione capitalista sono andati molto avanti. Da questo lato possiamo registrare che gli accordi di associazione hanno mantenuto le promesse aprendo i mercati ai capitali europei e spingendo i processi di privatizzazione e liberalizzazione. Questi accordi però hanno completamente fallito sul lato della integrazione politica, di una idea comune di sicurezza, di un progetto di sviluppo integrato.
I trattati di associazione hanno aperto la strada ad un flusso di ricchezze che dal sud oggi si dirige verso i mercati europei senza risolvere nessuno dei problemi strutturali della economia di questa area ma anzi amplificando le contraddizioni ed alimentando tutte le forme di sfruttamento.

Non a caso queste politiche generano un flusso migratorio incontrollabile che destabilizza entrambi i poli della migrazione togliendo spesso ai paesi del Sud le risorse umane indispensabili per il proprio sviluppo ed utilizzando questo capitale umano come massa di manovra al fine di scardinare il mercato del lavoro nell’Unione. In Europa in questi anni si è diffusa una vera e propria psicosi dell’assedio. I media e una parte delle classi politiche hanno indotto l’opinione pubblica a pensare di essere a rischio a causa delle migrazioni. La destra soffia sul fuoco alimentando la paura della immigrazione legata al fenomeno dell’estremismo islamico ed il pericolo terrorista. L’immigrato è visto come elemento destabilizzante, colui che scardina sia sotto il profilo economico che sociale che religioso il nostro status quo. E’ impossibile rispondere a questo attacco in maniera valida senza ripensare completamente le forme di interscambio fra le due sponde del Mediterraneo.

Affrontare il tema dell’integralismo islamico implica però fare i conti anche con il gravissimo deficit di democrazia che coinvolge molti Paesi dell’area. Se oggi vogliamo riproporre un modello laico vincente dobbiamo iniziare proprio con il dare risposte concrete al bisogno di riscatto che umiliazioni secolari e in ultima l’occupazione della Palestina e la guerra in Iraq hanno generato fra le popolazioni del sud del Mediterraneo. Democrazia e diritti, è questo il solo binomio da cui può ripartire il Mediterraneo. Non abbiamo mai creduto in governi eletti con il 99% dei consensi, come non possiamo accettare che questi siano chiamati "moderati" o messi al bando come criminali solo in base al tasso di affidabilità e di amicizia con gli Usa. Inoltre da laici e da progressisti non possiamo assistere senza reagire alla criminalizzazione dell’idea islamica. Politiche di discriminazione contro gli islamismi si sono dimostrate strumentali per attaccare tutte le opposizioni anche quelle di sinistra. Inoltre questo atteggiamento verso le popolazioni musulmane in questi anni ha rafforzato l’attrattività delle forze più integraliste, rendendole sempre più aggressive e mettendo in moto in circolo perverso e pericoloso.

Questa deriva è alimentata anche dalle evidenti contraddizioni europee proprio sui temi dello sviluppo della democrazia e dei diritti umani.
Se questa è questione non trattabile, come potremmo dedurre dal fatto che l’Europa ha bombardato la Jugoslavia proprio in nome dei diritti umani e della democrazia, come si spiega il silenzio sordo verso la continua violazione di questi diritti quando ad essere colpite sono le forze islamiche? Con la scusa della lotta all’integralismo ed oggi al terrorismo si sono commesse repressioni brutali e cancellati diritti civili e politici. Questo non ci può essere indifferente proprio quando denunciamo che in realtà chi ha deciso la guerra nei Balcani, come chi ha invaso l’Iraq, aveva scopi ben diversi come dimostra l’attuale situazione della Serbia ed in tutto il Medio Oriente. La maschera ideologica dei diritti umani non può essere indossata solo quando fa comodo.

La questione della democrazia nell’area del Mediterraneo passa attraverso la questione della sicurezza comune e dello sviluppo. Ma se sullo sviluppo abbiamo detto anche nei temi più strettamente legati alla sicurezza è l’Europa ad aver abdicato alla carta di Barcellona. L’ambiguità europea sulle armi di distruzione di massa nelle mani di Israele, l’incapacità di liberarsi dalla NATO e dei vincoli che questa alleanza impone, lo scarso sostegno del ruolo dell’ONU in vicende cruciali come Palestina, Cipro e Sahara Occidentale hanno impedito il crescere di quella fiducia reciproca che è premessa di una comune idea di sicurezza.

E’ quindi chiaro che non è la mancanza di un interesse economico ma è un drammatico deficit politico che ha impedito all’Europa di affrontare attivamente i problemi di fondo svolgendo una azione reale di integrazione dell’area. Questo fallimento ci consegna una realtà dove l’Unione Europea è percepita come ancora più distante ed ostile da parte dei popoli della sponda sud del Mediterraneo.

Tutto ciò che era vero ieri, oggi è ancora più grave poiché la nuova guerra e l’invasione dell’Iraq ci hanno fatto entrare in una situazione completamente diversa che rischia di trasformare il Mediterraneo oggi in una frontiera tra mondi e civiltà e domani in cuscinetto nello scontro fra Stati Uniti e Cina.
Significativi in questo senso sono stati i viaggi affannati nei paesi del Mediterraneo arabo di Chirac e Prodi che hanno tentato di tamponare le falle nel momento più drammatico quando parte fondamentale dell’Europa mediterranea ed atlantica si schierava con Bush e la sua guerra infinita.
Aznar e Berlusconi hanno fatto scelte gravissime non solo per i loro paesi ma per l’intera Europa. E’, infatti, sempre più evidente che l’attuale fase della cosiddetta guerra permanente e preventiva contro il terrorismo sta aprendo tra l’Europa ed i Paesi Arabi un solco profondo sia sotto il profilo politico-culturale che su quello economico.
Siamo di fronte ad una offensiva militare che, per le sue caratteristiche imperialistiche e neo coloniali, mostra con brutalità gli obiettivi che muovono le lobby neoconservatrici statunitensi. Dopo l’11 settembre 2001 gli USA sono all’offensiva in tutto il pianeta per consolidare la loro supremazia militare, politica e commerciale. Nello scontro in corso nell’area del Medio Oriente e nel Mediterraneo l’offensiva USA si avvale della copertura di una maschera ideologica e religiosa che indica sostanzialmente nel mondo islamico la fonte dell’insicurezza e del terrorismo.
L’Europa deve reagire subito a questa politica anche perché uno degli obiettivi primari degli USA in questa fase è assoggettare definitivamente il nostro continente ai loro disegni.
Per reagire non dobbiamo in nessun caso inseguire gli USA sul loro terreno ma puntare sul dialogo politico e culturale, su un diverso modello di sviluppo e su un multilateralismo che sia in grado di rendere di nuovo efficaci le istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite.

L’area del Mediterraneo in questo senso diviene cruciale, non solo per la prossimità ai confini dell’Unione, ma perché proprio in quest’area come europei abbiamo mostrato nel passato il peggio di noi assumendoci responsabilità storiche enormi essendo stati colonialisti ed avendo usato armi di distruzione di massa per schiacciare la resistenza dei popoli.
E’ inoltre chiaro che se il Mediterraneo divenisse un solco, una frontiera della fortezza Europa l’Italia, e tutti i paesi mediterranei dell’Unione, rischiano di veder svanire ogni possibilità di sviluppo cadendo in una ulteriore marginalità. Il nostro Paese in particolare sta perdendo l’occasione storica di divenire il centro di una grande area di pace e sviluppo.

Non sarà però semplice rilanciare la priorità dell’investimento politico su quest’area. Bisogna, infatti, tener conto che l’Unione dovrà concentrare nei prossimi anni gran parte delle proprie risorse politiche e finanziarie, per sostenere i processi di convergenza dei Paesi che entreranno nel 2004 e ciò può determinare proprio in questa delicatissima fase una possibile caduta dell’interesse europeo per il Mediterraneo.
Senza una chiara svolta che indichi la priorità` degli obiettivi politici dell’integrazione Mediterranea l’Unione rischia di continuare ad operare solo per la realizzazione dell’area di libero scambio. In questa corsa al controllo dei mercati non è ovviamente sola perché stiamo assistendo, proprio nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, ad una fortissima iniziativa degli USA che accompagnano le loro iniziative militari con scelte economiche che mirano ad ottenere un accesso esclusivo alle risorse di questi paesi.
Condoleza Rice ha da poco ufficializzato la proposta di realizzare una comune area di libero scambio tra Usa e i paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente e questo ovviamente prima del 2010.

Il Mediterraneo è quindi un problema politico e strategico con cui anche le forze della sinistra devono fare i conti e questo non solo per constatare che in quest’area passa una contraddizione intercapitalistica tra capitale europeo e statunitense.
Dovremmo invece essere in grado di proporre un diverso percorso per l’integrazione di quest’aree a partire da una critica esplicita delle scelte sin qui realizzate che, come abbiamo detto, hanno già in parte smantellato le difese ed i sistemi pubblici dei paesi della sponda sud per facilitare la penetrazione del capitale europeo in questi mercati.
Dobbiamo anche dire che una Europa che faccia sul serio i conti con il proprio passato coloniale deve dotarsi davvero di una strategia comune e non tollerare che le linee di finanziamento ad esempio dei progetti MEDA siano pesantemente condizionate dalle antiche ed attuali aree di influenza attribuite a ciascun paese europeo. Una riflessione seria sul periodo coloniale deve portare anche a scelte difficili ma essenziali per chiudere quel drammatico periodo, come ad esempio l’annullamento del debito ai Paesi colonizzati a titolo di risarcimento dello sfruttamento passato. In questo senso un valore elevato va riconosciuto alle campagne che in tutto il mondo si sono sviluppate in questa direzione.
Dobbiamo poi aver consapevolezza che dei nodi principali, che bloccavano politicamente l’evoluzione politica mediterranea, solo quello relativo alla Libia sembra essere in via di soluzione mentre la questione palestinese diviene ogni giorno più grave, per Cipro siamo ancora lontani dalla soluzione mentre la vicenda del Sahara Occidentale continua a trascinarsi senza molte speranze.

Parliamo di queste vicende perché non c’è oggi lo spazio per poter affrontare adeguatamente la grande e cruciale questione di Balcani e quindi del destino di nazioni mediterranee ed europee che cercano il loro posto in Europa ma che dell’Europa hanno conosciuto anche le bombe ed i fucili. Voglio solo dire che l’anno scorso si è svolto a Sarajevo un importante meeting delle ONG e delle Associazioni che intervennero a sostegno di tutte le popolazioni civili durante la guerra. Noi c’eravamo ed abbiamo condiviso l’impegno del Presidente Prodi ad aprire immediatamente il capitolo Balcani per portare tutte le nazioni dell’area nell’Unione. Si tratta di dare corso immediato a questa priorità perché in questo caso le nostre responsabilità sono anche più recenti e perché proprio nei Balcani la politica deve anticipare e forzare i tempi dell’economia dato che quest’ultima è stata distrutta da iniziative militari di cui molti paesi europei condividono la responsabilità.

Senza un salto in avanti nel dialogo e nella costruzione di uno spazio Mediterraneo di pace e progresso rischiamo di assistere impotenti ad una involuzione pericolosissima dentro la quale sarà ancora più facile che possano prevalere le tendenze più aggressive del capitalismo (europeo o statunitense poco importa) e delle strategie geopolitiche neocoloniali.
Per questo non crediamo che la sinistra europea debba augurarsi il collasso definitivo del Processo di Barcellona o meglio della sua parte politica.
Attraverso una profonda modifica di questo strumento oppure attraverso un nuovo patto la questione della integrazione politica, sociale, culturale ed anche economica del Mediterraneo deve essere posta.
Questo rilancio non può che partire dall’urgenza di correggere appunto i gravi disastri provocati dalle attuali dinamiche di dominio e di penetrazione economica. Per la realizzazione stessa dei tre cosiddetti pilastri del processo di Barcellona è, infatti, oggi urgente invertire le priorità e puntare subito su una idea di sviluppo comune basato sui diritti sociali e del lavoro, sul rispetto dell’ambiente, su l’interculturalità ed il dialogo politico.

Dobbiamo poi agire su tutti i poli della relazione. Noi abbiamo bisogno di favorire in ogni modo le integrazioni regionali o sub regionali politiche ed economiche. Solo in un rapporto bilanciato e multilaterale è possibile strappare risultati e condizionare i processi.
Per questo dobbiamo dire che se, rispetto al problema del Mediterraneo, l’Europa intende seguire la logica con cui ha affrontato i negoziati di Cancun il disastro è sicuro.
L’esito di Cancun dovrebbe convincere tutti che l’Europa perde se si allea con gli USA per imporre al mondo le logiche delle multinazionali; perde quando non considera che le scelte di politica interna sono elementi fondamentali della propria proiezione esterna (e cioè nel merito quando non ha il coraggio di riformare la propria politica agricola tenendo conto delle esigenze di paesi cui va per lo meno garantita la sovranità alimentare); perde ancora quando non accetta una logica multilaterale e tenta di imporre accordi bilaterali dove far valere violentemente i rapporti di forza come ha fatto con tutti i trattati di associazione Euromed appunto.
L’Europa non può e non deve seguire gli USA nell’attacco a tutte le istituzioni multilaterali. Se lo farà non potrà che soccombere e perderà l’occasione storica di essere perno della costruzione di un nuovo ordine internazionale che sia premessa di pace e sviluppo.

Da dove ripartire quindi.
Il Mediterraneo è la cartina di tornasole di come l’Europa si presenta al resto del Mondo e progetta il proprio futuro.
Noi crediamo che la sinistra debba prendere una iniziativa politica e diplomatica su due piani.
Dobbiamo innanzitutto pretendere una profonda modifica delle politiche dell’Unione su grandi temi fondamentali per una relazione Euromed equilibrata.
Sarebbe un fatto enorme se la sinistra di trasformazione trovasse la forza di avanzare una possibile riforma della PAC che sciolga i nodi. Proprio nel momento in cui dobbiamo fare i conti con la riconversione dell’agricoltura polacca, è necessario però considerare lo sviluppo agricolo non solo un problema interno ma di una area più vasta e valutare le conseguenze di ogni singola scelta. Per puntare su uno sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile dalla Polonia alla Tunisia bisogna infatti prendere in mano con coraggio anche il grande tema dei dazi europei che colpiscono le economie del sud con conseguenze non molto diverse da quelle che provocherebbe una guerra tradizionale.

Altro tema fondamentale sono le politiche migratorie dietro le quali si celano interessi nascosti e speculazioni meschine. Rifiutare le restrizioni razziste imposte dalla destra e smascherare la speculazione politica che questa sta facendo sul dramma dei migranti è la premessa per riconoscere a questi lavoratori la piena cittadinanza sociale, politica e civile nell’Unione. Unificare le ragioni della classe anche in questo caso è fondamentale per poter respingere il disegno di chi sfrutta i migranti, li usa per colpire i diritti dei lavoratori europei e li strumentalizza politicamente.

Le riforme interne devono però essere accompagnate da un disegno esterno.
La premessa alla possibilità stessa per l’Europa di poter svolgere un ruolo nel Mediterraneo è una chiara scelta per la Pace. L’Europa tutta deve quindi contrastare il principale pericolo per la Pace e la Stabilità rappresentato dalla guerra imperialistica e coloniale scatenata dagli USA in Medio Oriente.Questa guerra è in corso ed è quindi una priorità assoluta chiedere l’immediato ritiro delle truppe europee di supporto all’illegale occupazione USA. Italiani, spagnoli, polacchi, inglesi devono ritirarsi immediatamente. La gestione della crisi deve tornare nell’ambito della legalità internazionale e del diritto. Ciò significa che l’ONU deve prendere il comando militare e civile in Iraq e imporre ad Israele l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.
L’Europa deve svolgere un ruolo attivo proteggendo la popolazione palestinese vittima dell’occupazione e contrastando la realizzazione del Muro della vergogna che non risolve alcun problema di sicurezza ma serve ad Israele per annettersi nuovi territori. Dobbiamo invece chiedere l’invio di una forza di interposizione che garantisca subito la nascita dello Stato di Palestina.

Non c’è poi un futuro per L’Europa senza un futuro per l’Africa. Per questo diventa strategico il rapporto con la nuova Unione Africana pur nella consapevolezza piena delle contraddizioni e difficoltà in cui è nata. L’Europa per ragioni geopolitiche legate al multilateralismo ed anche per ragioni economiche e sociali ha sempre più bisogno di un’Africa autonoma che possa uscire dalla propria condizione di sofferenza. Bisogna saper vedere che l’Africa oggi non è solo la disperazione provocata dalle multinazionali, dal neocolonialismo e dalle guerre che questi producono. In Africa avvengono fatti nuovi che hanno un impatto globale come dimostra il ruolo cruciale svolto a Cancun dai paesi africani e come dimostra lo stesso NEPAD il piano per lo sviluppo africano che contiene luci ed ombre ma con il quale l’Africa per la prima volta si pone autonomamente di fronte al mondo occidentale al quale chiede alla pari di avviare una partnership seria e concreta.

Sostenere uno sviluppo equilibrato significa prima di tutto stabilire una relazione paritaria e strumenti concreti capaci di finanziare la crescita e le infrastrutture ed una economica integrata attenta alle ricadute sui territori . Oltre al necessario rilancio ed alla revisione dei fondi dedicati appare interessante la proposta di una Banca Euromediterranea dove siedano in modo paritario i rappresentanti delle due sponde del Mediterraneo. Pensiamo ad una istituzione finanziaria che sostenga l’accesso al credito ed al microcredito di soggetti economici che mettano in campo progetti strutturalmente integrati tra le due sponde e che abbiano come obiettivo la crescita di una economia sana ed equilibrata .

Tra Europa e Africa c’è un mare decisivo. Quest’area ha una sua specificità e quindi specifici problemi. A quest’area serve un disegno anche istituzionale che organizzi il dialogo sul piano democratico, che consenta di far emergere la ricchezza delle società.
E’ affascinante l’idea avanzata da alcune fondazioni di lavorare per la nascita di una struttura politica mediterranea, una sorta di Unione del Mediterraneo che faccia da ponte tra l’Unione Europea e quella Africana. Certo è un progetto per un futuro che oggi appare molto lontano.
Certo però che contro il Mediterraneo dei mercati serve un Mediterraneo delle società che si doti di un dialogo stabile e che affronti anche i nodi più difficili come quelli delle forme e degli strumenti della democrazia.
La sinistra di trasformazione deve prendere l’iniziativa su questo terreno. Teniamo pur conto delle difficoltà del Forum Sociale Mediterraneo e dello stesso Forum dei Partiti della Sinistra del Mediterraneo. Queste difficoltà le dobbiamo superare in avanti indicando una proposta capace di mobilitare energie ed intelligenze, una prospettiva di speranza, ed una strada per la politica in grado di modificare il corso dei processi in atto.
Dobbiamo insomma articolare una proposta complessiva che sia in grado di mostrare che un altro Mediterraneo è possibile il Mediterraneo della Pace, dello Sviluppo e dei Diritti Umani.