LO SPIRITO E L’IMPERO

LO SPIRITO E L’IMPERO

Paola Pellegrini

Roma, 23 ottobre 2003

Ampi stralci di questo articolo, che proponiamo in forma integrale, sono stati pubblicati sul numero di Rinascita uscito venerdi 17 ottobre.

Un bilancio critico del pontificato di Woityla, oltre l’emozione mediatica, non è impresa facile, soprattutto per l’ampiezza del ruolo svolto da Giovanni Paolo II in un periodo assai lungo, un quarto di secolo che ha visto la trasformazione radicale del mondo contemporaneo. L’opera di Woityla è stata enorme: più di cento viaggi internazionali, quattordici encicliche, centinaia di beatificazioni e di canonizzazioni, 2.399 discorsi, un lavoro politico e diplomatico continuo scandito dai suoi incontri con personalità politiche e governi in ogni parte del mondo. Ripensarci ora dà quasi una vertigine, ma certo era difficile in quell’ottobre del 1978 prevedere il suo ruolo centrale nelle vicende che hanno provocato la crisi e poi il crollo del socialismo nell’Europa dell’est; come altrettanto difficile immaginare il successore di Giovanni XXIII e di Paolo VI impegnato a restaurare una Chiesa scossa dal Concilio Vaticano II per farla ritornare potenza consolidata universale. Il clamore assordante delle celebrazioni usa l’immagine, accortamente giocata da anni in grandi atti pubblici, eventi mediatici, raduni oceanici, come ad impedire una lettura in profondità. Papa contraddittorio, si è detto, ambiguo miscuglio di anticomunismo e di critica degli eccessi del mercato.

Ma a ben guardare emergono le radici e i retaggi dell’azione di Woityla. Sostenitore nel concilio delle riforme volte a modernizzare l’immagine della Chiesa, aveva poi guardato con preoccupazione alle trasformazioni profonde scaturite dallo spirito conciliare. Dall’interno del cattolicesimo polacco, egemone e primitivo, fortemente impregnato di spiritualità mariana e rigido nei suoi contenuti morali, collante nazionale dell’anticomunismo, il Papa intraprende la restaurazione morale, istituzionale e dottrinale della Chiesa. Si usa dire che Il pontificato di Woityla ha inizio con la fase finale dell’Urss. Penso che sarebbe più corretto ricordare che la coincidenza è anche, e soprattutto, con la presidenza Reagan, in quella che, negli Stati Uniti d’America, Hobsbawm definisce "atmosfera prossima all’isteria". La sconfitta in Vietnam, l’ondata rivoluzionaria in America Latina cui fa da sponda la robusta presenza dottrinale e pastorale della teologia della liberazione, la crisi petrolifera e la fine della centralità del dollaro, il tutto in uno scenario internazionale riaperto dalla Ostpolitik (politica e religiosa, si pensi a Willy Brandt e a Paolo VI) verso i paesi socialisti. Terribili anni ’70, questi per il mondo capitalistico, fonte di smacchi e umiliazioni intollerabili per l’establishement Usa. Si può dunque affermare che l’elezione di Woityla coincida con la fase finale della guerra fredda, quella che riprende, virulenta, su vari fronti (strategico-militari, ideologici ed economici). Si abbandonano, nella sostanza, i terreni aperti dalla stagione della coesistenza pacifica (si pensi da una parte all’intenso lavoro sui trattati per il disarmo che segna la prima metà degli anni ’70 e, dall’altra, la mobilitazione sullo scenario europeo dei missili USA). Fase finale di uno scontro tra i due blocchi che viene portato alle estreme conseguenze, usando ogni mezzo possibile, da Solidarnosc all’Afghanistan. Il fatto che la mobilitazione di forme di "contropotere", diciamo così, parta dal punto più esposto del sistema socialista, e cioè la Polonia, non fa che confermare la straordinaria congiunzione delle circostanze in cui è stata possibile un’alleanza, altrimenti impensabile, tra tra Reagan e il Papa di Roma. Certo, I fini ultimi dell’azione pontificia e di quella degli Usa, rispetto allo sconvolgimento dell’assetto dell’Europa e del mondo, hanno radici e prospettive diverse, soprattutto diverso è l’ambito che Woityla intende occupare: con l’eternità dei principi religiosi della Chiesa romana, al di là e al di sopra del dominio politico, si riafferma un primato spirituale, una Chiesa universale che guida e converte, sulle strade infinite del nuovo impero, la moltitudine degli uomini in cerca di valori. Ma non c’è dubbio che, per la lotta al comunismo, non c’era solo necessità di una mobilitazione disciplinata della Chiesa e dei suoi uomini più militanti, ma c’era bisogno di alleanze forti, politiche ed economiche, che il potere americano e molte delle sue organizzazioni cattoliche hanno assicurato, non senza prezzo, ovviamente, basta pensare alla "tolleranza", altrimenti inspiegabile, nei confronti di regimi dittatoriali di destra, come in Cile e in Argentina o l’attacco alla rivoluzione sandinista in Nicaragua. Ma per la Chiesa di Giovanni Paolo II l’inciampo è arrivato, e subito, all’indomani dell’89, con l’esplodere di una questione sociale lacerante in quei paesi ormai preda di un capitalismo feroce, devastati da forme selvagge di privatizzazione ed espropriazione di diritti sociali come la casa, il lavoro, la salute, l’istruzione da una parte e, dall’altra, dalla spudoratezza e dall’ arroganza di un consumismo senza principi. Arriva questo inciampo e fa il paio con l’aggravarsi della fame e della povertà infinita del terzo mondo e, via via, lungo altre tappe di una sequela che, in più di un decennio, hanno prodotto un mondo tutt’altro che liberato, tutt’altro che progredito, tutt’altro che riunificato. Dalla guerra del Golfo, passando per le guerre balcaniche, all’inasprirsi del conflitto medio-orientale, fino alla guerra preventiva di Bush, fino alla teoria dello scontro di civiltà. Qui troviamo, forse, l’unico vero punto di rottura, tra questo pontificato e il nuovo ordine-disordine mondiale. Nello scontro di civiltà non può vivere una Chiesa che si assegna un compito universale di evangelizzazione, né, tantomeno, una Chiesa al cui interno, ancora forti, benchè indebolite, operano le forze vitali del dialogo ecumenico ed interreligioso. Per tutto questo, credo, Woityla ha lottato contro la guerra ripartendo dalla Pacem in Terris, usando, dopo quarant’anni, le parole di questo primo e insuperato magistero di amore, verità, libertà e giustizia per "tutti gli uomini di buona volontà". Le parole amorevoli di Giovanni XXIII ce le ricordiamo tutti, in quella notte che apri il Concilio Vaticano II alla speranza di una nuova Chiesa in un nuovo mondo, dove i semplici e gli umili cercavano un posto nella storia. Così come, sommessamente, ci ricordiamo di quel Dio che è madre nelle parole di papa Luciani. Giovanni Paolo II, in un tragitto umano e cristiano che ieri è stato più controverso che sofferto, ha saputo mostrarci tutta la potenza terrena dell’eterna, rassicurante ricapitolazione del Verbo. Ma oggi, forse, ha rimesso in gioco se stesso, e inchiodato alla sua sofferenza come ogni Cristo alla sua Croce, ci guarda con lo sguardo impotente e cosciente dell’uomo di fronte al proprio limite estremo: in virtù del quale ha bisogno degli altri uomini per vivere.