Albert Kolgjegja, un invisibile del terzo millennio

Albert Kolgjegja, un invisibile del terzo millennio

Alessandra Valentini

Roma, 11 novembre 2003

Albert Kolgjegja, questo il nome dell’operaio morto a seguito del crollo dell’edificio del museo del mare e della navigazione a Genova. Questo il nome di chi ha perso la vita con una ennesima morte annunciata, quella morte che ha dato ad Albert il diritto ad avere un nome, visto che lavorava in nero (egli come tanti altri), precariamente, sotto pagato, con nulla che collegasse il suo nome e quindi la sua esistenza a quel lavoro per cui è morto. Albert fa parte di quella schiera di invisibili, stranieri o italiani in questo caso conta poco, che cercano di lavorare e sono costretti ad accettare ogni condizione, ogni trattamento.
Nel 2003, fino ad oggi, sono morte sul lavoro 694 persone, più di una guerra, il doppio dei soldati americani morti durante il conflitto in Iraq. I numeri più alti, circa venti vittime al mese, si registrano nei cantieri dove – è evidente – la sicurezza dovrebbe essere al primo posto ed invece è sacrificata da altri calcoli. Manifatturiero, trasporti ed agricoltura sono gli altri settori più interessati da questo triste bilancio. Diciamo questo, non per snocciolare i soliti dati, ma per dare realmente le dimensioni di una tragedia che si consuma quotidianamente senza la dovuta attenzione da parte dello Stato e delle istituzioni tutte.

Il caso di Genova è emblematico, dopo il crollo nessuno sapeva dire con certezza quanti operai fossero impiegati al cantiere e quanti fossero al lavoro al momento dell’incidente. I lavori erano svolti da una ditta che aveva ottenuto il subappalto del subappalto: così va il mondo, e così si risparmia, perché magari la prima ditta che ha ottenuto il lavoro in appalto è tutta in regola in materia di norme di sicurezza e contrattuali, ma poi "gira" il lavoro ad altri, che a prezzi più bassi offrono il prodotto. Spesso si verifica che chi ha ottenuto la committenza non sa chi alla fine realmente compie l’opera. È un gioco delle scatole cinesi, peccato però che il meccanismo è quello della roulette russa.
Tutto ciò non è frutto del caso ma della deregolamentazione selvaggia, soprattutto nel settore dell’edilizia, nel corso degli anni 90, ma anche delle scelte di questo governo che ha facilitato e alleggerito tutta la normativa relativa ai subappalti. La Legge 30 attualmente peggiora lo stato delle cose poiché abolisce la responsabilità "in solido" tra ditte appaltanti e appaltatrici, cioè libera il primo committente dalle responsabilità di quanto commesso dal subappaltatore.
Quello che è accaduto Genova accade purtroppo in tutto il resto d’Italia. A Roma, questa estate, ho incontrato degli operai che lavoravano in un grande cantiere, un lavoro pesante ma in regola. Il giorno di ferragosto mi hanno raccontato che non lavoravano, ma il cantiere era aperto comunque, "perché – mi hanno spiegato – i giorni di festa ci sono gli albanesi, lavorano in qualsiasi giorno".
In questo scenario diritti e sicurezza, che dovrebbero andare di pari passo, sono entrambi dimenticati. Tra lavoratori che già compiono lavori a rischio ed usuranti si creano perfino lavoratori di serie Z, che sembrano addirittura "rubare" il lavoro agli altri, in una guerra tra poveri nella quale un diritto assume sempre più l’aspetto di un privilegio o di una gentile concessione.
Il governo, questo governo capeggiato da Berlusconi, è complice e artefice di tutto questo, allora sembra una presa in giro l’idea del ministro Maroni di istituire una commissione di inchiesta sull’incidente di Genova, perché dovrebbero fare una bella inchiesta sulle leggi che vanno approvando da due anni e che minano alle basi diritti, tutele, sicurezza e lavoratori.