Pera, la guerra di religione e l’ossessione identitaria

Pera, la guerra di religione e l’ossessione identitaria

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità del 19 novembre

Gianfranco Pagliarulo

Cosicché secondo il Presidente del Senato Marcello Pera – Il Giornale del 14 novembre – siamo nel pieno di una guerra di civiltà o di religione. E dobbiamo difenderci "anche con i mezzi della forza". Parole scritte nella peggiore delle occasioni possibili – il ricordo dei morti di Nassirija – in esplicito contrasto col presunto carattere "umanitario" della missione militare italiana, e dunque in patente violazione della Costituzione, di cui la seconda carica dello Stato dovrebbe essere fra i più riservati custodi. Con un blasfemo riferimento a Dio. Non nuovo, c’è da dire. Basti pensare all’intervista pubblicata su Repubblica del 31 ottobre. Il Presidente del Senato si avvia sulla china di una indistinta e contraddittoria commistione con i vari segmenti della cultura di destra, compresi i più oscurantisti. Una cultura che in Italia cerca disperatamente – e velleitariamente – di essere egemone, ma conserva, come ha riconosciuto Marcello Veneziani, "un patologico vittimismo unito a un retrogusto di acidità". Parole che ben definiscono l’attuale Pera-pensiero.
Prevale, nelle parole di Pera su Repubblica, l’ossessione identitaria. Egli ambisce a "un’Europa identitaria", evoca "prove identitarie, prima di tutto", utilizza Benedetto Croce come una clava, sostenendo che "non basta più affermare che "non possiamo non dirci cristiani", ma che "dobbiamo dirci cristiani". Attribuisce questo imperativo categorico, in base a un particolarissimo uso della proprietà transitiva, ai liberali, ai laici, agli europei. E, prendendo atto che la realtà gli nega questa sequenza di dogmi e sillogismi, piomba nella più cupa disperazione, proclamando motu proprio su Il Giornale la guerra di religione.
Si tratta di una sindrome non molto diversa, sul piano delle paure che la evocano, dal confuso magma xenofobo dei leghisti. Si intende un’Europa che si vorrebbe vigile e circondata da cavalli di Frisia, in grado di stroncare ogni tentativo di invasione barbarica, dalle "strategie sull’immigrazione", al "fondamentalismo islamico". Un’invasione – si noti – che non solo proviene dall’esterno, ma che conta in qualche modo su varie quinte colonne: "il pregiudizio anticristiano", "la forte componente antiitaliana, che ha come obiettivo il governo Berlusconi", e persino "l’elemento anti Commissione", ha dichiarato nell’intervista a Repubblica.

Dunque il mondo di Pera è il luogo del bellum omnium contra omnes. Più che ispirarsi al pensiero tranquillizzante di Locke, pur citato, Pera sembra guardare alla visione fosca e pessimistica di Hobbes. Unica difesa dall’invasione barbarica, sul piano pratico, è "la guerra di civiltà" e il patto d’acciaio con gli Stati Uniti. Sul piano spirituale sono "le radici cristiane, da cui derivano i diritti civili, di cui gli individui sono titolari dalla nascita, anzi – scrive – dal concepimento". Perché? Perché "sono lo specchio – ha aggiunto – del dio-persona che abbiamo imparato a conoscere col cristianesimo". Chi può negare la grande funzione storico-sociale, oltre che spirituale, del cristianesimo? Il problema sorge quando, nell’ossessione identitaria del professor Pera, dall’Europa vengono espunti, a un tempo, la rivoluzione francese e la grande tradizione del pensiero economico sociale di ispirazione egualitaria e socialista. A dire il vero il 1789 era già da tempo stato messo all’indice non solo dal filosofo Buttiglione, con connessa e provvidenzialistica rivalutazione del Medio Evo, ma anche dal "laico" Ferdinando Adornato che aveva indicato nella rivoluzione una sorta di corpo estraneo alle magnifiche sorti e progressive dell’Europa.
Il professor Pera preferisce ignorare. Ne viene fuori una visione quanto mai ideologica (ma non eravamo nel tempo della fine delle ideologie?) incardinata su di un assunto liberal-oscurantista, in cui ci si inerpica su scoscesi dirupi che vanno dal mito della guerra ai "diritti del concepito" (a quale mese, giorno, ora dal concepimento?) e persino al dio-persona.
Attenzione: se c’è un dio-persona, risulta difficile ridurlo alle persone del vecchio continente. C’è il dio-persona nell’immigrato. C’è il dio-persona dei tanti morti ammazzati a Falluja. Quanti? Mille? Diecimila? Pera sorvola. A meno che il dio-persona – per Pera – sia soltanto l’introiezione individuale, soggettiva, del carattere divino della persona limitato a se stessa. Ma con quali mostruose conseguenze rispetto all’altra umanità, quella non baciata da tale fortuna? Forse che c’è una parte dell’umanità divina, quella europea con "radici cristiane" e un’altra parte non toccata da questa provvidenziale contaminazione? Se così é ci troviamo davanti ad un’aberrante distinzione più o meno teocratica fra le persone. Se così non é, se cioè per Pera il dio-persona si incarna in tutte le donne e gli uomini, non si capisce come il dio-persona dell’immigrato debba, per poter aver diritto di soggiorno in Italia, stipulare un contratto di lavoro fra privati con un imprenditore italiano, forse un dio-persona più importante. Non si capisce il silenzio sui tanti iracheni che sono morti (e moriranno) sotto i bombardamenti americani e in quella guerra non dichiarata che infuria nel Paese. Eppure proprio Marcello Pera ha ricordato giustamente che il comandamento "non uccidere" è "diventato norma giuridica positiva in tutti i codici degli Stati europei". Ma se è così quale radice cristiana viene espressa da governi, da quello inglese a quello italiano, che hanno partecipato o accettato come giusta e necessaria una guerra di invasione che ha nei fatti sospeso il comandamento, avviando un’orgia di sangue tutt’ora in corso? E quale modello possiamo trovare in una società – quella americana – dove vige incontrastata la pena di morte? E quale radice cristiana c’è nelle parole di Pera, che chiama all’arruolamento nella nuova crociata?
Marcello Pera paventa la scristianizzazione dell’Europa. Ma si è accorto della violazione radicale e permanente del precetto cristiano che avviene nella vita (e nella morte) quotidiana, dal Mediterraneo all’Iraq, dalla Palestina alla Cecenia? Le "radici cristiane" sembrano indossate come un usbergo o brandite come una spada nella guerra di religione che é nel pensiero di Pera l’unico e ineluttabile esito della fase attuale.
E’ la sindrome della fortezza del deserto dei tartari: un’Italia assediata in Europa da una congiura antiberlusconiana e anticristiana, un’Europa assediata da un mondo – Stati Uniti esclusi – dominato dal fondamentalismo islamico e da quant’altri nemici, peccatori, invasori si possa immaginare.
L’articolo su Il Giornale e l’intervista su Repubblica al Presidente del Senato non sono la prova dell’esistenza di Dio. Sono però la prova dell’esistenza di un liberalismo che tramonta nella triste contaminazione causata dal germe dell’oscurantismo, quel germe che ha infettato i Palazzi del nostro Paese e che sta causando allarme e preoccupazione in tutta Europa. Può l’Italia avere un Presidente del Senato bellicista, liberal-oscurantista? Un Presidente che ha espunto dalla Costituzione l’art 11 e che vede nemici ovunque in Europa, a cominciare dal suo Parlamento?