GLI INVISIBILI DEL TERZO MILLENNIO – Tibaldi

GLI INVISIBILI DEL TERZO MILLENNIO LA RELAZIONE INTRODUTTIVA AL CONVEGNO

Dino Tibaldi

Roma, 20 novembre 2003

L’aver posto già nel Congresso di Bellaria la centralità del lavoro come momento fondante dell’identità del partito e come impegno prioritario nell’attività e nell’operare politico dei Comunisti Italiani, risulta oggi – alla luce degli avvenimenti intercorsi – un’intuizione felice ed una scelta politica quanto mai opportuna e di grande attualità.
Oggi il Partito si appresta a fare con il prossimo congresso un ulteriore passo in avanti e la discussione di oggi può essere un notevole contributo.
Per questo l’abbiamo voluta aperta anche a contributi esterni.

L’attacco esasperato e dai chiari contenuti di classe che il Governo di centro-destra sta portando alle condizioni di vita, ai diritti e alle conquiste dei lavoratori pongono la necessità di confermare quella scelta, approfondendone ed aggiornandone i contenuti e creare le condizioni per cacciare Berlusconi.
D’altra parte, nel biennio trascorso il riesplodere del conflitto sociale, la partecipazione alle iniziative ed alle grandi manifestazioni promosse dalla CGIL, il riemergere di un protagonismo di massa dalle dimensioni e caratteristiche quali non si vedevano da gran tempo, riportano il lavoro ed i lavoratori al centro dello scontro politico, in Italia ed in Europa.

Conflitto sociale e lotta per la pace, difesa dei diritti e della democrazia, sono, con tutta evidenza, aspetti e dati strutturali, quindi non transitori, ma di lungo periodo, che caratterizzano questa fase, rispetto ai quali è necessario predisporre strumentazioni politiche adeguate.
In altri termini, è necessario elaborare una strategia che muova da un’ottica di classe, che ponga al centro il punto di vista dei lavoratori.
Da troppo tempo i lavoratori, i loro problemi, le loro esigenze di lungo e di breve periodo sono scomparsi dall’agenda della politica, sono diventati "invisibili", relegati a problema tra i problemi.
In altri termini, il mondo del lavoro dipendente non ha oggi in Italia una rappresentanza politica adeguata.
Impropriamente, è stato il Sindacato confederale, e la CGIL in particolare, a svolgere un ruolo di supplenza politica; supplenza, però, che se dovesse continuare nel tempo porterebbe ad approdi pericolosi ed insostenibili per la stessa organizzazione sindacale
Compito dei Comunisti è, allora, quello di cogliere questa occasione, pensare in grande, candidarsi in prima persona a rappresentare politicamente il mondo del lavoro: questa è la grande sfida che dobbiamo raccogliere.

Le trasformazioni del lavoro e del modello produttivo

I profondi mutamenti in atto sono il risultato della ristrutturazione del tessuto produttivo conseguente alla crisi del paradigma fordista che ha determinato vasti processi di ristrutturazione della forza lavoro e della più complessiva configurazione sociale ed ha prodotto una società pervasa dalla precarietà, dal rischio e dall’incertezza.
Il legame sociale rischia anch’esso di rompersi e la rappresentanza è resa più difficile dalla crisi delle vecchie appartenenze, dalla molecolarizzazione sociale con la moltiplicazione dei soggetti e delle posizioni lavorative, delle figure professionali del mercato del lavoro, dalla perdita di coesione e della capacità di relazione.
Ne è derivato un ritorno all’uso anticonflittuale di un moderno "esercito di riserva", costituito in misura crescente, come elemento di novità strutturale, oltre che dallo "zoccolo dei disoccupati fisiologici", dalla svariata congerie delle forme del lavoro atipico, discontinuo, precario, irregolare o clandestino.
Si tratta di milioni di persone che sono escluse dalla cittadinanza che dà il lavoro, non godono delle stesse protezioni sociali, dei diritti democratici, della possibilità di partecipazione collettiva, di contrattazione ed organizzazione di tutti gli altri lavoratori e che sono spesso escluse da qualsiasi negoziazione e rappresentanza sociale. Del resto, sarebbe un grave errore distinguere i diritti del lavoratore da quelli del cittadino; solo il recupero ed il rafforzamento dei primi pone le premesse per affrontare e vincere sul terreno delle libertà democratiche e civili.
Dobbiamo comunque sapere che la coesione sociale oggi non è più data, non si determina automaticamente come processo indotto dallo sviluppo economico o dalla presenza di soggetti sociali forti, ormai in larga misura dispersi ma necessita di un disegno preciso che ancora la sinistra non si è data.
Necessita appunto di una piattaforma politico sociale sul lavoro.
Assumere la centralità del lavoro in tutta la sua complessità comporta la definizione di una vera e propria piattaforma politico-sociale, in grado di neutralizzare l’attacco al lavoro in atto da parte del governo Berlusconi. Significa, contemporaneamente, operare un’analisi critica delle politiche economiche e sociali attuate nel nostro Paese nei decenni trascorsi, anche da parte dei Governi di centrosinistra: mercato del lavoro, diritti, contrattazione, politica economica, politica sociale, politica industriale, privatizzazioni, sono alcuni dei temi centrali.
Tutto ciò comporta una capacità di analisi e di progettazione delle politiche in grado di difendere il lavoro, i diritti, il sistema complessivo di Welfare (pensioni, Sanità, servizi sociali, scuola, ecc.).
1) In primo luogo, occorre una politica che riunifichi il lavoro, sia in relazione alla frantumazione conseguente alla selvaggia destrutturazione che la legge 30 ed il successivo decreto delegato hanno introdotto, che a quella derivante dai processi di terziarizzazione e di delocalizzazione dei processi produttivi.
2) Ancora, occorre dotarsi di una proposta di politica economica ed industriale in grado di creare nuovo lavoro "buono", riqualificare e rafforzare il nostro tessuto industriale arrestando il declino economico ed industriale del nostro paese
3) Ripensare in maniera critica la scelta delle privatizzazioni, rappresenta un altro elemento propositivo di importanza rilevante.
4) Reinventare oggi, nell’era della globalizzazione e del liberismo più assoluto, un ruolo dello Stato come regolatore dei processi economici, del mercato e come soggetto attivo nella politica di redistribuzione del reddito complessivo, significa ribadire la scelta di un federalismo solidale, in cui le autonomie programmatiche non possano prescindere da un contesto di garanzie per l’equità e l’universalismo dei diritti.

Politica industriale, programmazione economica, mezzogiorno, difesa delle pensioni e del Welfare, difesa di un sistema fiscale basato sulla progressività del prelievo, difesa ed allargamento dei diritti del lavoro, politiche attive per l’ampliamento e la qualità del mercato del lavoro, difesa del salario e del contratto nazionale di lavoro, democrazia sindacale (con la legge sulla rappresentanza e l’ammissione del referendum per la verifica del consenso dei lavoratori in sede di verifica contrattuale), salute e sicurezza sul lavoro, sono i capitoli dai quali non si può prescindere.
Affrontare il merito di queste questioni non può prescindere da un’analisi sulla pratica e sulla fine della politica della concertazione.
Per oltre un decennio, le grandi questioni economiche, dello sviluppo e sociali, sono state affrontate nel nostro Paese attraverso l’istituzionalizzazione della politica dei redditi e della concertazione relativamente ai temi economici e dello sviluppo (accordi ’92, ’93 e successivi).
La decisione del governo Berlusconi di porre fine alla politica della concertazione, sostituendola col cosiddetto "dialogo sociale", con l’esplicita volontà di rompere i rapporti di rappresentanza tra le Confederazioni, in particolare di isolare la Cgil e di introdurre la pratica degli accordi separati – così come è avvenuto con il Patto per l’Italia e con l’accordo separato dei metalmeccanici – apre nel nostro Paese un nuovo scenario, denso di incognite e non facilmente prevedibile nel suo sviluppo e nelle sue conseguenze, sul quale troppo poco si è riflettuto all’interno dell’Ulivo e della Sinistra.
Tuttavia, questo non esclude l’esigenza di una riflessione critica sulla pratica e sulle conseguenze che la politica della concertazione ha avuto sulle condizioni dei lavoratori.
Non si tratta di rifiutare oggi, cioè in presenza di un governo di centro-destra, un’impostazione contrattuale che, invece, con governi "amici" potrebbe tornare condivisibile.
È proprio sulla logica d’impianto che è necessario tornare a riflettere in termini di bilancio decennale.

Il nostro giudizio è che la politica dei redditi e concertazione, così come praticate, sono fallite rispetto agli obiettivi della difesa del potere d’acquisto dei salari, del mantenimento e miglioramento delle condizioni di welfare, dell’occupazione e dello sviluppo e, soprattutto, assecondano una cultura che configura ed accentua la subordinazione del lavoro alle esigenze del profitto e delle imprese. Ne deriva quindi l’esigenza quantomeno di un suo ripensamento in grado di superare in prospettiva i disastri provocati.Pensioni

Con la legge delega ed i provvedimenti che il Governo intende attuare, viene sferrato l’attacco definitivo alle pensioni ed in particolare alle pensioni di anzianità.
È una vera e propria controriforma voluta dal Governo e dalla Confindustria, per togliere reddito ai lavoratori ed ai pensionati a favore dei profitti e delle imprese, per smantellare definitivamente il sistema pubblico a favore dei fondi privati, delle compagnie di assicurazione e della speculazione finanziaria.
L’attuale sistema previdenziale, con la riforma Dini, ha dato e dà ampie garanzie di sostenibilità, sia a breve sia a lungo termine, come dichiarato dalla stessa Commissione governativa incaricata di una verifica sui conti dell’Inps.
È assolutamente falso che sia l’Unione Europea a chiedere all’Italia un nuovo intervento sulle pensioni. Le raccomandazioni della UE sono di carattere generale e sono rivolte in particolare a quelle realtà che, ad oggi, non sono ancora intervenute su questa materia.
Così come è assolutamente falso che la spesa previdenziale nel nostro Paese sia superiore alla media dei paesi europei. Depurata dalla spesa per l’assistenza, che oggi impropriamente rientra nel bilancio previdenziale, essa si colloca ad un livello inferiore alla media europea. (11% contro 12%).
Pericolose ed inaccettabili sono anche alcune posizioni espresse da autorevoli esponenti dell’Ulivo, dalle quali traspare in modo evidente la disponibilità ad ulteriori interventi.
Se, come risulta dalle verifiche, l’andamento dei conti è in linea con quanto a suo tempo previsto dalla riforma del 1995, la contrarietà a qualsiasi intervento non può che essere netta ed esplicita, sia nel ruolo di opposizione che, in prospettiva, in quello di governo (programma).
La nostra posizione deve essere netta:
NO a nuovi tagli, all’innalzamento obbligatorio dell’età pensionabile, all’eliminazione delle pensioni di anzianità, all’utilizzo obbligatorio del Tfr per implementare i fondi integrativi, che devono comunque restare volontari, alla riduzione dei contributi per i nuovi assunti che porterebbe ad un bassissimo rendimento delle loro pensioni future e contemporaneamente all’impossibilità per l’Inps, nel medio periodo, di poter continuare ad erogare le pensioni ai pensionati attuali.
Le nostre proposte sono SI all’equità e alla giustizia (le regole Inps per i lavoratori dipendenti devono valere per tutti), alla separazione fra assistenza e previdenza, alla lotta contro l’evasione contributiva ed il lavoro nero (20% del Pil, il 76%? delle aziende controllate evade parzialmente o totalmente i contributi), al potenziamento del servizio ispettivo, unica strada per recuperare risorse legittimamente, ad un migliore trattamento pensionistico per i giovani e per tutti coloro che oggi subiscono di più la precarizzazione, individuando una soglia minima di rendimento per ogni anno di contribuzione versata, alla omogeneizzazione della contribuzione, portandola per tutti al livello di quella dei lavoratori dipendenti, al mantenimento del pensionamento anticipato per i lavoratori usurati (impegno non mantenuto in base alla riforma del ’95, nonostante gli atti normativi prodotti dalla precedente legislatura).
La frantumazione del lavoro e l’esigenza di una sua ricomposizione pone immediatamente il problema della difesa e allargamento dei diritti e delle tutele.
Riunificate il lavoro, in relazione sia alla frantumazione conseguente alla selvaggia destrutturazione che la legge 30 ed il successivo decreto delegato hanno introdotto, che a quella derivante dai processi di terziarizzazione e delocalizzazione dei processi produttivi, è l’impegno che il Partito assume in termini netti.
Da questo punto di vista è certo che il compito dei comunisti e della sinistra in genere è più che mai difficile . Infatti se nel fordismo la socializzazione del lavoro e la dimensione solidaristica erano immediatamente visibili ed acquisibili nella contiguità fisica e nella cooperazione lavorativa della grande fabbrica, nella omogeneità delle condizioni di lavoro, ora tale condizione in larghi settori del mondo del lavoro si è indebolita,anche se non scomparsa. Anche se non più in presenza di un luogo fisico unico i diversi lavori,quantunque estranei tra loro e dispersi sul territorio, mantengono un importante elemento di unità e solidarietà rappresentato dal contratto nazionale di lavoro.
Dobbiamo comunque sapere che la coesione sociale non è oggi più data,non si determina automaticamente come processo indotto dallo sviluppo economico o dalla presenza di soggetti sociali forti,ormai in larga misura dispersi necessita di un progetto.

Per costruirlo noi comunisti giudichiamo che non è sufficiente che l’Ulivo si attesti sulla Carta dei Diritti.
La "carta" va rivisitata, dunque, e riempita di contenuti non solo rivendicativi, ma progettuali.
Per il Pdci, riteniamo che vadano assunte nel loro insieme le quattro proposte di legge di iniziativa popolare, già presentate dalla Cgil, come segnale forte di aggregazione e di opzione a favore di quella ricomposizione del mondo del lavoro di cui abbiamo tentato di analizzare le caratteristiche.
In particolare, sono significative quella riguardante l’estensione dei diritti ai lavoratori atipici e quella per le imprese sotto i 15 dipendenti. Maggiore uniformità di vedute all’interno dell’Ulivo si riscontrano su ammortizzatori sociali e sul processo del lavoro.
Non si tratta, quindi, solo di una sottoscrizione "tecnica" da parte dei Partiti dell’Ulivo di alcuni obiettivi di fondo: è la diversa ratio delle proposte, che va assunta, perché. nelle proposte dell’Ulivo c’è, sì, un avvicinamento, che rischia però di lasciare uno spazio pericolosissimo di riallineamento verso il basso per tutti su previdenza e diritti, ad esempio, mentre le proposte della Cgil puntano ad una estensione dei diritti, ricomponendo ed unificando il lavoro a livello "alto"
Importante è il lavoro che si sta facendo tra i responsabili del lavoro di tutti i partiti dell’opposizione anche in vista della definizione di un programma unitario per le prossime elezioni. (documento, seminari ecc.).

Mercato del lavoro

La legge 30 ed i contenuti del decreto attuativo relativamente al mercato del lavoro ne rappresentano la più selvaggia destrutturazione e precarizzazione a livello europeo.
Non di modernizzazione si tratta, ma di un complesso di norme finalizzate a cancellare complessivamente le più elementari tutele del lavoro nel nostro paese e non solo sul versante dei diritti (meno diritti, più precarietà), ma anche con la conseguenza di un drastico abbassamento delle tutele salariali.

È una pessima legge, un manifesto ideologico che trasforma il lavoro in merce e cancella il diritto del lavoro.
Il mercato del lavoro diventerà un supermarket: si indebolisce il ruolo del collocamento pubblico, che dovrebbe implicare trasparenza, equità e qualità, per fare posto a tanti soggetti (Enti Bilaterali, Scuole, Università, Agenzie interinali, Consulenti del lavoro, ecc.) che si metteranno sul mercato per intermediare il collocamento.
Si individualizzano tutti i rapporti di lavoro. Avremo oltre 40 tipologie d’assunzione e nuovi rapporti di lavoro, tutti precari: lavoro a chiamata, a progetto, ripartito, 3 tipi di apprendistato ed il lavoro somministrato a termine, quello che sostituirà il lavoro interinale consentendo alle imprese di affittare per periodi definiti, per qualsiasi esigenza produttiva, organizzativa sostitutiva, il lavoro delle persone.
La legge consentirà alle imprese di terziarizzare, vendere, cedere, appaltare parti del ciclo produttivo, dell’azienda o dei servizi. Con un colpo di spugna hanno infatti cancellato la legge 1369, quella che vietava gli appalti di sola manodopera (caporalato); hanno modificato la legge sulla cessione d’azienda, con l’obiettivo di permettere alle imprese di disfarsi dei servizi e dei relativi lavoratori; hanno legittimato l’affitto dei lavoratori a vita. In molti settori si potrà ricorrere alla somministrazione (di lavoro) a tempo indeterminato. Una persona potrà lavorare, anche per tutta la vita, in una azienda, pur essendo dipendente di un prestatore di lavoro; lavorerà per un datore di lavoro al quale non potrà mai rivendicare nulla! Sarà con altre persone al lavoro, ma sarà invisibile e solo.
La legge limita e snatura la contrattazione ed il ruolo del sindacato. La contrattazione su alcuni argomenti sarà vietata, su altri potrà intervenire solo per allargare il campo di applicazione dei nuovi contratti o rendere ancora meno tutelato il lavoro..
Per il sindacato viene prospettato un nuovo ruolo: diventare collocatore e certificatore. La legge prevede, infatti, che gli Enti Bilaterali, costituiti da Organizzazioni sindacali e dall’Associazione dei datori di lavoro di settore, possano collocare e certificare tutti i nuovi rapporti di lavoro, la genuinità degli appalti ed i regolamenti delle cooperative. La certificazione servirà unicamente a dare maggiori certezze alle imprese, a legare le mani alla funzione di rappresentanza del Sindacato per il rispetto dei diritti del lavoratore e renderà praticamente impossibile ai lavoratori stessi contestare la legittimità del contratto e delle condizioni di lavoro che vi saranno collegate.
Il sindacato cambia profondamente ruolo: da soggetto di parte (rappresentanza dei lavoratori) diventa soggetto istituzionale, che sostituisce lo Stato ed il soggetto pubblico nel collocamento, nella formazione, nella vigilanza sul rispetto delle leggi e dei contratti.

Dai contenuti del Patto per l’Italia, della legge 30 e del relativo decreto emerge un moderno patto neocorporativo tra Stato, imprese e Organizzazioni sindacali.
Questa legge, perciò, va combattuta con tutte le forze.
Nel futuro programma delle forze di opposizione deve essere prevista senza ambiguità la sua abrogazione. Il centrosinistra, da subito, si deve impegnare, nelle realtà dove già oggi amministra, a non applicarla.

Difesa del contratto nazionale di lavoro

L’obiettivo strategico del Libro Bianco, del Patto per l’Italia, dell’accordo separato dei metalmeccanici; la volontà del Governo di passare dalla Concertazione al Dialogo sociale; il dibattito aperto sull’esigenza di rivedere gli accordi del Luglio ’93, rappresentano il cambiamento radicale e peggiorativo del ruolo e dei livelli di contrattazione.
L’obiettivo esplicito è il ridimensionamento del Contratto collettivo Nazionale di lavoro..
Trincerandosi dietro l’esaltazione della contrattazione di 2° livello, il disegno è quello di una ulteriore frantumazione dei lavoratori nella loro qualità di corpo sociale, il ritorno alle gabbie salariali e la progressiva messa in mora del contratto nazionale.
Per il Pdci, vanno mantenuti e rafforzati gli attuali due livelli di contrattazione (nazionale e 2° livello).

La questione salariale

In questi ultimi 10 anni il potere d’acquisto dei salari è notevolmente diminuito.
Molti sono i lavoratori i pensionati le famiglie che non riescono più ad arrivare a fine mese e che in questi ultimi anni hanno dovuto drasticamente diminuire i loro consumi sia in quantità che in qualità.
Per il 2003 è previsto un ulteriore perdita del potere d’acquisto, attorno al 2%.
Dal ’92 al 2002 l’incidenza dei salari sul PIL è diminuita di oltre 6 punti percentuali (dal 36% al 29% circa). Lo stesso discorso vale per le pensioni.
In questo modo, siamo arrivati ad una soglia di povertà e di povertà conclamata per undici milioni di persone. Non contento, il governo taglia i fondi per gli investimenti e le politiche sociali.
In Italia ci sono 7 milioni e 100 mila individui che spendono meno di 800 euro al mese. Sono 2 milioni e 400 mila famiglie. Sono famiglie monoreddito, con spesso a capo donne sole che lavorano. Stiamo parlando, in base ai dati Istat più recenti (sul 2002), dell’11% delle famiglie italiane e del 12,4% degli individui.
. Aumenta il solco sociale tra ricchi e indigenti.
Peggiora, infatti, l’intensità della povertà, l’ indice passa dal 21,1% del 2001 al 21,4% del 2002
.A questi vanno aggiunti circa quattro milioni di cittadini che vivono poco al di sopra della soglia di povertà. (i cosiddetti "quasi poveri").
Questi dati dimostrano, come da tempo il Pdci denuncia, che in Italia è ormai all’ordine del giorno una vera e propria "questione salariale", in senso generale, che assume poi aspetti particolarmente gravi per le fasce di lavoro meno protette (giovani, immigrati, lavoratori anziani espulsi dai cicli produttivi e donne oltre i 40 anni)

Le proposte che avanziamo per iniziare a dare prime risposte positive:
– superamento del tasso programmato di inflazione (i contratti nazionali vanno rinnovati in base all’inflazione reale attesa e devono prevedere una quota di redistribuzione della produttività)
– lo scarto tra inflazione programmata ed inflazione reale va recuperato alla fine dell’anno, attraverso un automatismo di legge
– il paniere Istat va rivisto con un diverso bilanciamento dei consumi ed una maggiore capacità di misurare l’andamento reale dei prezzi
– all’interno del paniere Istat, va individuato uno specifico paniere in grado di misurare con maggiore puntualità i consumi popolari tipici delle famiglie
– si dovrà fare riferimento a questo paniere per i rinnovi contrattuali e la difesa del potere d’acquisto di salari e pensioni.

Democrazia Sindacale (legge sulla rappresentanza)

Il programma contenuto nel Libro Bianco di Maroni, fatto proprio dal Governo attraverso le leggi delega in particolare su mercato del lavoro e previdenza, sancito nella sostanza dall’accordo separato pomposamente chiamato "Patto per l’Italia", oltre alla cancellazione complessiva dei diritti del lavoro come diritti collettivi produce la parificazione del lavoro a merce che individualmente si colloca sul mercato, il mutamento genetico del ruolo e delle funzioni del sindacato, un moderno assetto neocorporativo delle regole e dei rapporti sociali nel nostro Paese.
Per affermarsi compiutamente necessita, così come è avvenuto per il Patto per l’Italia e per l’accordo separato dei metalmeccanici, di una pratica sempre più estesa di accordi "con chi ci sta" (è il cosiddetto nuovo Dialogo Sociale, anch’esso previsto nel Libro Bianco), violando le più comuni regole di rappresentatività e democrazia sindacale. Una minoranza può sottoscrivere accordi senza che gli stessi possano e debbano essere sottoposti alla verifica democratica sulla loro validità tra i lavoratori. Regole certe ed esigibili, sulla rappresentatività e la rappresentanza (chi è titolato a contrattare), sulla democrazia del lavoro (il diritto individuale dei lavoratori a votare sugli accordi e sulle piattaforme), sono assolutamente incompatibili con il modello di relazioni sindacali che questo Governo persegue con tenacia.
Se oggi i lavoratori si trovano ad affrontare la battaglia di resistenza contro l’attacco al lavoro che il governo ha sferrato, senza strumenti in grado di far valere il consenso o il dissenso sugli accordi, senza poter esercitare il principio basilare della democrazia e della rappresentanza/rappresentatività, gran parte delle cause sono ascrivibili alle scelte che nella passata legislatura il centrosinistra colpevolmente non ha fatto.
L’obiettivo di una legge sulla rappresentanza e la rappresentatività, del diritto di voto attraverso referendum per tutti i lavoratori, è per i Comunisti prioritario ed irrinunciabile, non solo perché risponde alle regole basilari della democrazia del lavoro, ma perché fondamentale per la qualità dei rapporti sociali e della democrazia nel nostro Paese.
Per i Comunisti, questo punto deve essere ben chiaro nella definizione del programma dell’Ulivo e di tutte le forze di opposizione.

Salute e sicurezza sul lavoro
Medicina del lavoro e interventi per la prevenzione sui luoghi di lavoro

Il nostro Paese continua ad avere il triste primato in Europa del più alto numero di infortuni e morti sul lavoro.
Gli ultimi dati INAIL denunciano un milione di infortuni, di cui 1397 mortali. Oltre 110 al mese, quasi quattro al giorno.
Anziché intervenire per aumentare la sicurezza e la prevenzione, il Governo all’interno della delega sulla riforma del mercato del lavoro stravolge l’impianto normativo in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, prefigurando la depenalizzazione ed un allentamento delle disposizioni normative.
Il diritto alla vita e la sicurezza sul lavoro sono un valore che in una società civile non può essere sacrificato sull’altare della produttività e del profitto.
Peraltro siamo assolutamente convinti che la capacità di ripresa dell’ iniziativa e della contrattazione sulle condizioni di lavoro e sull’organizzazione del lavoro passa attraverso una rinnovata capacità di intervento articolato sulla difesa della saluta in nei luoghi di lavoro.
Naturalmente a fianco di queste iniziative questi temi vanno affrontati anche a livello Europeo, rivendicando una vera Riforma della legislazione sociale europea, senza la quale, sarà più debole anche la nostra azione a livello nazionale

Questi, i punti di riferimento principali per la costruzione della nostra proposta sul lavoro sulla quale stiamo lavorando, anche perché diventi la piattaforma programmatica delle opposizioni, sulla quale candidarci al governo del paese e sconfiggere Berlusconi.
Assieme ad una nostra partecipazione in prima persona alle manifestazioni che nei prossimi mesi e settimane caratterizzeranno l’agenda politica e sociale del nostro paese, che culmineranno nella grande manifestazione del 6 dicembre per la difesa delle pensioni, su questi temi deve rendersi sempre più visibile il ruolo dei Comunisti nel paese, nel dibattito politico e nelle organizzazioni di massa a partire dalla Cgil.

I lavoratori, mai come in questo momento, hanno bisogno che la sinistra li faccia tornare al centro della sua iniziativa, noi ci siamo e per questo lavoreremo, certi che sul nosrtro cammino oltre ai lavoratori incontreremo altri compagni di viaggio, come peraltro abbiamo verificato nelle diverse iniziative a cui abbiamo partecipato, a partire dal Forum per l’alternativa con l’iniziativa che si è tenuta alla fiera di roma l’8 novembre.