COMITATO CENTRALE – Intervento Cossutta

COMITATO CENTRALE

L’intervento di Cossutta

Armando Cossutta

Roma, 29 novembre 2003

Condivido pienamente la relazione introduttiva del compagno Diliberto. La considero essenziale per la interpretazione ed utilizzazione del documento che è sottoposto al nostro esame e che dovremo poi proporre al dibattito di tutto il partito con il III Congresso. Nella relazione io colgo e sottolineo il carattere di forte novità politica che intendiamo cercare di dare alla nostra battaglia in questa fase.
Qualche compagno parlava della necessità di dare alla nostra discussione un animus. Ebbene questa è l’anima, ciò che ci spinge: il bisogno di ricostruire la sinistra. Noi siamo la forza che vuole contribuire a ricostruire la sinistra in Italia: la sinistra che non c’è, la sinistra che deve tornare a farsi valere, una sinistra di cui i Comunisti italiani vogliono e possono essere fautori e costruttori.

Questo – il nostro ruolo – è il punto di novità della situazione politica. Intendiamoci, eravamo sinistra anche prima di oggi. Siamo sempre stati sinistra. Le differenze tra noi e i Democratici di sinistra erano e sono molto forti. Ma oggi c’è una novità in più, che è politica e soprattutto di impatto ideale e morale. La deriva dei Ds, la loro corsa alla continua ricerca di una barra moderata, erano ben presenti già da molti anni. Quello che oggi interviene a mettere il suggello a questa deriva è il fatto che viene perfino abbandonata la denominazione di sinistra. La lista unica rappresenta per i Ds la fine di un percorso, la cesura definitiva con la propria storia e la propria collocazione. E’ questo un fatto che oramai appare evidente agli occhi di decine di migliaia di elettori Ds, un fatto che colpisce l’animo, la sensibilità, la coscienza, il modo di pensare e di essere di una grande massa di lavoratori, di cittadini, di elettori di sinistra.
Questa rincorsa alle posizione moderate è una linea, non un incidente di percorso. La posizione che i Ds assumono sulle questioni internazionali è la continuità di una linea che risale indietro nel tempo, dal congresso di Rimini e già da prima. L’atteggiamento sull’Europa dei Ds è persino patetico: sono più arretrati delle forze democratiche europee. Le nostre posizioni, di chi sostiene fortemente la necessità dell’unità europea – di una nuova Europa della pace e del lavoro – sono posizioni critiche costruttive, molto lontane da quelle dei Ds, così come sono distanti da quelle espresse dal Prc che di Europa non vuole, di fatto, nemmeno sentir parlare. Insomma il nostro è un punto di vista attuale, di una sinistra moderna, della sinistra di questa fase della storia.
L’espressione precisa e più drammatica del definitivo abbandono del campo della sinistra da parte dei Ds, è resa evidente dalla vicenda irachena. Dovevano chiedere il ritiro immediato del nostro contingente, dovevano dire che lì è in corso una guerra illegittima e un’occupazione di truppe straniere. Invece si sono nascosti dietro la coperta dell’unità nazionale, dietro la retorica del tricolore, dietro interpretazioni forzate di risoluzioni dell’Onu.
Sul merito della nostra posizione sull’Iraq siamo tutti d’accordo, ma io voglio soffermarmi sul tono, perché è il tono che fa la musica. Se il nostro partito, se Diliberto, non avesse usato quei toni forti nel momento in cui avveniva la tragedia di Nassiriya, la nostra posizione sarebbe passata come una delle tante all’interno del centrosinistra. E invece noi dovevamo operare una rottura rispetto al coro dominante. Dovevamo rompere il clima soffocante di ipocrisia, e quindi dare un pugno nello stomaco, per far emergere con nettezza la verità. E la verità è che questo governo ha mandato ciecamente e scientemente i nostri ragazzi a morire: deve risponderne dinnanzi al nostro popolo
Ma non è solo l’Iraq a disvelare la natura dei Ds; è così per la Palestina, per Cuba. E’ così per le questioni che riguardano la vita sociale, la vita politica ed economica di questo Paese. Alla vigilia dello sciopero generale sulle pensioni, i massimi dirigenti dei Ds hanno sentito il bisogno – per accontentare i moderati – di differenziarsi dal movimento di lotta, facendo propria una linea di moderazione e di cedimento. Per non parlare poi dei grandi temi che sono quelli del lavoro. Va pericolosamente svanendo l’idea – che aveva sempre caratterizzato le sinistra e le forze democratiche – del lavoro come fondamento della Repubblica.
C’è una continua ricerca, più o meno esplicita, di soluzioni bipartisan che dimostra come non c’è una identità di analisi nei confronti dello stesso governo Berlusconi e della destra italiana. Quello che era iniziato come un soffio fastidioso – il revisionismo – è oggi un vento che punta a spazzar via la Costituzione repubblicana. Sono gravi i cedimenti dei compagni Democratici di sinistra di fronte al revisionismo. Gravi e ripetuti. Aveva iniziato Violante con i ragazzi di Salò, poi è seguita la rivalutazione di Craxi e il cinico e liquidatorio giudizio sulla figura di Berlinguer, operato da Piero Fassino. Oggi è la volta dei peana nei confronti della svolta di Fini. Credo che occorra su questo punto sgomberare il terreno dagli equivoci. La svolta impressa dal presidente di An è reale ed è destinata ad avere conseguenze di rilievo nel centrodestra. Però attenzione: nella sua svolta manca una cosa, ed è la condanna complessiva del fascismo. Fini prende posizione contro la repubblica di Salò, la parte più crudele del dominio fascista, esclusivamente per quel che riguarda la persecuzione degli ebrei. Il fascismo non fu un "male assoluto" solo per le leggi razziali, fu un regime totalitario, che imprigionò, torturo, eliminò gli oppositori politici, un regime che cancellò sistematicamente la democrazia e la libertà.
Fini pensa che pagato questo pedaggio alla storia, incassato l’apprezzamento di Sharon e di alcuni circoli internazionali si possa, alla fine, salvare il ventennio fascista. Non è così. La repubblichina di Salò non può essere condannata soltanto perché continuava la persecuzioni che aveva già intrapreso il fascismo nei confronti degli ebrei, la Rsi ha rappresentato il tradimento nei confronti della patria, si è messa al servizio dello straniero, dei tedeschi; si è messa al servizio dei nazisti e ha operato essa stessa come e peggio dei nazisti
C’è ipocrisia sulla svolta di An. E c’è ipocrisia sulla sporca guerra in Iraq. Il terrorismo non c’entra con quel che è accaduto e accade in Iraq; lì siamo in presenza di una guerriglia. Non la voglio chiamare resistenza che per noi comunisti ha un valore simbolico enorme. Ma diciamolo una volta per tutte! Gli eserciti mandati in Iraq sono eserciti occupanti, sono truppe straniere di occupazione e, quindi, ogni atto contro le truppe straniere di occupazione è, dal punto di vista iracheno, atto patriottico. Questa è la verità, il resto sono ipocrisie. Ipocrisia è non voler vedere che le nostre truppe sono percepite come occupanti, e i militari rimasti vittime dell’attentato di Nassirya anch’essi come degli occupanti. Con Diliberto siamo stati all’Altare della Patria a rendere omaggio alle vittime, a salutare i parenti. Ebbene, non scorderò mai il dolore e la rabbia del padre di un giovane militare. Mi ha stretto forte, forte e a lungo, e con le lacrime agli occhi ha detto: "Era andato lì perché doveva pagare il mutuo, perché doveva mantenere la famiglia". Ecco, rispettare quei morti, tenere conto dei più profondi sentimenti popolari, vuol dire farla finita con la retorica vuota, vuol dire riconoscere che non c’è nessuna missione umanitaria in Iraq. Rispettare quei morti impone il ritiro immediato delle truppe italiane.
I Comunisti italiani si candidano a dare voce ad un’altra Italia, l’Italia della pace, del lavoro, della giustizia sociale. Una Italia che non può fare a meno della sinistra. Prima del congresso di Rimini che sancì la fine del Pci c’era chi mi diceva: "Bisogna fare un atto di rottura". Ma ci rendevamo tutti conto che se non riuscivamo a conquistare le grandi masse la nostra battaglia rischiava di non avere consenso. Quando il Pci cambiò il nome, quando ammainò la bandiera, quella deriva moderata che in pochi avevamo colto da tempo diventò chiara ad una grande massa di elettori. Nel momento in cui oggi i Ds scelgono di far parte della lista unica ed abbandonano ogni riferimento alla sinistra, tutto questo agli occhi alla coscienza di una grande massa di elettori determina un riflessione profonda. Ed è appunto qui che noi dobbiamo intervenire con la nostra proposta. Il cimento è restituire la sinistra, i suoi progetti, i suoi valori, ad un popolo che rischia altrimenti di rimanere orfano di una grande idea di giustizia sociale e di cambiamento.
Questa è l’anima da dare al nostro dibattito congressuale. C’è bisogno di sinistra, la sinistra deve ridestarsi e noi possiamo essere la forza che contribuisce attivamente a far rinascere la sinistra. Tutto ciò è tanto più urgente e necessario nel momento in cui appare chiaro che si può vincere contro Berlusconi. Quella che fino a qualche mese fa era una esigenza, adesso diventa una possibilità concreta. E nel momento in cui si può vincere, occorre che ci sia la presenza di una sinistra forte, autorevole, in grado di incidere e di portare al governo i suoi valori e i suoi programmi.
Perché proprio noi? Perché questo piccolo partito? Perché siamo i portatori di una tradizione e di una cultura politica che ha fatto grande il Pci. Perché sappiamo coniugare la nostra identità di comunisti con la necessità storica dell’unità delle forze democratiche. Gli sforzi che fanno i compagni del Prc per avere un proprio ruolo rilevante non può mordere. Rifondazione prende e prenderà consensi, ma non è percepita e nemmeno si sente una forza unitaria. Quei sindacalisti che vengono con noi; quegli insegnanti che guardano con interesse alle nostre posizioni in difesa della scuola pubblica, quei magistrati che apprezzano la nostra limpida difesa del principio sacrosanto che la legge è uguale per tutti; quei lavoratori con cui ci battiamo contro la legge 30 e per tutte le loro rivendicazioni, ebbene tutti costoro guardano a noi perché sanno che diciamo e facciamo queste cose giuste sul lavoro, sulla guerra, sulla giustizia, sulla scuola, sui valori e in questo ci differenziamo anche fortemente dai Ds, dalla lista unica e dal prossimo partito moderato Sdi, Ds e Margherita, ma che contemporaneamente siamo una forza unitaria. Bertinotti può girarci intorno fin che vuole ma non è affidabile come forza unitaria.
Ho avuto, nei giorni scorsi, un lungo colloquio con Prodi, il quale mi ha detto chiaramente che non chiede che noi facciamo parte della lista unica. Non solo capisce la nostra posizione, ma ha sostenuto che è un bene per tutto il centrosinistra che noi facciamo la nostra parte, perché così possiamo raccogliere i consensi di quegli elettori di sinistra che non si sentirebbero rappresentati dalla lista unica. "Lo potete fare – mi ha detto Prodi – perché nessuno può dubitare della vostra vocazione, del vostro impegno, della vostra natura unitaria". Noi siamo nati per costruire l’unita democratica, l’alleanza tra forze diverse. Un conto è l’alleanza di forze diverse, ed è cosa indispensabile, un altro conto è un partito fatto innaturalmente tra forze diverse.
Guardo con fiducia alla fase politica che può essere portatrice di una modificazione profonda del nostro ruolo. La situazione oggettivamente è aperta ad uno sviluppo dell’influenza dei Comunisti italiani, il nostro ruolo di forza di sinistra che vuole la rinascita della sinistra è un fatto oggettivo. Il III Congresso può influire positivamente in questa direzione, può contribuire ad accelerare questo processo per ricostruire in Italia una forza autenticamente di sinistra. Siamo comunisti e perciò siamo unitari. E questo nostro spirito, se riusciamo a tradurlo in tutto il dibattito congressuale, può dare risultati importanti. L’apertura del partito, la sua intenzione di essere catalizzatore per la rinascita della sinistra, deve essere visibile non solo al Congresso nazionale, ma in tutti i congressi di federazione e di sezione che si svolgeranno nelle prossime settimane. Dobbiamo aprire le porte delle nostre sedi, dobbiamo far prendere la parola anche a chi non c’entra col partito, in primo luogo a tutti i segretari dei partiti di centrosinistra. Partiti, sindacati, movimenti, forze culturali, devono poter interloquire con noi. Non c’è tempo? Facciamo congressi che durano di più. E poi, cari compagni, non vi scandalizzate se nel dibattito non vi sarà tanto spazio per gli interventi degli iscritti, a vantaggio di quelli dei non iscritti; non è un male anzi può essere perfino un grande vantaggio.
Al Congresso andiamo con una linea forte, ci saranno opinioni diverse, come è giusto che sia, ma la nostra è una linea forte, condivisa e convincente. Il documento che dovremmo approvare esprime una linea valida giusta. E’ difficile pensare che ci sia nel partito l’intento di contestare questa linea. Quel che dobbiamo mettere a fuoco è, invece, come attuarla, come portarla avanti, come svilupparla creativamente.
Non sono portato a facili ottimismi, l’ottimismo di per se mi pare un superlativo, ma vi posso dire che guardo con grande fiducia alla possibilità, non di un miglioramento che è poca cosa, ma piuttosto di uno sviluppo quantitativo e qualitativo molto forte del partito. Se apriamo la porta a tutte queste forze che non si sentono più rappresentate avremmo assolto ad un compito storico. La sinistra italiana deve tornare ad esserci ed il partito dei Comunisti italiani opera per questo.