COMITATO CENTRALE – Conclusioni Diliberto

COMITATO CENTRALE

Le conclusioni di Diliberto

Oliviero Diliberto

Roma, 30 novembre 2003

Il dibattito di questi due giorni è stato ricco e positivo, ed ha rafforzato in me l’idea che ho già espresso nell’introduzione. Da Bellaria ad oggi abbiamo veramente fatto molti passi in avanti.
Il congresso di Bellaria si aprì in un clima di grande sfiducia. Il partito era piegato, sconfitto elettoralmente e, possiamo dircelo, molto diviso al suo interno. C’erano lacerazioni robuste. Oggi il partito è unito, la discussione sul documento è stata produttiva, di arricchimento, non di critica o di proposta di modificazione della linea del partito. Tutt’altro. C’è una larga unità nel Comitato Centrale, massimo organismo dirigente del partito, e c’è la comune consapevolezza che siamo pienamente in campo.
Il dato del tesseramento va al di là delle aspettative. Già in questo mese abbiamo il 22% in più dell’anno scorso. Un dato davvero notevole. La crescita degli iscritti nei territori è importante. Non voglio esagerare, perché l’euforia è sempre nemica del fare. Tuttavia nelle nostre federazioni, nelle sezioni, si percepisce un entusiasmo molto forte.
Iniziammo il congresso di Bellaria all’insegna dell’autocritica. Fu giusto, perché avevamo sbagliato. Non mi riferisco alla linea politica. Quella odierna è un’evoluzione di quella di Bellaria, ma al modo di interpretare la linea, che non è cosa secondaria. Abbiamo rettificato il nostro modo di stare all’interno del centrosinistra.

Come le compagne ed i compagni sanno, sono da sempre convinto che una certa dose di autocritica sia salutare. Per questo inizio la mia replica dicendo che Giansanti ha ragione. A livello nazionale non abbiamo dato il dovuto peso ad una vicenda emblematica come quella di Scanzano. In Basilicata i compagni hanno invece fatto fino in fondo il loro dovere, sono stati tra la gente, hanno sostenuto le sue posizioni. Tra quindici giorni andrò in Basilicata. Abbiamo già predisposto un’iniziativa. In quell’occasione lanceremo la proposta che il giorno in cui il decreto sulle scorie radioattive è stato modificato, il giorno della vittoria della gente di Scanzano, si tenga in quella località, tutti gli anni, una marcia, una manifestazione contro il nucleare, contro le scorie, per l’ambiente.
Non c’è dubbio però che a livello nazionale abbiamo sottovalutato la vicenda. Io non ho un gusto particolare per le autoflagellazioni, tutt’altro. Ma l’autocritica e l’individuazione degli errori sono importanti perché quegli errori non si ripetano. E’ un esercizio salutare da parte del segretario nazionale, ma è bene che non sia solo il segretario nazionale a farlo e che lo assumano anche i compagni dei territori. La critica e l’autocritica vanno esercitate sia metodologicamente che sul piano della sostanza, dei contenuti.
Tornando ai contenuti, vorrei fare con alcune considerazioni squisitamente politiche. Inizio da quell’emendamento, sottoscritto da parlamentari del centrosinistra, sui 1.500 euro da dare alla donne per indurle a non interrompere volontariamente la gravidanza e ad affidare il figlio ad un istituto affinché sia adottato. E’ un emendamento spaventoso, che non tiene conto del diritto alla libera scelta della donna, che fa del corpo femminile un puro contenitore. Ha una valenza pratica e simbolica devastante. Lo hanno detto tante compagne ed io sono totalmente d’accordo con loro. Quell’emendamento può essere la cartina di tornasole di quel che succederà se verrà costituito il partito riformista, un partito che mette insieme culture della sinistra e culture cattoliche. Perché esso rappresenta un modo di intendere l’autodeterminazione della donna e la maternità che ricorda il movimento per la vita. E’ la cultura di Comunione e Liberazione, è la cultura di Casini, il fondatore del Movimento per la vita. Quell’emendamento apre un capitolo nuovo nella fase politica italiana. C’è il rischio concreto che il tema della laicità dello Stato – tema classico di una democrazia liberale, non soltanto della sinistra – venga completamente abbandonato. Come concilieranno, Ds e Margherita, le diverse, distanti culture su questi temi di fondo?
Sono pronto a scommettere che prevarrà la cultura della Margherita. E questo avrà conseguenze pesanti per la scuola, per la famiglia, per la differenza di genere, per le coppie di fatto, per gli omosessuali. Mi limito ai diritti civili, al tema classico dei diritti civili. Abbiamo un ruolo da giocare in questo contesto? Secondo me, sì. Noi dobbiamo raccogliere la bandiera, per usare una vecchia espressione, della laicità dello Stato e farla diventare uno dei temi della nostra battaglia delle idee, incalzando fortemente i Ds su questo terreno. Anche perché, per fortuna, le donne Ds, per non parlare delle elettrici, non la pensano tutte così, anzi sono convinto che la maggioranza sia nettamente contraria. Ma esistono alcune dirigenti diessine, che appaiono spesso in televisione, che hanno una cultura oltranzista, catto-diessina, se mi permettete questo termine.
Ho voluto iniziare citando l’emendamento contro l’aborto perché lo considero clamoroso, perché svela una mercificazione intollerabile del corpo della donna. Il Comitato Centrale ha approvato un ordine del giorno contrario, ma non dobbiamo limitarci ad esso. Dobbiamo riempire questo spazio che la politica sta lasciando vuoto, lo spazio della laicità dello Stato e dei diritti. Uno spazio gigantesco, tanto più oggi che Rifondazione è ritenuta inaffidabile dalle grandi masse come forza di governo e, come ha già detto perfettamente il presidente, non parla più di contenuti perché altrimenti l’accordo di ferro con i Ds rischia di saltare. Sarà anche vero che questo è un paese che non ha memoria, ma la caduta di Prodi, voluta da Rifondazione, è uno di quei vulnera che più ha colpito l’immaginario del popolo di sinistra e di centrosinistra. Un atto che ha aperto la strada al governo Berlusconi.
Lo spazio da riempire riguarda tante altre questioni, ad iniziare da quella su cui ci siamo così fortemente impegnati, la pace. Non aggiungo nulla nel merito a quanto detto dal presidente Cossutta, le cui considerazioni condivido pienamente. Voglio invece affrontare il tema del modo, del tono con cui abbiamo affermato le nostre ragioni. Anche Cossutta l’ha ripreso ed io sono convinto che si tratti di un punto fondamentale. Dico con grandissimo affetto a Paolo Guerrini che ha sollevato il problema: se non avessimo usato un tono di attacco, per alcuni versi, me ne rendo conto, persino un po’ sgradevole per coloro che Cossutta ha chiamato i benpensanti, non avremo sortito l’effetto che volevamo.
La mia convinzione è che la nostra diversità vada sempre sottolineata, nei confronti di tutti, siano essi di destra come di sinistra. Innanzitutto perché è giusto sostenere, anche aspramente, le nostre ragioni. Ma anche perché è così che cresciamo. La nostra diversità deve essere anche lessicale, linguistica. Mi sono persuaso, nel corso degli anni, che l’opinione pubblica non ne possa più del "politicamente corretto", dell’ipocrisia linguistica imperante, delle finte buone maniere, del fatto che non si possa più parlare di nemici ma al massimo di avversari.
Non è vero: i comunisti hanno dei nemici, quelli che stanno a destra, quelli che colpiscono i lavoratori e la democrazia, quelli che gettano fango sulla Resistenza e sulla Costituzione. Sono nostri nemici, non sono solo avversari politici. Vale per la scuola, vale per la giustizia, vale per tutti i grandi temi. Ha ragione Bergonzi, ha ragione Pastore, i nostri due responsabili dei settori scuola e giustizia: noi abbiamo costruito e stiamo costruendo la nostra credibilità ed il consenso con questi due mondi, con gli insegnanti, con gli studenti, con i magistrati, sui contenuti; ma anche sulla nostra diversità. E la stessa cosa è avvenuta con la Cgil, con i lavoratori: si fa ogni giorno più forte un rapporto importante, prezioso, che premia la scelta che abbiamo fatto da un anno a questa parte e che abbiamo deciso di sancire ufficialmente nel congresso, e cioè la scelta della centralità del lavoro. Ma il tema della pace da un lato, e quello della scuola, della giustizia e del lavoro dall’altro, riportano a quel che la segreteria del partito ritiene debba essere l’asse portante del congresso: il bisogno di sinistra.
Noi siamo comunisti ed siamo ovviamente convinti che ci sia bisogno dei comunisti. Ma oggi la deriva di quelli che hanno rappresentato la sinistra è forte ed il senso comune avverte soprattutto il bisogno di sinistra. E’ così, intercettando questo bisogno, che possiamo porci l’obiettivo ambizioso della conquista delle grandi masse. Le conquisteremo se ci batteremo, con tenacia e coerenza, sui temi che sono propri della sinistra. Lo stiamo già facendo, dobbiamo farlo ancora di più.
Stiamo dimostrando con i fatti che l’idea delle due sinistre, una moderata che si fa sempre più centro ed un’altra estremista che non deve mai essere di governo, è sbagliata. È una sciocchezza che agita un certo tipo di sinistra. La sinistra deve essere di governo, altrimenti non è. Contemporaneamente i contenuti devono essere di un certo tipo, altrimenti non è più sinistra. La politica, le scelte quotidiane, la vocazione bipartisan da una parte ed il massimalismo velleitario dall’altra, stanno svelando che le due sinistre che ho citato sono due "non sinistre".
La linea del nostro congresso sarà dunque il bisogno di sinistra che noi dobbiamo e possiamo riuscire ad intercettare e colmare. I Comunisti italiani si candidano ad aggregare tutto quello che è sinistra. E’ la linea della confederazione. Sarà poco? Io sono convinto che nell’opinione pubblica, tra il popolo di sinistra, questo bisogno sia molto più largo di quello che pensiamo. E quindi i nostri contenuti, le nostre scelte, non mi stancherò di ripeterlo, devono saper corrispondere a questo grande bisogno.
Nella relazione ho portato ad esempio un lavoratore che ha un salario di 1.100 euro. Qui è stato ricordato che ne esistono molti che hanno salari anche più bassi. Lo credo. Ma con 1.100 euro al mese, una famiglia monoreddito non campa. Con 1.100 euro al mese, ha difficoltà anche una famiglia a doppio reddito. E lo stesso discorso vale per i pensionati, ed a maggior ragione per i disoccupati del Sud o per i precari. Un grande tema, quindi, una condizione pesantissima sottolineata dal Censis nel suo rapporto, dove la povertà – o la quasi povertà, come viene tecnicamente chiamata – arriva fino ai ceti medi. Eppure queste migliaia, milioni di lavoratori sono diventati "invisibili" per la politica. Chi parla oggi di salario? Chi parla di pensione, di trasporti, di casa, di affitti? Chi parla dell’impossibilità per un giovane lavoratore precario di accedere ad un mutuo per comprarsi una casa? Se non hai un lavoro fisso, se non dai sufficienti garanzie, il mutuo non ti è concesso. A chi importa se ti vuoi sposare, costruire una famiglia, avere dei figli, condurre una vita dignitosa?
Ci sta a cuore la materialità delle condizioni di vita dei lavoratori, della povera gente. Ci sta a cuore la condizione del Sud, dove si accentuano i fenomeni della sottoccupazione, del lavoro nero, della malavita organizzata. La mia Sardegna è piena di disoccupati, soprattutto giovani, che non dispongono certo di 1.100 euro di salario, ma nemmeno dei 600 che prende un lavoratore di un call-center.
Partendo da queste condizioni disperanti e disperate, da questa materialità invivibile, abbiamo deciso che uno dei temi fondamentali del documento sarà "Più Stato, meno mercato". Perché se non ci saranno interventi pubblici nell’economia, come si può pensare di invertire la tendenza alla disoccupazione di massa?
Provocatoriamente, nel corso di una delle riunioni, forse la prima della commissione politica, un economista, che non è membro del Comitato centrale, ma che partecipava ai nostri lavori, ha detto provocatoriamente, ma forse neanche tanto: "Bisognerebbe ricostituire l’Iri". Un tempo l’Iri, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, si occupava delle politiche industriali nel settore pubblico. E adesso? Chi se ne occupa? Non è sufficiente che lo Stato coordini o programmi, perché nel settore dell’industria l’Italia si sta avviando alla desertificazione. Non c’è soltanto la Fiat. Tutti i settori sono in crisi. Ovunque io vada, al nord come al sud o al centro. Al nord resiste, in alcune regioni, un tessuto di piccola e media impresa, ma tutte le grandi imprese stanno fallendo. Chiudono o si spostano all’estero.
Il tema dell’intervento pubblico è all’ordine del giorno. E si tratta di un argomento di grande valenza anche per gli Enti Locali, dove le privatizzazioni sono all’ordine del giorno. Occorre battersi contro. Nelle giunte ci sono nostri compagni e compagne. So bene che un assessore o un consigliere non possono determinare la politica della giunta, ma dobbiamo lavorare perché il controllo, il 51% della società, rimanga nel settore pubblico! È minimalistico? Neanche per sogno! Riuscire a strappare un risultato del genere sarebbe già un fatto enorme. Lo diceva bene Loredana Dolci: vogliamo ottenere risultati, anche apparentemente piccoli, ma misurabili come tali. Il controllo deve rimanere pubblico. Naturalmente noi vorremmo che fosse la proprietà a rimanerlo, ma intanto possiamo batterci per il controllo, per il pacchetto di maggioranza.
Sarà utile che prima del congresso nazionale ci sia una grande assise dei nostri amministratori per affrontare le tematiche che riguardano gli Enti Locali, dando così un contributo al lavoro ed alla riflessione congressuale. Il nostro partito ha molti amministratori. Laddove il centrosinistra governa, salvo rare eccezioni, noi siamo in giunta. Abbiamo consiglieri e assessori praticamente ovunque. Dobbiamo dare loro alcune indicazioni precise e da quella assise farle arrivare all’opinione pubblica italiana. Anche questo è parte del "bisogno di sinistra".
Queste tematiche richiedono che da parte nostra non ci sia alcuna pigrizia intellettuale. Richiedono una grande capacità di governo del partito, un grande processo di apertura all’esterno, sia a livello periferico che a livello centrale. Il presidente Cossutta diceva: "Fate congressi aperti". Io dico di più. Fate iniziative pubbliche, aperte, interloquite con gli altri partiti, ma soprattutto con la cittadinanza. Fate banchetti, state fuori dalle sedi! Lo richiede la straordinarietà del momento. La sinistra si va perdendo in un’indistinta formazione riformista, noi dobbiamo sapere rispondere al bisogno di sinistra!
Ho davanti a me il compagno Carlini di Bolzano. Ne ho parlato nella relazione, ma voglio ripeterlo. La lista a tre, anomala, ha perso consensi in quella città. Noi li abbiamo triplicati. Non bastano i manifesti, ne produrremo e ne abbiamo prodotti, credo bene, nell’ultima fase. Dovremo farne uno con questa parola d’ordine: "c’è bisogno di sinistra". Deve essere chiaro che ci candidiamo a dare voce a questa esigenza, ed io non escludo che dopo il congresso gli organismi dirigenti vengano chiamati, se si apriranno spazi, per discutere di ipotesi confederative. Il nostro partito deve essere in grado di dare un segnale di apertura a tutti quelli che, pur non essendo comunisti, avvertono il bisogno, la necessità di una politica di sinistra.
Questa è una fase in cui non possiamo stare fermi, dobbiamo agire. E’ una fase che ci offre un’opportunità che dobbiamo saper cogliere. Occorre spostare a sinistra l’asse del centrosinistra, ne ha bisogno il Paese, ne hanno bisogno i lavoratori. Ma saranno i rapporti di forza a determinarlo. E allora più forti saremo elettoralmente, più avremo la possibilità di spostare a sinistra il quadro politico e tanto più l’Ulivo, senza alcuna timidezza.
Giorni addietro abbiamo convocato l’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori. L’abbiamo titolata "Gli invisibili del terzo millennio". Un’assemblea molto bella, molto ben organizzata, un dibattito di alto livello, di qualità. Quell’iniziativa va ripetuta ovunque, a livello locale.
Il tema degli "invisibili" è drammatico e vero. Voglio raccontarvi, in proposito, un episodio. E’ successo a Palermo. Il compagno ed amico carissimo Peppino Vitale lo ricorderà. Sono arrivato a Palermo, per la campagna elettorale delle provinciali, il giorno dopo che i lavoratori del Comune, o meglio i precari da anni del Comune, avevano assaltato il palazzo comunale rovesciando un autocisterna piena di benzina con l’intento, o forse solo la minaccia, di dare fuoco al palazzo comunale. Ho voluto incontrare alcuni di loro. Ho detto che ritenevo sbagliata quella lotta. Non è che mi scandalizzasse. In Sardegna, quando c’era l’occupazione delle miniere, i minatori usavano la dinamite. Non ero scandalizzato, ma siccome ci tengo ai lavoratori ritenevo che la forma di lotta scelta fosse sbagliata. E gliel’ho detto. Sapete cosa mi hanno risposto? "Se non facciamo così, non ci vede nessuno".
È l’invisibilità. È il fatto che i lavoratori salariati o i disoccupati o i precari sono diventati invisibili per la politica. Sono invisibili nel dibattito politico. Noi vogliamo sporcarci le mani, occuparci della loro condizione, stare al loro fianco. Deve diventare pratica politica di tutte le federazioni. Molte lo stanno già facendo, encomiabilmente. Ma non è ancora sufficiente. Deve diventare patrimonio ed iniziativa di tutti e tutte.
Pace e lavoro. Sono i due tratti salienti e distintivi che marcano, all’interno di una cornice sicuramente unitaria, la nostra differenza, la nostra autonomia politica, ideale ed organizzativa.
Nel congresso di Bellaria, è stato ripreso da tante compagne e compagni, abbiamo fatto uno sforzo, un po’ illuministico, perché nel Comitato Centrale del partito la presenza delle donne fosse del 50%. Credo che quello sforzo ci abbia premiati. In questo Comitato Centrale sono intervenute molte compagne che hanno portato un arricchimento di contenuti, un contributo vero.
La presidente di Arcidonna, una compagna non iscritta al nostro partito e che ha partecipato ai lavori della commissione politica nazionale, mi ha fatto leggere il rapporto della sua associazione sulla presenza delle donne nelle istituzioni. E’ un rapporto pubblico. Quando l’ho letto sono rimasto sbigottito. Il nostro – e lo davo per scontato – è il primo partito in quanto a presenza femminile nelle istituzioni. Ma quel che non sapevo e non davo per scontato è che nei consigli comunali sino al Parlamento, quindi in tutte le istituzioni, i Comunisti italiani hanno il 42% di donne elette. È una percentuale straordinaria. Non lo sapevo, ma adesso, guardando questa platea, vedo tante compagne che sono assessore o consigliere o parlamentari. Tante, perché abbiamo fatto un investimento che sembrava illuministico, ma in realtà era maturo. Ed abbiamo inoltre segretarie federali, segretarie regionali, di sezione.
Il nostro partito è quello che più di ogni altro ha assunto la differenza di genere come tema chiave della costruzione del partito. Dobbiamo continuare su questa strada, dobbiamo promuovere ulteriori quadri femminili, dirigenti di partito a tutti gli effetti, come è naturale che sia. Questo è un altro di quei punti su cui qualificarci e differenziarci. Sapete qual è la percentuale di donne Ds nelle istituzioni? Il 9%. E i Ds vengono, per presenza femminile, subito dopo di noi. Un dislivello incredibile.
Sui giovani invece siamo in ritardo. Per colpa nostra, badate, ad iniziare dalla segreteria del partito, non certo per colpa dei giovani. Siamo in ritardo dal punto di vista della costruzione di un soggetto politico giovanile, ma la presenza dei giovani nel partito è fortissima. Ovunque io vada, è sempre pieno di giovani. Ovunque. A Catania, a Milano, a Bologna, a Napoli… a Napoli c’è stata una straordinaria assemblea all’università con i nostri quadri giovani. Ed ogni volta i giovani mi chiedono: "Allora, la facciamo la Fgci?".
Come pensiamo di organizzarli? Vorrei discuterne. Vorrei che, subito dopo il congresso nazionale, si convocasse una assemblea nazionale dei giovani, senza nessun filtro organizzativo, cioè senza delegati, senza organismi. Evitando ogni marchingegno burocratico. Un’assemblea aperta, libera. Vengano tutti quelli che vogliono venire, che vogliono discutere.
Sono personalmente dubbioso su quale sia la forma migliore di organizzali. Devono stare dentro al partito? E’ giusto fare la Fgci? O piuttosto un’associazione nazionale, uno strumento più flessibile? Non lo so ancora, è cosa su cui riflettere.
La presenza giovanile – i compagni dei territori possono confermarlo – è folta. Si tratta di ragazzi e ragazze che hanno voglia di fare, che producono giornaletti, riviste. Hanno la bontà di mandarmeli ed io li leggo. Sono pubblicazioni di qualità. Queste ragazze e questi ragazzi hanno vent’anni, alcuni più altri meno, sono troppi giovani per venire dal Pci. Vengono a questo partito sulla base della linea politica, non per un’appartenenza antica. Sono proiettati verso il futuro e noi non possiamo né dobbiamo deluderli.
Ancora un’ultima questione. Nel documento c’è un impegno sulle tematiche del Sud, del Mezzogiorno. Ma sono d’accordo con i compagni che l’hanno detto: ancora non ci siamo. Nel documento quella parte va potenziata come una delle priorità fondamentali della battaglia politica. Sud, lavoro, sottosviluppo, disoccupazione, malavita organizzata, grandi opere di Lunardi. Invito i compagni che hanno sollevato il problema, anche con interventi di grande spessore, a cimentarsi nel proporre testi stringati che possano essere inseriti nel documento. Un contributo fattivo da far pervenire entro la giornata di martedì. Siamo alla vigilia del Comitato centrale che deve approvare i documenti, il tempo è poco. Per il prossimo mercoledì il documento dovrà essere pronto. Alcuni emendamenti sostitutivi o aggiuntivi sono già stati presentati, ma io avverto che sul tema del Sud possiamo fare uno sforzo ulteriore.
Quando abbiamo deciso di anticipare il congresso – non di fare un congresso straordinario, ma di anticiparlo – eravamo in un contesto politico molto diverso. Il congresso aveva il compito di agire da propulsore per le campagne elettorali del 2004. Ed invece ci sono stati eventi che hanno modificato il quadro politico. La lista unica, poi divenuta lista a tre, il cosiddetto triciclo, il partito riformista, Rifondazione che si accorda con i Ds… Si tratta di eventi che ci danno una grande potenzialità sulla quale riflettere e scegliere.
Lo dico con infinita cautela, care compagne e compagni, ma la circostanza che persino il presidente del nostro partito, che non è uso farlo, sia diventato ottimista, mi sembra un elemento che ci fa davvero ben sperare. Il nostro congresso nasce sotto i migliori auspici. Ne usciremo più forti e più uniti.