Ma quanti eravamo?

Ma quanti eravamo?

Alessandra Valentini

Roma, 9 dicembre 2003

6 dicembre, un milione e mezzo di manifestanti per gli organizzatori, 250 mila per la questura (ovviamente), tre i lunghi cortei che hanno attraversato Roma. Alle 8,30 la partenza del primo corteo da Piazza Esedra. L’11 dicembre la data comunicata da Maroni per convocare i sindacati.
Queste alcune delle cifre che possono descrivere sinteticamente la grande manifestazione dei lavoratori indetta da Cgil-Cisl-Uil per dire no alla Finanziaria ed alla controriforma delle pensioni del governo Berlusconi. Il sindacato s’è presentato in forze, con una rinnovata e forte unità. Qualcuno avrebbe voluto che le divisioni permanessero, ma Pezzotta subito precisa: "La delega del governo sulle pensioni non può essere base di partenza per un confronto".

Ma torniamo alla cronaca di una giornata veramente particolare, nella quale anche il tempo è stato dalla parte dei manifestanti.
Sembra un giorno di primavera. Marco Rizzo dice che la manifestazione "è contro una legge finanziaria che toglie ai poveri per dare ai ricchi". Diliberto non esita a definire la controriforma delle pensioni "una vera porcata, perché il combinato disposto della controriforma e della legge 30 porterà ad una situazione insostenibile".
Guglielmo Epifani, dal palco, per ben quindici volte, forse di più, dice al governo che le cose che non vanno: "Non va l’abbandono di una vera politica dei redditi, non va il prelievo sul Tfr fatto di nascosto, non va una politica che strozza gli enti locali, non va questa controriforma delle pensioni". Epifani infiamma piazza San Giovanni che non riesce a contenere tutti i manifestanti. Sono moltissimi, migliaia e migliaia, quelli che occupano le vie attorno alla piazza.
Su via Emanuele Filiberto si ferma lo spezzone dei Comunisti Italiani – la piazza è già colma – ed a questo punto del racconto l’emozione prende il sopravvento sulla cronaca. Perché eravamo tanti, tantissimi. Una marea di bandiere rosse che sventolava, di striscioni, e su tutti campeggiava il nostro simbolo. Apriva lo spezzone uno striscione bianco con su scritto "E IO PAGO", con ai lati il simbolo del partito e della Fgci. Dietro centinaia e centinaia di compagne e compagni. Ma quanti eravamo? Difficile contare. Se non ci credere guardatevi la foto pubblicata su Repubblica di domenica. C’erano tutte le federazioni. C’era Torino, c’era Milano, c’era Catanzaro, c’era Roma, c’era Reggio Calabria, c’era il Lazio, c’erano le Marche, c’era la Fgci e chissà quanti altri ed altri ancora. Mescolati ai compagni, i nostri parlamentari e gli assessori con la fascia tricolore del comune, perché un ente deve stare con i cittadini e dalla parte dei cittadini. C’erano tantissimi bambini, tanti giovani, tanti meno giovani. C’erano alcuni che s’erano svegliati alle 23 del giorno prima per essere lì, a quella straordinaria manifestazione, in quella piazza (altro che "truppe cammellate", caro Calderoni!).
Alla testa del nostro spezzone c’era un camion tutto foderato dei nostri manifesti e delle nostre bandiere. Suonava "Bella ciao", nella versione classica ed in quella ska, Manu Chao, De Gregori, "Bandiera Rossa". Quando i nostri compagni hanno intonato l’"Internazionale", ai lati del corteo sotto Santa Maria Maggiore, tenendo i pugni alzati, la folla sul marciapiedi è rimasta prima incredula, poi ha cominciato ad applaudire e poi tutti a cantare insieme a noi.
Eravamo tanti, compagne e compagni, tantissimi. E mentre cantavo e gridavo slogan e marciavo mi è capitato di pensare, ancora una volta, che sì, è proprio vero, in Italia c’è un gran bisogno di sinistra.