Imperi

Imperi

Ettore Masetti*

Cuneo, 18 dicembre 2003

Mi sembra che la fase storica (internazionale) contemporanea assomigli moltissimo a quella centrale ma già rivolta alla fine dell’Impero Romano.
Credo, anzi, voglio ricordare come, al contrario di quello che molti secoli prima avevano fatto, ad esempio, i Persiani, i Romani tendessero a colonizzare nel vero senso della parola le aree conquistate; cioè, acquisito militarmente un territorio, ne affidavano il controllo a una manciata di veterani che potevano anche sfruttarne le risorse. Da lì a renderlo parte integrante anche da un punto di vista sociale dell’Impero ce ne passava e gli abitanti facevano molta più fatica a diventare cives romani che i nostri immigrati a diventare italiani dopo la Bossi-Fini. Certo, il potere economico e lo strapotere militare affascinavano parecchio i conquistati: armature, cavalli bardati, elmi e cimieri, un’organizzazione appena accettabile ma ai loro occhi straordinaria, incutevano rispetto e timore (anche se, a mio avviso, ci mettevano poco poi a scoprire che sotto la corazza ci stava un povero disperato, sottopagato, sfruttato per un minimo di vent’anni, imbestialito da una vita durissima e colma di divieti e limitazioni anche personali).

E un pasto al giorno assicurato, nonché la possibilità di potersi far giustizia dei vicini di casa con cui da secoli erano in lotta per motivi futili o importantissimi (e ci aggiungiamo anche l’alternativa obbligatoria fra l’uniforme, la schiavitù o la morte), ebbero il potere di convincere molti di questi soggiogati ad unirsi alle truppe vincitrici votate alla conquista del Mondo.
Ora mi sembra necessaria una riflessione: i popoli conquistati dai romani o avevano interessi commerciali ed economici molto forti e, quindi, si lasciavano "annettere" quasi senza combattere o fingendo di farlo (qualche vita umana valeva bene l’ampliamento istantaneo della propria rete di distribuzione) o erano tribù sparpagliate rimaste ancora (come tenore di vita) ai canoni classici dell’età del ferro (capanne o ripari, nessuna "tecnologia", scarsissimi sistemi di difesa, produzione limitata al proprio fabbisogno), nella maggior parte dei casi stanziate nelle grandi pianure dell’Europa centrale e settentrionale. Una preda troppo facile per la macchina da guerra imperiale che procedeva speditissima nella sua espansione.
Ma nessuna concessione a questi popoli: si trattava di colonie, non di nazioni amiche o di stati confederati, no, erano proprietà dell’Impero e così le loro miniere, i loro campi, la loro gente.
Dev’essere un vizio di tutti gli Imperi.
Un’altra considerazione mi assale, e spero non mi porti fuori strada: i Romani erano bravissimi a fare le guerre in pianura; sui terreni accidentati e impervi le prendevano spesso e dovevano ricorrere a schieramenti imponenti e a mezzi in verità sproporzionati in relazione al numero di uomini da assoggettare; in poche parole la loro strategia militare, al di fuori della battaglia su campo aperto, lasciava alquanto a desiderare; ne sono esempi, anche se in tempi di molto precedenti, i Salassi valdostani (ne deportarono a decine di migliaia, quasi tutti, a cavare oro dal fiume Orco) e i Liguri, che gli storici definivano "forti come bestie e le donne forti come uomini", i quali, con la loro tattica di attacco e fuga sulle montagne, impartirono sonore lezioni alle legioni romane. Solo con l’appoggio fratricida della città di Genova, la cui alleanza era già stata conquistata ai tempi di Magone il Cartaginese e i cui interessi commerciali cominciavano a farsi consistenti, fu possibile mettere un freno (nel senso di riempire di legnate e mettere a tacere per un po’) queste tribù fiere e ribelli.
L’oro, gli arazzi, le pietre preziose che venivano mostrati nel corteo trionfale insieme a qualche schiavo in catene, tutte queste cose che hanno decorato per decenni i libri di scuola e che, diciamolo, ci hanno sempre un po’ affascinato (ah, l’animale esotico mostrato al Senato insieme a tesori di ogni sorta e a procaci selvagge coperte di tessuti variopinti…) non sono mai stati quei trofei di guerra che gli stessi libri di storia hanno voluto per decenni far credere. Cesare o Traiano o Marco Aurelio se ne strafregavano della collana d’oro e anche delle principesse ricoperte di pelli di tigre e lapislazzuli (ammesso che ne sia mai esistita una): sì te ne puoi vantare con i convitati o mostrarli al popolo come simbolo di potere ma con quelle non ti ci compri niente, anche perché a Roma non c’era nessuno, oltre a loro, che avrebbero potuto comprarle e quindi non potevano costituire un "capitale". Il capitale, la moneta sonante, con cui pagare le maestranze per farsi costruire la villa più bella e kitsch di tutti i tempi, o la colonna, l’arco, il circo più grande e sfarzoso, o semplicemente per riempire le casse dello stato che poi erano le casse personali dell’Imperatore, per allestire spettacoli e banchetti conditi da fiumi di vini pregiati e rifornirsi quotidianamente di schiavi e meretrici, si poteva ottenere soltanto con l’allargamento del mercato, solo trasformando i popoli sottomessi in mano d’opera a basso costo per produrre cose da esportare in altri luoghi e vendere a prezzi decuplicati o in acquirenti degli articoli prodotti a Roma o in altre parti dell’Impero. Cioè la conquista del territorio era legata semplicemente allo sfruttamento economico di esso (e pensare che il petrolio, se era conosciuto, non serviva ad altro che ad accendere qualche lucerna).
Per buona pace dei disobbedienti, la globalizzazione era già stata inventata 2000 anni prima che loro la scoprissero. Così come i vari WTO, NAFTA e compagnia commerciante.
Da un punto di vista militare e, quindi, politico, il controllo di territori così lontani presentava grossi problemi, acuiti dal fatto che i romani non assomigliavano di certo ai nobili snob britannici viceré e governatori delle Indie Orientali, i quali riuscivano a mantenere un’esemplare distanza col popolo; al limite ne ammettevano un paio in casa trasformandoli in fedeli servitori trattati alla stregua di quei poveri scimpanzé vestiti dei circhi moderni.
I coloni romani vivevano a contatto con le popolazioni sottomesse, ne mangiavano il cibo, ne condividevano o subivano gli umori e i timori, probabilmente si accoppiavano con le loro donne e, pur essendo considerati come coloro che avevano portato una ventata di novità e di apparente progresso (uccidendo e talvolta sterminando amici, parenti, figli e padri) e pur dando origine ormai ad un rimescolamento razziale, restavano sempre i nemici invasori che oltretutto sfruttavano nella maniera migliore e più redditizia le risorse naturali.
Dall’estremo confine dell’Impero, quello più povero, pressato dai popoli ancora più poveri che stavano ad Oriente e premevano per godere di un pezzo di quel "benessere", partì l’ondata di ritorno, quella che oggi chiameremmo la ribellione al potere centrale e che semplicemente era un tentativo di riappropriarsi di ciò che gli era stato tolto e, se possibile, di migliorare la propria condizione. Solo che non esisteva nessuna rete diplomatica, gli incontri al vertice, i summit, i tavoli di discussione erano ancora lontani da venire o, se per caso ne fosse stato istituito qualcuno, non sarebbe servito a niente perché i rapporti erano basati, a quel tempo, solo sulla forza e solo chi era più forte (non direi neanche più astuto ma solo forte) aveva l’ultima parola e, quindi, vinceva.
La ribellione è stata durissima, cruenta e molto dolorosa per i paesi più "civilizzati"; i metodi di rivalsa dei popoli assoggettati erano rozzi ma violenti e drammaticamente efficaci. L’Impero si sgretolò, le deboli alleanze si sciolsero e ognuno cominciò pensare per sé stesso. La stessa Roma venne attaccata, devastata, esautorata e si salvò solo grazie a quel barlume di prestigio internazionale che aveva conquistato con le armi e al potere (politico, economico e diplomatico) che già allora iniziava ad esercitare quella che sarebbe diventata la Chiesa Cattolica. E, a parte la pittoresca parentesi bizantina, tutto il mondo storicizzato di allora si suddivise in tante entità che tentavano di intessere una rete di relazioni (ovviamente quasi esclusivamente commerciali) e che dovevano subire a turno le ire del più potente del momento.
L’unica via d’uscita a questa situazione totalmente squilibrata dove solo pochi si arricchivano e la stragrande maggioranza viveva nell’indigenza più nera, era quella della rinascita di un potere forte che potesse in qualche modo guidare il mondo.
E a questo punto mi riallaccio con l’inizio del discorso: risulterebbe forzato fare dei paragoni con la situazione attuale? Francamente, c’è qualcuno che non sia in grado di proseguire il ragionamento da solo, anche senza andare nella mia direzione? Io rischierei di elencare un sacco di banalità, e sinceramente credo che qualunque interlocutore sia in grado di elencarle con la mia stessa facilità.

* dal notiziario Pdci di Cuneo