PARMALAT

PARMALAT

Piraterie finanziarie e paradisi fiscali

Luigi Marino

Roma, 12 gennaio 2004

Sul crack della Parmalat è impossibile pensare ad una lunga ed ininterrotta teoria di falsificazioni di bilancio, di conti truccati per ben tredici anni, di arditezze finanziarie e di avventurismi imprenditoriali senza che ci sia stato un permanente paracadute, cioè senza forti protezioni politiche, generose aperture di linee di credito e bende sugli occhi di tutti coloro tenuti a garantire la corretta amministrazione del gruppo: Consiglio di Amministrazione, Collegio Sindacale, Società di revisione, Consob, Banca d’Italia, Antitrust e così via. Ma prima ancora di sottolineare l’urgenza di intervenire, a tutti i livelli, per stabilire nuove e più rigorose regole nel sistema dei controlli che si sono rivelati del tutto inesistenti, occorre anzitutto, a fronte della voragine dei conti Parmalat, che tutte le parti in causa – dai fornitori alle banche, alle maestranze, a tutti coloro che operano nell’indotto, ai risparmiatori, soprattutto ai piccoli, giustamente inferociti per essersi accollati i tre quarti dei debiti del gruppo – agiscano soprattutto, senza perdere la bussola, in funzione della sopravvivenza dell’azienda per garantire la produzione, l’occupazione e quindi gli stessi azionisti e risparmiatori.
Anche a livello europeo sembra che si sia aperto uno spiraglio, nel senso che si voglia agire con duttilità e cautela, concedendo anche flessibili soluzioni. Senza uno sforzo congiunto, a livello europeo e nazionale, del governo e delle banche in primo luogo, di tutti gli operatori del settore, dei fornitori, dei trasportatori, degli stessi dipendenti del gruppo, sarà pressoché impossibile garantire, in un lasso di tempo certamente non breve, il salvataggio del gruppo e conseguentemente forme di risarcimento ai risparmiatori obbligazionisti ed azionisti.

Con la soppressione delle Partecipazioni Statali ed dell’Iri in particolare – perno essenziale di quel sistema di economia mista prefigurato dalla Costituzione e che ha consentito comunque, per un lungo periodo, lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese – è necessario, in termini di priorità assoluta, salvaguardare la continuità delle attività produttive della Parmalat, il lavoro di quelli che direttamente fanno capo alle aziende del gruppo e dei tantissimi altri – produttori, tecnici artigiani, lavoratori dipendenti ed autonomi – che hanno operato ed operano nel settore.
La sopravvivenza è quindi condizione imprescindibile per tutelare gli stessi risparmiatori. Ma non si può non denunciare con forza la insussistenza di tutti i sistemi di controllo sulla gestione, a partire dagli stessi organi di vigilanza interni delle varie società del gruppo Parmalat.
Cosa hanno approvato nel corso di tutti questi anni i Consiglieri di Amministrazione? Cosa i Sindaci? Ma soprattutto: cosa hanno certificato le società di revisione, lautamente ricompensate, e che addirittura avrebbero fornito e favorito anche soluzioni di finanza creativa? Quando saranno chiamate a rispondere del loro operato, che offre alle banche di giustificarsi per le operazioni effettuate, che però hanno finito per trasferire tutti i rischi sugli investitori?
Si impone, alla luce di quanto è successo, una revisione rigorosa del diritto societario con la riscrittura delle norme relative alle società di revisione, ai loro compiti ed obblighi, e quindi, del sistema sanzionatorio con la previsione di più severe misure di tutela.
Qualcuno ha sostenuto che la Consob non ha poteri, ma c’è da chiedersi: quelli che aveva, li ha esercitati? Ed in ogni caso, se lo stato delle cose è questo, quando si metterà la Consob in grado di esercitare gli stessi poteri che ha ad esempio le SEC (Securities and Exchange Commission) negli Usa, la quale ha addirittura poteri spettanti alla magistratura, come quello di ordinare persino l’arresto dei trasgressori? Dopo lo scandalo Enron negli Stati Uniti, controlli e sanzioni sono stati rafforzati con la legge Steven-Glass. In Italia invece si è proceduto in direzione opposta. E cosa ha fatto la stessa Banca d’Italia, cui spetta la vigilanza sul sistema del credito, che pure quotidianamente riceve i tabulati delle operazioni creditizie delle banche? E questo va sottolineato senza cadere nelle strumentalizzazioni – volte ad individuare un solo responsabile – del Ministro Tremonti, che coglie ancora una volta l’occasione per avocare a sé tutto il sistema di controllo a tutela dei risparmiatori.
Ed infine l’Antitrust avrà mai, oltre ad un recapito, mezzi e personale adeguati per svolgere i suoi compiti e funzioni? E qui viene spontaneo il quesito: chi dovrà garantire il rispetto delle regole della concorrenza tra le banche? La stessa Banca d’Italia, che invece si occupa della stabilità del sistema bancario nel suo complesso? In tutta la tragica vicenda della Parmalat, ma anche in quella della Cirio, al di là della volontà truffaldina, dell’assoluto disprezzo di qualunque etica imprenditoriale, della "megalomania" dei singoli personaggi, le colpe sono ampiamente diffuse sino al livello del governo, che con la depenalizzazione di fatto del falso in bilancio, con tutte le sanatorie, condoni continui, con le norme, con il premio per giunta dell’anonimato, per il rientro dei capitali esportati illegalmente e con tutte le altre misure volte a rafforzare l’arroganza degli evasori fiscali, non ha certamente contribuito, anzi ha finito certamente per avallare in vario modo comportamenti illegali e immorali, da "capitalismo straccione", come scriveva Giorgio Amendola. Ma nella caccia ai colpevoli, in questo contesto contrassegnato dalla finanziarizzazione dell’economia senza regole, da piraterie finanziarie a livello internazionale, non si può sorvolare sul problema dei "paradisi fiscali".
In questi ultimi anni, stanti anche le difficoltà frapposte all’armonizzazione fiscale a livello europeo, è divenuto sempre più massiccio il ricorso alla costituzione di società – c. d. offshore – localizzate in questi paradisi, che in base ad un decreto del ministro delle Finanze del 24 aprile del 1992 (black list) furono individuati in ben cinquanta Stati: da Andorra alle Antille Olandesi, a Grenada, Bermuda, Isole Cayman, Oman, Seychelles, Emirati Arabi, ecc. ed ora sino al Lussemburgo. Da allora non solo sono aumentati i "paradisi", ma le stesse "società di consulenza" che favoriscono iniziative in questa direzione ed è enormemente aumentato il grado di libertà di movimento dei capitali, senza sottoposizione ad alcuna forma di controllo. Anche da questo punto di vista l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie – certamente non da parte di un singolo Stato – oltre a realizzare una considerevole provvista finanziaria per la lotta alla fame nel mondo, alle malattie, all’Aids, a favore dello sviluppo dei paesi poveri a partire dal problema acqua a quello dell’istruzione e della formazione, potrebbe costituire anche una misura di controllo dei movimenti dei capitali vaganti a fine speculativo. E così pure l’adozione di tutta una serie di norme per contrastare l’elusione fiscale internazionale, contenute in vari disegni di legge presentati dai Comunisti Italiani e da tempo giacenti in Parlamento. Ma oggi è il " primum vivere" , è il piano di risanamento dell’azienda attraverso anche la rinegoziazione delle linee di credito, quello che deve guidare i passi di chi è chiamato a risolvere lo stato d’insolvenza delle grandi imprese, perché non esistono reali garanzie per i risparmiatori, se non salvaguardando l’esistenza delle attività economiche fondamentali delle imprese e la loro posizione sul mercato internazionale.